varie, 12 novembre 2003
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Ali Monica
• Dhaka (Bangladesh) 20 ottobre 1967. Scrittrice • «Graziosa, cauta e consapevole dei propri mezzi. [...] Nata in Bangladesh e da lì fuggita con la famiglia all’epoca della scissione dal Pakistan, è cresciuta nella cittadina industriale di Bolton nel Nord dell’Inghilterra, si è laureata a Oxford, ha lavorato nell’editoria, si è sposata, ha avuto due figli, ha mandato i primi due capitoli di un romanzo che doveva intitolarsi (e in italiano si intitolerà) Sette mari tredici fiumi a un amico editor e una settimana dopo si è ritrovata in mano un contratto e un nuovo titolo, Brick Lane, molto più in sintonia con il clima culturale del momento. Perché quando si parla delle nuove star letterarie dell’universo anglofono i casi sono due: o vengono dagli Stati Uniti come Jonathan Franzen e Jonathan Lethem, e usano l’arte della narrativa per lavorarsi le nevrosi della società americana, o dall’Inghilterra come Monica Ali e Zadie Smith, e in modo più o meno consapevole partecipano al gioco di celebrare il multiculturalismo come vaccino contro le tensioni di una società sempre più multirazziale. E questo in parte spiega l’entusiasmo dell’establishment britannico per un romanzo piacevole senza essere innovativo come Sette mari tredici fiumi. Monica Ali, naturalmente, ne è consapevole: ”Mi hanno chiesto spesso se ho voluto scrivere un romanzo multiculturale per dar voce alla comunità nascosta dietro l’area di Brick Lane che oggi attira tanti nuovi investimenti e gente giovane. Ma la mia risposta è no: la storia è nata da due personaggi che avevo in mente e basta”. I personaggi sono Nazneen e Chanu, il cui matrimonio combinato fa da filo conduttore a questa classica storia d’immigrazione, che, come scrive Gary Shteyngart in un altro romanzo del momento, Il manuale del debuttante russo, ci ricorda che ”la destinazione finale di ogni immigrato è un posto migliore dove essere infelici”. La remissiva Nazneen lascia il Bangladesh a 18 anni per sposare Chanu, un perdente pieno di inutili diplomi che ha due volte la sua età e sogna l’integrazione. Gli dà due figlie, impara l’inglese, si arrangia a fare la sartina, s’innamora di un giovane agitatore musulmano e alla fine lascia l’uno e l’altro per rimanere sola a Londra con le figlie. ”Quando mia madre sposò mio padre, che era un funzionario statale, c’erano pochi asiatici nella zona ed erano tutti professionisti. stato otto anni dopo, quando tornò con me e mio fratello da Dhaka terrorizzata che non ci lasciassero partire, che si accorse di come l’ondata di immigrazione asiatica nel Nord dell’Inghilterra avesse fatto precipitare gli standard dell’accettabilità sociale. Ovviamente la mia prima preoccupazione da bambina fu quella di integrarmi. Ma la verità è che sono rimasta sempre un’altra cosa, né inglese né bengalese. E questo, per uno scrittore, è un vantaggio immenso: consente di osservare il mondo rimanendo nell’ombra”. Non tutti i suoi lettori sono d’accordo, però. ”Alcuni bengalesi hanno reagito dicendo: ma chi credi di essere tu, per scrivere di noi quando appartieni a ’loro’? E altri invece si sono riconosciuti. Ma quello che mi ha fatto più piacere è la reazione delle casalinghe inglesi che hanno letto il mio libro semplicemente come un romanzo sulla famiglia”» (Livia Manera, ”Corriere della Sera” 12/11/2003).