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 2003  novembre 14 Venerdì calendario

Le città abbandonate, i commerci interrotti, le grandi piramidi in rovina: un’intera civiltà ridotta, in alcuni decenni, da 15 milioni di abitanti a pochi gruppi sparsi

Le città abbandonate, i commerci interrotti, le grandi piramidi in rovina: un’intera civiltà ridotta, in alcuni decenni, da 15 milioni di abitanti a pochi gruppi sparsi. Come può essere accaduto? La fine improvvisa dei Maya è da sempre un mistero. Ora un geologo svizzero e un archeologo statunitense, a distanza di qualche mese l’uno dall’altro, annunciano di avere in mano la soluzione. E le loro conclusioni sono diverse. Dalle pagine della rivista ”Science”, Gerald Haug, del Politecnico di Zurigo, in Svizzera, punta il dito sul clima. Mentre Arthur Demarest, della Vanderbilt University di Nashville, nel Tennessee, basandosi su un’iscrizione appena scoperta, aveva attribuito il tracollo dei Maya a una violenta guerra interna. Chi ha ragione? Probabilmente entrambi. Sono solo le ultime delle tante congetture sulla scomparsa di questa civiltà, che si è estinta misteriosamente così come misteriosamente era apparsa sulla Terra. Sull’origine dei Maya sono state fatte diverse ipotesi: colonizzatori provenienti dal Messico, dall’Egitto, dalla Cina, dallo Spazio... Poi si capì che scaturirono da un’aggregazione di popoli eterogenei, con lingue diverse. In principio costituirono società egualitarie, senza regole né complicati cerimoniali. Tra l’800 e il 500 a.C. emerse una casta d’eletti, che finì per imporsi. Nel cosiddetto periodo Classico (dal 250 al 900 d.C.), lo stile artistico diventò sempre più raffinato, con ricchi bassorilievi, magnifici dipinti murali che decoravano i palazzi dei governanti, prezioso vasellame. Il calendario e la conoscenza del numero zero furono le grandi conquiste in campo tecnico-scientifico. Fu proprio in questo periodo straordinario, che la civiltà maya, al suo apice. cominciò a declinare. Si pensò a una catastrofe naturale, dato l’abbandono precipitoso delle città: forse un terremoto (e ce ne fu più di uno), un’epidemia, un uragano, il peggiore dei tanti provenienti dai Caraibi, oppure un parassita letale per il mais e per altre piante. Si pensò alle invasioni, come provano gli improvvisi cambiamenti di stile nella scultura, nell’architettura e nella ceramica. Gli invasori ci furono: i Maya Putún, mercanti-guerrieri, che già da tempo controllavano le rotte commerciali costiere. E ora si riaffaccia un’altra vecchia ipotesi: la siccità. Per ricostruire le variazioni climatiche in Centroamerica negli ultimi duemila anni, il gruppo di Haug ha studiato i sedimenti marini nel golfo di Cariaco, vicino alle coste del Venezuela. Le condizioni climatiche in questa regione, secondo gli studiosi, sono le stesse della penisola dello Yucatán dove si sviluppò la civiltà maya. Misurando il titanio depositato in mare da fiumi e corsi d’acqua, tra il 700 e il 900 d. C., che riflette la quantità di pioggia caduta, hanno individuato tre periodi di forte siccità proprio nel nono secolo d. C., nei momenti in cui gli storici riportano la fine dei Maya. Ma la cautela è d’obbligo. I Maya erano esperti in idraulica, costruivano ottimi canali, viadotti e bacini e, tra l’altro, avevano già sperimentato in passato molti altri periodi di siccità. Ma allora cosa è successo? Se i sedimenti non bastano a raccontarci tutta la storia, qualche indizio in più possono darcelo le pietre. La chiave, secondo Arthur Demarest, si trova nel cuore del Guatemala, in un’iscrizione che decora la scalinata di una piramide Dos Pilas (in alto nella cartina). Il testo è tra i più lunghi mai scoperti. Così narrano le pietre: la storia ha inghiottito i Maya a causa di una