Mario Torre, Macchina del Tempo, maggio 2003 (n.5), 14 novembre 2003
Il timore della sovrappopolazione mondiale è infondato. questa la conclusione dell’ultimo e più autorevole rapporto sulla demografia prodotto ogni due anni dalle Nazioni Unite
Il timore della sovrappopolazione mondiale è infondato. questa la conclusione dell’ultimo e più autorevole rapporto sulla demografia prodotto ogni due anni dalle Nazioni Unite. Quello appena pubblicato traccia un quadro del tutto nuovo rispetto ai precedenti: il tasso di natalità - sostiene il rapporto - entro il 2050 diminuirà in tutto il mondo fino ad attestarsi ai livelli occidentali attuali e questi ultimi, Italia compresa, scenderanno ancor di più rispetto ai valori di oggi. La paura del sovraffollamento della Terra ha dominato gli incubi degli esperti di demografia e ambiente per decenni. Ci vollero 10.000 anni perché la popolazione mondiale raggiungesse un miliardo di individui nel 1800, ma soli cento anni per raddoppiare a due miliardi, e meno di un altro secolo per triplicare e raggiungere i 6 miliardi di individui: sulla scorta di questi dati, secondo i demografi il mondo avrebbe contato 10 o 11 miliardi di abitanti entro la metà di questo secolo, scatenando una serie di immensi problemi a livello di risorse alimentari, idriche ed energetiche. Gli ultimi risultati del rapporto Onu rivelano, invece, dati decisamente diversi. Joseph Chamie, direttore dei demografi che hanno messo a punto il nuovo rapporto dell’Onu, ha detto: «Le previsioni di fertilità per il 2050 davano, appena due anni fa, 2,1 figli per donna: oggi, invece, le previsioni per metà secolo sono di 1,85 bambini». Oggi la media dei figli messi al mondo per ogni donna è di 2,7 ma in Occidente il valore è molto più basso. In Italia, per esempio, il tasso di natalità si aggira intorno all’1,2, in Gran Bretagna è di 1,6, in Russia 1,1. Da qui al 2050, quindi, la popolazione dovrebbe arrivare a 8 miliardi per poi cominciare a rallentare in maniera sempre più significativa fino ad assumere un andamento decisamente negativo: nel 2075 potrebbe essere crollata già di mezzo miliardo di persone. Oggi la popolazione mondiale ha raggiunto i 6,25 miliardi di persone. In realtà questo valore supera di circa 800 milioni la stima fatta dall’Onu nel 1990. Ma fu proprio dagli anni Novanta che il tasso di crescita ha iniziato a rallentare così che dai 95 milioni di uomini che si aggiungevano annualmente al Pianeta si è passati oggi a 77 milioni. Ci sono 6 Paesi che da soli sono responsabili di metà dell’attuale crescita. L’India, per esempio, con 16 milioni di persone, la Cina con 9, il Pakistan e la Nigeria rispettivamente con 4, il Bangladesh con 3 e l’Indonesia con 2. Emblematico, invece, è il caso di alcuni Paesi dove il tasso di crescita è stato tagliato brutalmente. Ad esempio, negli anni ’70 in Thailandia le donne avevano cinque figli a testa, negli ultimi anni la media è di appena due. Lo studio Onu sottolinea il caso iraniano, dove all’inizio degli anni ’80 la media era di 6,5 figli a famiglia, mentre oggi è sceso a 2,7. Un trend negativo al quale si rifanno anche altri Paesi, dall’Indonesia al Brasile, dalla Cina all’India. Nella penisola indiana, ad esempio, si è passati da 5,43 a 2,97 in 30 anni, mentre una donna cinese oggi ha in media 1,8 figli contro i 3,32 negli anni ’70. Un fenomeno dovuto in parte alla crescita del benessere economico e in parte alla diminuzione della mortalità infantile. Non c’è dubbio che tra i fattori che hanno contribuito al calare della crescita demografica vi sono una maggiore distribuzione dell’acqua potabile - ma si è ben lontani dall’averla