Roberto Antonini, Macchina del Tempo, maggio 2003 (n.5), 14 novembre 2003
«Abbiamo messo ko il bastardo». Edmund Hillary, dinoccolato apicultore neozelandese, non era certo un poeta
«Abbiamo messo ko il bastardo». Edmund Hillary, dinoccolato apicultore neozelandese, non era certo un poeta. Ma la sua frase, pronunciata nel tardo pomeriggio del 29 maggio 1953, è passata alla storia. Assieme al sorridente sherpa Tenzing Norgay era il primo uomo a toccare il punto più alto della Terra, il monte Everest. A 50 anni di distanza, quell’eroica spedizione appare un gesto da pionieri d’altri tempi: da allora a oggi hanno camminato sul tetto del mondo 1.318 persone. Un esercito di turisti che sfidano venti che arrivano a 280 km all’ora e temperature rigidissime non solo con il Gore-Tex, ma anche con elicotteri e pacchetti turistici. Anche se non a portata di tutte le tasche. Per arrivare al campo base dal Nepal, il versante più accessibile, occorrono 17mila euro solo per i permessi governativi, senza contare l’attrezzatura. Un pacchetto all inclusive per gli alpinisti meno esperti costa sui 55mila euro; chi non vuole arrampicarsi può fare un volo in alta quota da Katmandu: un’ora su un aereo Buddha air costa 100 dollari. Ma l’Everest è davvero una meta alla portata di tutti? «Ormai è diventato una specie di parco giochi», sbotta Renato Moro, vicepresidente e coordinatore della Commissione Spedizioni dell’UIAA (Union Internationale des Associations d’Alpinisme), che raccoglie 80 club alpini di tutto il mondo. «Gli ottomila metri sono 14 in tutto il mondo, ma tutti scelgono o il più facile, il Cho Oyu, o il più difficile, l’Everest. è più una moda che spirito sportivo. Sull’Everest si fanno solo le vie normali, sempre le stesse, con un conseguente impoverimento dello sport alpinistico. E dell’ambiente». Difficile dargli torto, leggendo il triste bollettino delle vittime (167, oltre il 12 per cento) e dei rifiuti che hanno ormai invaso quei luoghi un tempo inarrivabili. E dire che solo 50 anni fa arrivare sull’Everest era un traguardo di prestigio per le superpotenze, come oggi le missioni spaziali. Perciò la missione di Hillary e Norgay era una vera macchina da guerra: 350 portatori, 34 sherpa e 9 alpinisti, guidati dal colonnello John Hunt. Una squadra di scalatori di prima categoria: i migliori membri dell’Alpine Club e di tutto il Commonwealth. Nel 1952 una spedizione svizzera era arrivata vicino alla meta, ma al secondo tentativo dovette abbandonare per l’arrivo dell’inverno. Il tempo era scaduto: l’Impero britannico era al declino e uno smacco sull’Everest sarebbe stato intollerabile. Nel marzo 1953 fu fissato il campo base, a maggio era pronto quello finale, a 7.900 metri. Il 26 dello stesso mese due alpinisti della squadra, Charles Evans e Tom Bourdillon, tentarono la conquista, ma dovettero arrendersi per un guasto ai respiratori. Il 28 fu la volta dei due scalatori più in forma della squadra, Hillary e Norgay. Arrivati a 8.500 metri piazzarono le tende e si prepararono ad affrontare, all’alba del giorno dopo, la scalata. Alle prime luci del 29 erano svegli, ma persero ben due ore per scongelare, su un piccolo fornello da campo, gli scarponi del neozelandese, rimasti fuori della tenda. Alle 6,30, dopo aver bevuto tutta l’acqua che potevano per prevenire la disidratazione, partirono. Alle 9 un ripido gradino di roccia alto 12 metri sbarrò loro la strada: il neozelandese lo superò ancorandosi a una crepa (da allora quello è il ”Gradino di Hillary”). Tenzing lo seguì: li separava dalla vetta solo un’ultima distesa di neve e pochi colpi di piccozza. Alle 11,30 avevano conquistato l’Everest. Issarono sul punto più alto del pianeta le bandiere di Gran Bretagna, Nepal, Onu e India (di cui era cittadino lo sherpa). Hillary lasciò un piccolo crocifisso, Tenzing - buddista - dolci e biscotti per le divinità della montagna. Le uniche foto dell’impresa ritraggono in vetta solo lo sherpa: quando chiesero a Hillary come mai non si fosse fatto immortalare, lui rispose che il compagno non aveva mai scattato una foto in vita sua e quello non era il posto giusto per insegnargli a farlo. La notizia della conquista fu tenuta segreta fino al 2 giugno, giorno dell’incoronazione di Elisabetta II. La regina nominò il colonnello Hunt e Hillary cavalieri della Corona, mentre lo sherpa Tenzing, non essendo britannico, ebbe solo la medaglia dell’Impero, un’onorificenza inferiore. Molti chiesero chi fosse arrivato per primo sulla vetta, ma la loro risposta fu sempre: «Eravamo una squadra, siamo arrivati insieme». C’è tanta Gran Bretagna nella storia dell’Everest perché la vetta rappresentava il terzo Polo: quello Nord l’aveva raggiunto un americano nel 1909, quello Sud un norvegese nel 1911 e l’Impero aveva fame di prestigio. Fino al 1920 il Tibet era chiuso agli stranieri, tanto che le prime esplorazioni dei britannici furono segrete. Quando, finalmente, il Dalai Lama aprì le frontiere, Londra decise che avrebbe tentato la