Alessandro Casale, Macchina del Tempo, maggio 2003 (n.5), 14 novembre 2003
l’82 a.C., anno 672 dalla fondazione di Roma; un ragazzo diciottenne è catturato dai pirati Cilici
l’82 a.C., anno 672 dalla fondazione di Roma; un ragazzo diciottenne è catturato dai pirati Cilici. piuttosto alto per l’epoca, magro, ha il volto affilato. I pirati cilici che venivano dalle coste dell’Asia Minore erano tra gli uomini più sanguinari del tempo. I pirati lo esaminano. un giovane bene di Roma. Ha modi raffinati. Stabiliscono la cifra del riscatto: venti talenti, una somma enorme. Ma il giovane si ribella: lui, discendente per via paterna di Venere e per via materna di Achille, non può valere così poco. Impone agli allibiti rapitori un riscatto di cinquanta talenti. Manda i suoi compagni a raccogliere il denaro. Poi si tranquillizza. Durante la prigionia gioca con i pirati, o si ritira a poppa a comporre poesie. I suoi modi sprezzanti e la sua disinvoltura li divertono. Sulla nave dà pubblica lettura dei suoi componimenti. I pirati scherzano. Anche il giovane ride, mentre promette che li farà crocifiggere. Bisognava fare attenzione a quel riso. Ottenuto il riscatto, lo lasciano andare a Mileto. Appena libero arma una flotta, piomba sui pirati, li cattura e li fa crocifiggere senza risparmiarne nessuno. Una promessa è un debito. Quel giovane tra pochi anni conquisterà per l’Urbe terre ancora inesplorate, sottometterà popoli indomabili, cambierà per sempre il destino della capitale del mondo antico. Quel giovane è Cesare. Caio Giulio Cesare non scherza quando si proclama discendente di dèi e di eroi. La sua famiglia, la gens Iulia, discende secondo la tradizione da Enea, il figlio di Anchise e della dea Afrodite. Figlio adottivo di Cesare sarà Ottaviano, primo imperatore di Roma. L’episodio dei pirati ci dà la misura dell’uomo. un leader naturale, freddo e pronto all’azione, capace di grande brutalità e allo stesso tempo di modi incantevoli. un giovane di talento e a Roma se ne accorgono tutti. Sorridente, grande comunicatore, spende a piene mani diventando l’idolo del popolo. In pochi anni percorre l’intero cursus honorum: Edile, Pontefice Massimo, Console, legandosi ai più potenti di Roma: Pompeo e Crasso. Il consolato era la più importante magistratura dell’Urbe: conferiva poteri così vasti che i Romani, i quali odiavano l’idea del monarca, la volevano retta da due persone. Dopo un anno di consolato, al magistrato deposto veniva assegnata una provincia. Cesare chiede e ottiene la Gallia. Gallia est omnis divisa in partes tres, scriverà nei suoi commentari. una provincia estesa e bellicosa che va dal Nord Italia fino alla Normandia. A Roma i potenti sorridono: conoscono Cesare come un dandy, un donnaiolo. Questo è il grande vantaggio di Cesare sui suoi avversari: lo sottovalutano. Avranno modo di pentirsi. Giunto in Gallia il dandy si trasforma. Plutarco lo descrive gracile, dalla pelle delicata e malato di epilessia. Eppure con una forza pari alla sua ambizione, tempra il fisico alla vita militare. Colpisce la sua velocità. una delle sue grandi doti, la velocità, assieme alla capacità di capire gli uomini. Quando si hanno doti del genere il fronte del Nord non è diverso da Roma, ma solo un luogo dove eccellere. Cesare dorme nei carri durante le marce. Si muove come il lampo. Non dà tregua e tempo di organizzarsi ai nemici. Il ragazzo gracile è un guerriero vero. Sa combattere, comandare, capire gli uomini. In pochi anni la Gallia è ai suoi piedi, ma la provincia non è pacificata; i Germani sono vicini, ed è un popolo indomabile, selvaggio. Cesare vuole la guerra, ma guardando negli occhi i suoi ufficiali scopre che hanno paura. Li convoca, li informa che possono andarsene: lui affronterà i Germani con la sola decima legione. La decima, inorgoglita, gli manda messi per ringraziarlo, le altre legioni si infuriano coi loro comandanti. L’esercito compatto vuole seguirlo. Cesare sa sempre con chi ha a che fare. Un altro esempio della sua capacità di entrare nella testa degli avversari lo darà molti anni dopo. Siamo in Tessaglia, a Farsalo, è il 48 a.C., la battaglia finale contro Pompeo che, morto Crasso, gli contende il dominio su Roma. La guerra civile semina vittime. A Farsalo si decide la sorte di Cesare, di Pompeo e della Repubblica. Una battaglia fratricida. Cesare ha fatto