guerra tra due grandi città, Tikal e Calakmul, in cui si trovò coinvolto il re di Dos Pilas. I glifi incisi su dieci gradini portati alla luce da un uragano nel 2001, decodificati dallo specialista Federico Fahsen, offrono un quadro esauriente sugli eventi del VII secolo d. C., periodo su cui mancavano notizie precise. Dalla traduzione si è capito che nel momento di massimo sviluppo della civiltà Maya, le due più potenti città-stato, Tikal e Calakmul, erano impegnate in una prolungata lotta per la supremazia. Ciò conferma una tesi esposta agli inizi degli anni ’90 da Simón Martín e Nikolai Grube. I due studiosi avevano sfidato l’opinione prevalente che vedeva i Maya come un conglomerato di staterelli indipendenti, i cui conflitti si limitavano a scontri localizzati. E nel gioco delle due superpotenze, le altre città rappresentano delle semplici pedine, come Dos Pilas, avamposto militare di Tikal e passaggio preferenziale per il commercio dei beni preziosi. Il sovrano di Tikal nel 635 insediò a Dos Pilas un fratello ancora bambino. I glifi includono un dettagliato resoconto degli eventi di questo primo sovrano di Dos Pilas, Balaj Cha K’awiil, che visse fino a 60 anni. Divenuto giovane guerriero, rimase fedele al fratello fino a quando, ventenne, Dos Pilas fu conquistata da Calakmul, e si trovò a cambiare alleanze. Sotto il vessillo di Calakmul, K’awiil fece guerra a Tikal per oltre un decennio. Costretto all’inizio a fuggire, si vendicò riuscendo persino a saccheggiare Tikal e a imprigionare il sovrano (suo fratello maggiore), e altri membri della nobiltà, per giustiziarli pubblicamente. I glifi descrivono la carneficina e le celebrazioni rituali che seguirono, precisando che «il sangue scorreva e furono ammucchiati i crani di quelli del quartiere centrale di Tikal». Le iscrizioni di Dos Pilas indicherebbero che la vittoria di Calakmul su Tikal nel 695 rappresentò la sconfitta finale di una grande potenza. Per Demarest la civiltà maya potrebbe essere caduta sotto l’equivalente di una guerra mondiale. Ma altri studi sul sito guatemalteco di Seibal, condotti da Lori Wright e Christine Whiter, portano a conclusioni diverse. La fine del periodo classico, per le studiose avvenne per uno stato prolungato di guerriglia popolare. Alcune città, da lungo tempo, erano impegnate in campagne militari di conquista. Le guerre combattute fra città confinanti divennero sempre più cruente, con sacrifici umani di massa. Mentre gli autocrati, cui fu attribuita la responsabilità delle guerre, combattevano l’uno contro l’altro, i contadini acquisivano sempre più autonomia. Dopo l’800, gli scontri tra città rivali si estesero su tutte le Terre Basse del Guatemala, Belize e Messico. I luoghi simbolo della progredita cultura maya furono abbandonati, la popolazione si ridusse in maniera consistente (si pensa a un calo di milioni di individui). In un centinaio d’anni, ampie zone furono evacuate, per non essere mai più rioccupate e le maggiori città decaddero. Arthur Demarest ritiene che, con la guerra fra Tikal e Calakmul, i Maya furono sul punto di fare un salto di qualità verso un più elevato livello di organizzazione, magari uno Stato imperiale. Ciò non avvenne, per ragioni ancora oscure: una serie di conflitti avrebbero portato alla rivolta generale di contadini e contribuito al collasso dell’intera civiltà. Ciò che accadde poi (sovrappopolazione, eccessivo sfruttamento agricolo, le invasioni dei Maya Putún), non fece altro che esasperare gli animi delle grandi masse e spronare alla rivolta generale teorizzata da Lori Wright e Christine White. Ma ancora una risposta definitiva non c’è. Molte altre sorprese ci aspettano nei prossimi anni. Ugo Stornaiolo *studioso di storia latino-americana all’Istituto Orientale di Napoli