portata ovunque - e una maggiore diffusione delle cure mediche. Ma dell’immensa folla dei giovani tra i 15 e i 19 anni che vivono nei Paesi in via di sviluppo, più della metà non ha concluso le scuole di base. Nell’Asia Meridionale e nell’Africa Centro-Occidentale gran parte dei bambini delle famiglie più povere non è mai entrata in una scuola. Un dato più confortante viene dall’America Meridionale, dove, almeno in teoria, tutti i bambini completano la scuola di primo grado, anche se oltre la metà abbandona subito dopo. E vi è anche un altro dato di squilibrio: quello relativo al grado di istruzione tra uomini e donne. Sempre in Asia e in Africa Centro-Meridionale sono circa il 31% le donne che non hanno mai ricevuto un’istruzione, contro il 18% degli uomini. Il calo demografico ha portato una maggiore disponibilità di cibo per ogni singola persona. Altero Matteoli, ministro dell’Ambiente, ha commentato così i dati: «La capacità di carico del pianeta non è infinita, ma il rapporto mostra che nel periodo tra il 1961 e il 1998 la quantità di cibo mondiale a disposizione dell’uomo è aumentata del 24%. Grazie poi all’evoluzione delle pratiche agricole e all’incremento delle rese per ettaro, tale quantità di cibo viene prodotta con un minore utilizzo di terre coltivabili». Un quadro ottimistico a cui fanno da contraltare due voci. Da un lato il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, nel presentare il rapporto su ”Agricoltura mondiale: orizzonte 2015-2030’’, sostiene: «Da qui al 2015, la disponibilità alimentare pro capite aumenterà e si alleggerirà l’incidenza della sottoalimentazione nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo ma, nonostante i miglioramenti previsti dal rapporto, fallirà l’obiettivo del World Food Summit del 1996 di dimezzare il numero degli affamati entro il 2015. Secondo le ultime proiezioni, infatti, l’obiettivo non verrà raggiunto nemmeno per il 2030: da 800 milioni di sottonutriti al giorno d’oggi, si arriverà, tra 27 anni, ad averne 440 milioni». Secondo l’agenzia Onu, l’assenza di un’azione coordinata su scala mondiale manterrà certe parti dell’Asia meridionale in situazione precaria, mentre la sottoalimentazione dell’Africa sub-sahariana potrà addirittura peggiorare. Altri pessimistici pareri, poi, giungono da alcuni dei ricercatori che hanno steso il rapporto sulla popolazione. Per questi, infatti, i dati numerici del calo demografico sono solo il lato positivo della medaglia che nasconde quello negativo con molti problemi già oggi particolarmente spinosi. La crescita rapida e non equilibrata della popolazione e lo sviluppo economico dell’ultimo secolo, infatti, sono stati accompagnati da un forte degrado dell’ambiente fisico terrestre. Una perdita dimostrata da alcuni dati messi in rilievo dallo stesso rapporto: la perdita dello strato fertile del suolo nel ventesimo secolo è paragonabile a quella dei mille anni precedenti; l’uso dell’energia nei 100 anni appena trascorsi è stato pari a 10 volte quello degli ultimi mille; se poi la produzione alimentare mondiale è aumentata a un tasso superiore a quello della popolazione, va sottolineato che la crescente scarsità e il degrado delle risorse agricole e ambientali gettano seri dubbi su quanto a lungo la produzione alimentare potrà superare l’incremento demografico. Il documento dell’Onu indica poi che la popolazione e i cambiamenti demografici interagiscono con i cambiamenti ambientali e lo sviluppo economico in diversi modi. Per esempio, la crescita di alcuni tipi di inquinamento è il sottoprodotto di una crescente produzione pro capite di beni di consumo. E a questo proposito