filtrare notizie false. Pompeo crede che l’esercito di Cesare sarà con lui. Cesare comanda alla fanteria di non colpire alle gambe i cavalieri di Pompeo come di solito avviene per disarcionarli. Ordina di colpire al volto. Gli uomini di Pompeo sono nobili, giovani poco avvezzi agli scontri. Il terrore di restare deturpati, la confusione di vedere le picche a pochi centimetri dal volto sbaraglia la cavalleria. Una vittoria completa. Cesare avrà la testa di Pompeo e il dominio su Roma. il 48 a. C. Le truppe lo seguono, si innamorano di lui. Il giovane è diventato grande e sta per diventare grandissimo. Il suo genio militare si era già espresso quattro anni prima, in tutta la sua forza ad Alesia, nell’odierna Borgogna. Da sette anni Cesare era proconsole in Gallia. I Galli guidati da Vercingetorige, capo degli Arverni, sono riparati ad Alesia, una città inespugnabile. Cesare li circonda, ma un pericolo incombe. Da tutta la Gallia si raduna un esercito per rompere l’assedio. Cesare è tra due fuochi. Fa costruire una cinta di mura che li difenda dall’esterno. Si muove silenzioso come un fantasma, e veloce. Mortale. Sorprende gli attaccanti, li sconfigge senza far capire alle legioni sotto le mura di Alesia il pericolo corso alle loro spalle. Per gli assediati ogni speranza è persa. Alesia cade. La Gallia è romana. Cesare esige il comandante nemico che ha retto con tanto valore la città assediata. Dalle fila degli sconfitti esce Vercingetorige. Senza una parola si avvicina al generale romano, si toglie le armi e le depone ai suoi piedi. la resa. Cesare lo fa imprigionare, lo conduce in catene a Roma. Vercingetorige resterà per sei anni prigioniero, finché Cesare non lo farà strangolare. questo l’altro Cesare: brutale, feroce. La fine di Vercingetorige è un atto infamante che getta una luce sinistra sulla sua figura di eroico condottiero. Ma fu un atto crudele? Cesare, come tutti i grandi, sa essere brutale, ma la sua non è crudeltà gratuita. Vercingetorige non poteva restare in vita, per come aveva combattuto, ma soprattutto per come si era arreso. Un eroe, un simbolo di libertà dal giogo romano. Cesare ha paura di quel simbolo, deve distruggerlo. Non si spiega altrimenti come lo stesso uomo abbia potuto infliggere una tal pena al capo gallico e, allo stesso tempo, in piena guerra civile, inviare i suoi beni a Labieno, uno dei suoi amici più cari, che lo aveva tradito per passare con Pompeo. Vercingetorige era un simbolo da abbattere, Labieno un amico, in un momento in cui Cesare aveva bisogno di amici. Secondo Plutarco nella campagna in Gallia, Cesare incontra in battaglia tre milioni di uomini: un milione finirà suo prigioniero, un altro resterà sul campo. La storia è spietata, segna una linea: di qui gli eroi, di là i genocidi. Spesso la linea la disegna in terra il vincitore. E Cesare sapeva che le guerre le vince chi scrive la storia. Cesare lo storico di se stesso. La lunga campagna in Gallia, le terribili fasi della guerra civile sono scritte in parole semplici, pochi fronzoli. Sono i commentari di Cesare, un’altra faccia di quest’uomo dai mille volti: generale, politico, scrittore. Protagonista e scrittore. E pensare che ha avuto lo stesso maestro di retorica di Cicerone, il suo contrario. Tanto è essenziale l’uno, quanto è elegante l’altro. è il 44 a.C. Cesare è il primo monarca dopo i Tarquini. Un monarca senza corona. Ora Roma è nelle sue mani: il più grande impero dopo quello di Alessandro Magno. Grandi progetti sono nell’aria: bonificare le paludi, migliorare gli argini del Tevere. Insieme all’astronomo greco Sosigene crea il calendario giuliano, basato sui movimenti del Sole, con l’anno suddiviso in 365 giorni. Il 7° mese, quello della sua nascita, prende il suo nome: Julius. Un segno di arroganza per Cicerone, che dirà: «Ora anche il Sole si leva per volere di Cesare». Il 15 marzo, il giorno delle Idi, il Senato si riunisce. Sessanta senatori complottano la sua morte. Roma non vuole un monarca. Cesare è l’uomo che ha segnato per sempre la fine della repubblica a Roma, ma non sarà il suo primo imperatore. Ventitré pugnalate, l’ultima inferta da Bruto, il figliastro, il prediletto. «Tu quoque», anche tu, Bruto. Cesare cade. Muore in Senato sotto la statua di Pompeo. Cesare ha percorso tutta la strada possibile. Non poteva andare oltre. Alessandro Casale