M. T., Macchina del Tempo, maggio 2003 (n.5), 14 novembre 2003
Gli ultimi dati dicono che, salvo un maggior flusso di monossido di carbonio, l’attività delle emissioni gassose sta tornando alla normalità
Gli ultimi dati dicono che, salvo un maggior flusso di monossido di carbonio, l’attività delle emissioni gassose sta tornando alla normalità. Non è però da escludere che nuove sacche di gas si stiano formando tra le rocce dei fondali marini che circondano l’isola di Panarea, e quanto è successo negli ultimi mesi aveva fatto temere qualcosa di più grave. Durante la notte del 3 novembre 2002, i pescatori che si erano allontanati dall’isola per gettare le reti notarono che quella notte il mare aveva un aspetto diverso: era come se bollisse. Una nebbiolina ne ricopriva la superficie e un acre odore di zolfo permeava l’aria. Alla luce delle lampade decine e decine di pesci giacevano morti sul pelo dell’acqua. Il mistero sembrò avere un’immediata risposta quando i pescatori scoprirono, con sorpresa, bolle di gas che superavano il metro di diametro salire dal mare. Ben conoscevano le emissioni di vapori di quell’area, ma questa volta si trovavano di fronte a un evento di intensità superiore al normale. Si saprà poi che superava di 500 volte il suo standard e che le emissioni provenivano da cinque zone a profondità variabili tra 8 e 30 metri. Il risveglio turbolento dell’Etna risaliva a poche settimane prima e dunque un certo timore iniziò a diffondersi tra la gente. Al mattino furono allertati la Protezione civile e l’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) di Palermo. L’area, a est di Panarea, si innalza dal fondo del mare per circa 1.500 metri e occupa 460 kmq. Le emissioni di gas e il rilascio di fluidi geotermici sono noti da sempre ai ricercatori, ma durante le ultime settimane di ottobre uno sciame sismico di magnitudo attorno a 3,1, concentrato proprio attorno all’area delle bolle, aveva attirato l’attenzione dei tecnici dell’INGV. Purtroppo, da quando giunsero le prime voci di un fenomeno anomalo in mare fino all’arrivo dei ricercatori sul posto passarono circa 30 ore. In quel lasso di tempo qualcosa di strano era avvenuto sui fondali. Una notevole depressione a forma di cucchiaio, infatti, si era formata sul fondo da cui sgorgava la colonna gassosa più intensa che dava origine in superficie alle bolle gassose più grandi. I primi rilievi portarono a ipotizzare che il gas intrappolato tra le rocce del fondale fosse solo sfuggito violentemente e rapidamente, così da far collassare il fondale marino. Inoltre apparve chiaro che il fenomeno era da imputare a una frattura collegata a un movimento tettonico sul fondo del mare. Si calcolò che nei giorni di massima attività venivano emessi 9 milioni di metri cubi di anidride carbonica, centinaia di volte più dello standard. Campioni di gas, acqua e materiale roccioso del fondale sono stati analizzati dai laboratori dell’INGV. Dai risultati non è emerso alcun indizio allarmante. Dice Francesco Italiano, ricercatore all’INGV di Palermo, che svolge attività di monitoraggio da tempo: «Abbiamo eseguito rilevamenti termici, strutturali e geologici. Secondo i risultati, la situazione sta tornando alla normalità dopo l’apice del fenomeno che è coinciso con la manifestazione iniziale». Solo il pH dell’acqua, cioè la sua acidità, è ancora leggermente diverso rispetto allo standard, così come le emissioni di ossido di carbonio. La temperatura dell’acqua sui punti di fuoriuscita del gas, invece, non è molto diversa da quella rilevata in altri punti dell’area. Dunque gli abitanti di Panarea non devono preoccuparsi più di tanto. Il timore dei geologi dell’INGV era di incontrare tracce di magma nelle emissioni di gas, sintomo di un suo movimento e forse avvicinamento alla superficie. Ma nulla di questo è stato scoperto, il che ha escluso una possibile eruzione sottomarina in tempi brevi e, ancor più, un’eruzione sull’isola di Panarea. Ma cos’è Panarea? è la più piccola delle isole Eolie e rappresenta la parte affiorante di ciò che resta di uno dei più grandi e antichi vulcani dell’arcipelago, attualmente sede solo di fenomeni tardo-vulcanici come le emissioni gassose. Il vulcano era già attivo 600.000 anni fa e le sue più recenti eruzioni sono vecchie di quasi 100.000 anni, anche se, nel 126 a.C., un’eruzione fu descritta da Strabone. Alla base di questi fenomeni c’è la collisione in atto tra la placca africana e quella eurasiatica, che si stanno avvicinando l’una all’altra a una velocità media di 0,6 mm all’anno, con la prima che si infila e si fonde sotto la seconda. M. T.