va ricordato che i Paesi più ricchi, nei quali vive solo il 20% della popolazione, danno vita all’86% del consumo privato mondiale, mentre il 20% dei Paesi più poveri arriva a mala pena all’1,3%. Un bambino che oggi nasce in un Paese industrializzato, nel corso della sua vita consumerà tanto quanto 40 bambini nati nei Paesi in via di sviluppo. L’enorme gap tra i consumi dei paesi ricchi e quelli dei paesi poveri finisce per ricadere sulle risorse naturali. Lo sfruttamento dei combustibili fossili è quadruplicato durante gli ultimi 50 anni, mentre il consumo di legname per fini industriali o domestici supera del 40% il livello di 25 anni fa. I consumi dei prodotti di origine forestale di un individuo medio di un paese industrializzato superano di tre volte quelli di un suo corrispettivo residente in un Paese in via di sviluppo. C’è poi un altro dato da considerare. La distribuzione della popolazione sul pianeta. Nel 1900 l’86% della popolazione mondiale viveva nelle campagne, mentre solo il 14% nelle città, nel 2000 la popolazione rurale è scesa al 53% e gli abitanti delle città sono il 47% del totale. Le proiezioni dicono che nel 2030 oltre i 3/5 della popolazione mondiale vivranno in città, praticamente tutto l’aumento della popolazione che ci si attende tra il 2000 e il 2030 sarà concentrato nelle aree urbane, questo porta la richiesta di energia a valori difficilmente calcolabili, con effetti sull’inquinamento altrettanto difficili da prevedere. La necessità di nutrire una popolazione crescente, poi, ha sottoposto a uno stress sempre maggiore l’approvvigionamento idrico in molte parti del mondo. I dati del problema dell’acqua rimangono allarmanti anche nell’ultimo rapporto Onu. Ogni giorno 30.000 persone (la maggior parte bambini) muoiono, direttamente o indirettamente, per la mancanza di acqua potabile, mentre sono 800 milioni coloro che non hanno neanche il rubinetto in casa. La situazione è più grave di quel che i dati possono suggerire, infatti la disparità di acqua a disposizione dell’uomo è impressionante: un nordamericano, per esempio, arriva a consumare 1.700 metri cubi di acqua al- l’anno, in Africa la media è di appena 250 metri cubi e la tendenza è in netta diminuzione. Oggi, in media, ogni abitante del Pianeta consuma il doppio di acqua rispetto all’inizio del ’900, ma in Africa, negli ultimi 50 anni, la disponibilità è diminuita di tre quarti. Attualmente un miliardo e 300 milioni di persone non ha accesso all’acqua potabile ma saranno 3,4 miliardi quelli in queste condizioni nel 2025-2035. Tra le aree dove la situazione diverrà drammatica nell’arco di un decennio ci saranno il Medio Oriente e l’Asia. Tra i rovesci della medaglia anche l’incubo Aids: tra i fattori che hanno portato gli esperti dell’Onu a tagliare di 400 milioni di persone la popolazione nel 2050, rientra anche la diffusione dell’Hiv, il cui contagio sembra diffondersi più velocemente rispetto al previsto. Ma come sarà composta la popolazione quando avrà raggiunto il top della sua crescita? Secondo le ultime stime Onu i giovani alla ricerca di lavoro e che avranno 24-25 anni saranno circa un miliardo e 600 milioni, mentre le persone con più di 60 anni triplicheranno, passando dagli attuali 573 milioni a 1,97 miliardi, spostando l’ago dall’attuale 9-10% della popolazione complessiva al 22-23%. Se da un lato quindi, la diminuzione del tasso di crescita rallenta il problema del sovraffollamento, dall’altro l’aumento dell’aspettativa di vita ne creerà un altro: ci saranno sempre meno lavoratori a mantenere sempre più anziani, con costi oggi imprevedibili per pensioni e servizi medici. Mario Torre