conquista entro un anno. Allora salire sull’Everest era come andare sulla Luna, e per di più l’unica strada possibile era la terribile via Nord. Chi l’aveva intrapresa aveva fallito, qualcuno tragicamente. La vittima più nota fu George Leigh Mallory, per molti l’eroe più puro dell’Everest, l’uomo che volle scalare l’Everest «perché è lì», e lì perse la vita, con il suo compagno Andrew ”Sandy” Irvine. Arrivare in vetta è un’impresa ancora oggi molto dura, e nemmeno gli alpinisti più esperti affrontano senza timore la ”Zona della morte”. Dagli 8.000 metri in su, infatti, l’ossigeno si riduce fino a un terzo rispetto al livello del mare. Provocando una forte disidratazione, ma anche il pericolosissimo Hape (High altitude pulmonary edema), l’edema polmonare d’alta quota, spesso mortale. Tale circostanza, combinata con le proibitive temperature della montagna (in gennaio, una media di ”36 °C con picchi di ”60 °C; a luglio, una media di ”19 °C), gli infiniti crepacci e i forti venti, rende terribili le condizioni della scalata. Le attrezzature per gli scalatori giocano quindi un ruolo fondamentale. Gli inglesi, negli anni ’20, affrontarono il lato nord, quello tibetano, vestiti di tweed e maglioni di lana, con calzettoni al ginocchio e scarpe di cuoio chiodate, aiutandosi con corde di canapa e piccozze dal manico in legno. Le tende canadesi erano di cotone impermeabilizzato, fragili e squassate dai venti. Hillary e Norgay, nel ’53, avevano respiratori migliori rispetto a Mallory, ma l’abbigliamento non era troppo diverso. Oggi, invece, materiali sintetici e leghe in titanio, leggere e resistenti, facilitano le cose, e le tende a igloo resistono ai venti d’alta quota. Si tratta però di materiale costoso: per fare un esempio, i chiodi da ghiaccio costruiti in una speciale lega di titanio, usati per ancorare le scale e le corde nei passaggi più duri, costano circa 50 euro l’uno. I prezzi sono alti, nell’ordine dei 600 euro, anche per gli scarponi, che però possono fare la differenza tra la vita e la morte. Pesanti poco meno di tre chili, isolano dal gelo grazie a materiali come l’aveolite, una schiuma sintetica, accoppiata a Kevlar, il materiale usato anche nei giubbotti antiproiettile, e Gore-Tex, la membrana sintetica contemporaneamente impermeabile e traspirante. Le bombole sono in fibra di carbonio e alluminio, resistenti e leggere, circa 2,7 chili l’una; forniscono due litri d’ossigeno al minuto con un’autonomia di 6 ore e mezza. Dopo la conquista, la vetta dell’Everest è diventata sempre più affollata. Il 10 maggio ’93, quaranta scalatori (32 uomini e 8 donne), appartenenti a 9 spedizioni di 10 Paesi diversi, raggiunsero nello stesso giorno la vetta. Erano più di quante non vi fossero arrivate nei 20 anni successivi alla conquista del ’53. Purtroppo, gli appassionati della vetta numero uno si sono lasciati alle spalle cumuli d’immondizia. Due anni fa il governo nepalese ha iniziato a bonificare il tetto del mondo, raccogliendo circa cento tonnellate di materiale. Un team italiano, in una recente missione, ha raccolto 28 tonnellate d’immondizia, stilando una statistica dei rifiuti lasciati dagli scalatori: 30% d’imballaggi (plastica, cartoni, sacchetti) e altrettanto di rifiuti organici; 20% di lattine, scatole metalliche, barattoli; 10% di vetro, e altrettanto di materiale vario come batterie e medicinali. Tra i rifiuti, anche bottiglie di champagne, confezioni di pâté, vino, carte da gioco, un pappagallo, una sveglia anni ’70. Ma non è solo l’inquinamento il problema più pressante. L’elevato numero di scalatori porta a un impatto ambientale fuori controllo. Le frane, per esempio: l’Everest è una montagna di formazione geologica molto recente. A 4.000/4.500 metri le zolle di terra non sono solidamente ancorate alla roccia, quando ci si passa sopra, calpestandole si staccano perché sono tenute insieme solo da lichene. E così alla prima pioggia la zolla sarà dilavata e sparirà. Unica soluzione: camminare solo sul tracciato. Altro problema è l’indotto turistico della scalata, di cui si avvantaggiano le popolazioni sherpa della valle del Khumbu. Alberghi e rifugi sono sorti come funghi, e i turisti amanti del rischio che vi si recano pretendono di fare una doccia al giorno, aumentando il consumo di combustibile. Benché una legge nepalese imponga che questo sia portato in quota dalle valli, agli imprenditori sherpa risulta più comodo tagliare gli alberi per fare legna, gratis. «E così», conclude Moro, «gli alberelli che hanno impiegato anni a crescere a quelle altitudini spariscono. E aumenta il rischio di frane». Oggi Tsering Gyaltsen, 32 anni, nipote di Norgay, vuole aprire un Internet café a 5.300 metri, sul ghiacciaio di Khumbu: permetterà agli scalatori di collegarsi alla Rete, e agli sherpa di far conoscere la propria cultura e raccogliere fondi per ripulire la montagna. Forse Sir Hillary apprezzerà l’iniziativa che cerca di ridare un po’ di candore a monti non più inviolati. Roberto Antonini