Viviana Lupi, Macchina del Tempo, maggio 2003 (n.5), 14 novembre 2003
Questa è una storia di diavoli e vulcani, di mani e di piedi, di passione e umanità. Una storia vera, che ha portato a una scoperta scientifica eccezionale: le più antiche orme umane conosciute a livello mondiale
Questa è una storia di diavoli e vulcani, di mani e di piedi, di passione e umanità. Una storia vera, che ha portato a una scoperta scientifica eccezionale: le più antiche orme umane conosciute a livello mondiale. Una ricerca tutta italiana, sia per il luogo del ritrovamento, che per gli studiosi coinvolti, e che adesso si trova sulle pagine di Nature, la rivista scientifica più autorevole del mondo. Tutto cominciò quando tre uomini discesero lungo le pendici di quello che oggi è il vulcano di Roccamonfina, in Campania. Camminavano tutti nella stessa direzione, a passo svelto, forse per scappare da un’eruzione preannunciata da sinistri presagi, forse solo per spostarsi in fretta da un luogo a un altro. Il primo procedeva a zigzag, per affrontare meglio le difficoltà della discesa. Il secondo avanzava più regolarmente in un’unica direzione, ma ogni tanto scivolava e appoggiava le mani a terra per riprendere l’equilibrio. Il terzo ha lasciato pochissime tracce, ma sembra si muovesse su un pendio più dolce e per questo poteva andare avanti con passo più sicuro. Tutto questo accadeva circa 350.000 anni fa, ma le impronte di quel percorso, impresse nel fango, si sono mirabilmente conservate fino a noi. Il luogo, teatro della camminata preistorica, è Foresta, una località racchiusa fra Tora e Piccilli, in provincia di Caserta. Da tempo immemorabile gli abitanti della zona conoscono quelle impronte sui fianchi della montagna: i nonni raccontano ai bambini che sono le «Ciampate del diavolo». Del resto, chi altro avrebbe potuto camminare sulla lava ardente senza bruciarsi i piedi, se non il diavolo? La leggenda continua a vivere, come ricostruzione popolare. Ma un noto studioso di storia locale, Adolfo Panarello, e un collega, Marco de Angelis, vogliono vederci chiaro e decidono di interpellare degli esperti. Nella primavera del 2002 arriva sul luogo Paolo Mietto, geologo dell’Università di Padova, che intuisce subito l’importanza delle orme che potrebbero appartenere ai nostri progenitori, vissuti migliaia di anni fa. Lo raggiunge Marco Avanzini, del Museo tridentino di scienze naturali di Trento, anch’egli studioso di orme fossili. «Confesso», racconta Avanzini, «che quando mi sono recato a Roccamonfina ero preparato a smorzare gli entusiasmi di Paolo Mietto. Ma non c’erano alternative: le impronte non potevano essere di nessun animale. Erano bipedi, con tracce di tallone e alluce. Non potevano essere di una grossa scimmia». Le ricerche confermano che le orme sono umane, mentre Giuseppe Rolandi, vulcanologo dell’Università Federico II di Napoli, dà una data alle impronte, in base ai minerali contenuti nella roccia vulcanica. Il risultato è che le tracce sono le più antiche orme di individui della specie Homo. Altre impronte celebri, come quelle trovate da Mary Leakey a Lateoli, in Tanzania, hanno circa 3 milioni di anni, ma sono di Australopiteci, una forma antropomorfa non appartenente al genere Homo. E in Europa fino a ieri la traccia più antica era l’orma isolata scoperta nel sito di Terra Amata, in Francia, che risale a un uomo vissuto 300.000 anni fa. Quelle di Roccamonfina appartengono invece a uomini vissuti tra 385.000 e 325.000 anni fa, che non avevano camminato sulla lava ardente, ma su depositi vulcanici imbevuti d’acqua e non ancora completamente solidificati. In seguito il terreno si è pietrificato, conservando al suo interno le impronte degli uomini e quelle di alcuni animali, più o meno della dimensione di un lupo, passati poco prima e che hanno lasciato orme ancora tutte da studiare. Coloro che avevano disceso il pendio avevano piedi lunghi circa 20 cm, non portavano calzature e, vista la lunghezza della loro falcata, dovevano essere alti circa un metro e mezzo. Non si sa se le orme fossero di uomini, donne o ragazzi, ma si sa che sono state lasciate probabilmente dall’Homo heidelbergensis, vissuto circa tra 500.000 e 200.000 anni fa, e che molti ricercatori considerano l’antenato comune dell’Uomo di Neanderthal e del moderno Homo sapiens. «Non solo», specifica Avanzini, «con le loro scivolate, i loro arresti, i salti, i cambi di direzione, le impronte ci raccontano di un’umanità in grado di operare scelte, di prendere decisioni. Le stesse che prenderemmo noi oggi nella medesima situazione». Il ritrovamento è di straordinaria importanza anche per quanto riguarda le impronte delle mani, perché esse costituiscono l’unico caso conosciuto di tracce di mani usate per equilibrarsi su un pendio difficile e accidentato. Infine la scoperta ha un grande valore umano che ha emozionato i ricercatori che hanno condotto con passione lo studio. «A Roccamonfina ho provato» dice Avanzini, «l’indescrivibile sensazione di appoggiare le mani sull’orma di un uomo grazie al quale noi oggi esistiamo». «In una situazione mondiale così difficile», aggiunge Mietto, «dovremmo ricordarci che in fondo gli uomini sono tutti uguali. Non c’entrano le distanze, nello spazio o nel tempo». Viviana Lupi