Fabrizio Ardito, Macchina del Tempo, maggio 2003 (n.5), 14 novembre 2003
Gli ex alpini non hanno dubbi: sulle montagne dell’Afghanistan sarebbero serviti i muli. Con i loro nomi tipici (Gala, Grata, Gina, Follonica, Lara, Gisella oppure Dro) e la leggendaria resistenza che portò l’ultimo - Zibibbo - a vivere 36 anni, nonostante gli stenti della ritirata di Russia
Gli ex alpini non hanno dubbi: sulle montagne dell’Afghanistan sarebbero serviti i muli. Con i loro nomi tipici (Gala, Grata, Gina, Follonica, Lara, Gisella oppure Dro) e la leggendaria resistenza che portò l’ultimo - Zibibbo - a vivere 36 anni, nonostante gli stenti della ritirata di Russia. L’incontro fra i muli e i loro conducenti con la penna nera iniziò nel 1872 e si concluse tra le proteste nel 1993 per il venir meno della loro «motivazione tecnico-operativa», come recitava l’asettico burocratese. L’8 settembre di 10 anni fa, in una caserma di Belluno, andarono all’asta gli ultimi 24 muli in servizio per un incasso di 33 milioni di vecchie lire. Tra le due guerre, ogni reggimento di alpini aveva in dotazione 500 animali, ogni gruppo di artiglieria 700. Ogni mulo necessitava di un conducente (lo «sconcio») e di perenne cura. Un rapporto quasi di simbiosi, come narra Giulio Bedeschi in ”Centomila gavette di ghiaccio,” sulla ritirata di Russia: «Al mulo bisogna dàrghe la vita, se occorre... Non si può buttarsi a dormire se non sono al riparo, se non si è trovata la paglia e si è fatta sgelare l’acqua per loro. E si può anche star svegli tutta la notte a far fuoco perché si riscaldino, se c’è bisogno».