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 2003  novembre 14 Venerdì calendario

Zak pesa 170 chili ed è il militare più imponente dell’intero corpo di spedizione statunitense nel Golfo Persico

Zak pesa 170 chili ed è il militare più imponente dell’intero corpo di spedizione statunitense nel Golfo Persico. Quando il suo superiore lo ordina, Zak s’immerge per perlustrare le acque profonde attorno alle navi della flotta. Ed è anche capace di nuotare incontro a un sommozzatore sconosciuto con una ganascia a forma di C che, dopo aver bloccato le gambe del nemico, manda a tutta velocità una boa di segnalazione in superficie. Come premio per la riuscita delle sue missioni, Zak si accontenta di poco: un secchio di aringhe. Presentati di recente dal Pentagono, i leoni marini addestrati nello Space and Naval Warfare Systems Center di San Diego, negli Usa, sono stati trasportati in Iraq , dove stanno prestando servizio per le forze alleate. Sono solo gli ultimi arrivati nel folto esercito degli animali-guerrieri. «I leoni marini possono nuotare in acque non profonde alla velocità di 40 km orari, possono vedere nel buio e hanno un udito multidirezionale molto più sofisticato di quello dell’uomo» spiega con orgoglio Brenda Bryan, una dei quattro addestratori della Marina che hanno accompagnato gli animali nel Golfo Persico. Ma i leoni marini con le stellette non sono una novità: questa unità specializzata della Marina aveva già prestato servizio durante la convention dei repubblicani svoltasi a San Diego nel 1996, col compito di pattugliare le acque della baia. I leoni marini, però sono i secondi arrivati nel campo della guerra sottomarina: prima di loro, per decenni, le Marine delle superpotenze si erano concentrate sull’addestramento dei delfini. A San Diego lavoravano gli americani, mentre i sovietici nascondevano le loro unità speciali nelle acque di Sebastopoli, dove i super delfini sono ormai stati smobilitati sia per il passaggio della base navale all’Ucraina, che a causa dei costi elevati del loro addestramento. I delfini avevano tre missioni: ricerca di mine, caccia agli intrusi in acque profonde, addirittura – secondo alcuni – l’eliminazione di subacquei nemici con un’iniezione letale di CO2.Giovanni Bearzi, professore di tutela dei cetacei all’Università di Venezia e presidente dell’Istituto Tethys, conosce bene i delfini e la loro storia militare. «I programmi sovietici e statunitensi di addestramento militare dei delfini sono stati condotti per decenni nella massima segretezza. Ma sono falliti. Infatti gli animali (dei torsiapi globicefali) hanno un’intelligenza molto evoluta e quindi sono molto sensibili agli stimoli dell’ambiente. In pratica sono poco affidabili per operazioni militari». Come dire che un delfino che trasporta una bomba magnetica verso una nave nemica può essere distratto da rumori, dalla vista di un altro animale e non portare a termine la missione. Diventando, oltretutto, una vera mina vagante. «I leoni marini, con una complessità cerebrale molto inferiore, sono più facili da addestrare, anche perché trascorrono buona parte della loro vita fuori dall’acqua». «Se si volesse azzardare un paragone» conclude Bearzi «si potrebbe dire che dal punto di vista cerebrale un delfino è simile a un bambino e un leone marino a un cane: è molto più facile farsi obbedire dal secondo che dal primo». Nonostante questo, però, una squadra speciale di delfini della Florida è oggi impiegata nella seconda guerra del Golfo, con il delicato incarico di sminare i fondali delle acque irachene e consentire il passaggio alle navi con gli aiuti umanitari. Zak e i suoi simili non sono gli unici animali arruolati dagli USA nel Golfo Persico: ogni mattina, i marines del VII Reggimento schierato in Kuwait devono occuparsi delle loro galline. Come nella guerra del 1991, nonostante la dotazione di sofisticati sensori in grado di percepire gas asfissianti, il clima e le tempeste di sabbia hanno fatto decidere di affiancare le galline alla tecnologia. Il sistema respiratorio dei pennuti, infatti, è decisamente più sensibile di quello umano, quindi gli uccelli mostrano i sintomi di avvelenamento prima dell’uomo. Tra le attrezzature belliche più sofisticate, insomma, i polli del Kentucky svolgono il ruolo che, nelle miniere di carbone, era affidato ai canarini, nelle gabbie appese alla volta delle gallerie.In fondo, non si tratta di novità: il rapporto tra gli eserciti e gli animali è antico quasi quanto l’uomo. Nelle furiose battaglie tra Romani e Cartaginesi, i mastini e i molossi addestrati per il combattimento e dotati di collari irti di punte metalliche erano il terrore dei fanti e lo sarebbero stati anche i cani portati in America dai conquistadores spagnoli. Furono proprio i soldati di Annibale a portare in Europa gli elefanti da guerra che, utilizzati normalmente in India e sfruttati dall’esercito di Alessandro Magno, seminarono il panico tra le file delle quadrate legioni di Roma. Se cavalli, muli e asini hanno sempre fatto parte degli eserciti e dei loro trasporti, i piccioni viaggiatori sono stati fino alla II guerra mondiale uno dei mezzi di comunicazione più sicuri, mentre i cani addestrati a portare messaggi, scoprire mine o soccorrere i feriti sono gli antenati dei cani da valanga o da macerie utilizzati oggi dalla protezione civile di tutto il mondo. Fabrizio Ardito