Varie, 12 novembre 2003
DURNWALDER
DURNWALDER Luis Pfalzen (Bolzano) 23 settembre 1941. Politico. Presidente della provincia autonoma di Bolzano • « così popolare e tiene così saldo tra paffute dita lo scettro del potere sud-tirolese da permettersi tutto. [...] Si alza all’alba, arriva in ufficio alle sei e un quarto, fa ambulatorio fino alle otto ricevendo chiunque si mette in fila e tira diritto fino a sera accumulando giunte, rinfreschi, riunioni, pranzi, incontri con gli agricoltori o delegazioni estere e appuntamenti su e giù per la provincia che conosce valle per valle, maso per maso, per poi finire a tirar tardi sotto le volte della Felsenkeller, la cantina sociale della Provincia dentro la montagna a Laimburg che talvolta magnifica strizzando l’occhiolino e calcando apposta sulle consonanti taglienti: ”Per farre quezta belizzima grotta abbiamo usato diecimila chili di tritolo. Si sa che noi tirolesi col tritolo abbiamo esperienza! Ah! Ah!”. Non ride: tuona. [...] ’Durni’, come viene chiamato con un’affettuosa amputazione del cognome, non ha mai badato troppo a certe cose. Semmai si è sempre vantato, al contrario, di avere quella durezza furba da contadino: ”Scarpe grosse e cervello fino”. Figlio di un agricoltore montanaro di Falzes, in val Pusteria, è rimasto legato al paese come un’edera a un mattone e ci passa oggi le vacanze in una bella casa dove, quando è presente, issano la bandiera sul pennone: il Presidente c’è. Gran camminatore, passa i ritagli di vacanze andando a raccogliere mirtilli e porcini ma soprattutto andando a caccia: ”Solo ungulati: ne abbiamo troppi, ormai siamo a 16 mila cervi, è necessario abbatterne un po’”. Buona mira, ha le pareti di casa coperte di corni: ”Tanti corni, niente corna!”, ghigna. L’infanzia, però, nel maso di famiglia isolatissimo, fu dura davvero: ”Io dico sempre: eravamo sette vacche e undici fratelli!”. Trequarti d’ora per andare a scuola a piedi in una sola aula che ospitava sette classi, un’ora per andare a messa: ”Papà, dicevo, il maestro dice che dovrei studiare. Neanche a parlarne: troppo poveri. Meno male che ebbi la vocazione. E mi fecero studiare i frati”. Aveva già il nome pronto: fra’ Norbertus. Lasciato il saio, finì invece per andare a studiare a Vienna, laurearsi a Firenze in agraria e prendere una seconda laurea in giurisprudenza a Innsbruck. Degli anni francescani, passati all’Abbazia di Novacella, un tempio per chi ama il Müller Thurgau, il Sylvaner o il Weissburgunder, conserva la passione (moderata) per il vino (’anche se non è che me ne facessero bere”) , l’abitudine della sveglia all’Ora Prima e l’odio per i canederli: ”Ne ho mangiati troppi da piccolo, lo so ben che sono tirolesi ma ne ho mangiati troppi...”. Più di tutto, però, gli è rimasta l’impronta da fratacchione gioviale e infaticabile. Che conosce una a una tutte le pecorelle. E di tutte ricorda miracolosamente tutto. Nato nel 1941, non ha conosciuto direttamente le angherie del fascismo se non nel nome che all’anagrafe, prima dell’agognata correzione in Luis, era Luigi: ”Il cognome no, non ce lo cambiarono. In compenso storpiarono il nome della contrada dalla quale prendiamo origine: Durnwald, che diventò ’Durna di Selva’. Ridicolo”. Tedeschissimo nel nome, nel cognome, nell’aspetto che sarebbe piaciuto al Dürer, profondo conoscitore del mondo rurale sudtirolese e gran giocatore di ’Watten’, una specie di briscola. [...] Politica del dialogo, che avviò appena al potere liberandosi di falchi tipo Alfons Benedikter, rinunciando alla guida della Svp (’Io volevo essere il presidente di tutti: italiani e tedeschi”) e guadagnandosi il soprannome di ”Gorbaciov sudtirolese”. Ma merito anche, ammette, di Sylvius Magnago: ”Io ho potuto aprire perché lui, per anni, aveva raddrizzato un cumulo di ingiustizie contro i sudtirolesi ed era stato costretto a togliere qualcosa agli italiani. Per me, onestamente, è stato tutto più facile”. Ha perso un po’ di voti tra i duri del suo gruppo etnico? Spallucce: ”A uno non va bene una strada, a uno non va bene una concessione... Cose così... Ideologia poca”. Pragmatico fino in fondo, mostrò di che pasta era fatta la sua fede sudtirolese nei giorni in cui l’Austria tentò di fare la furbetta per tenersi l’Uomo di Similaun, la mummia trovata qualche anno fa quasi al confine col Tirolo austriaco: ” nostro. Fine. E per riaverlo sono disposto chiedere aiuto a Roma”» (Gian Antonio Stella, ”Corriere della Sera” 12/11/2003).