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 2003  novembre 11 Martedì calendario

BONOMI BOLCHINI Anna Milano 23 novembre 1910, Milano 24 aprile 2003. «’Signora della Borsa”, ”Padrona di Milano”, ”Regina dei dané”

BONOMI BOLCHINI Anna Milano 23 novembre 1910, Milano 24 aprile 2003. «’Signora della Borsa”, ”Padrona di Milano”, ”Regina dei dané”. Insomma, mito della finanza negli anni ruggenti del boom [...] Difficile immaginare una vita più atipica e insieme capace di raccontare un’epoca: l’infanzia da Cenerentola, l’eredità favolosa di palazzi e aree edificabili, la costruzione tenace e controversa di un impero che fra immobili, assicurazioni, banche, finanza le guadagna il primato di donna più ricca d’Italia. E il declino segnato dai rapporti troppo stretti con protagonisti dell’Italia dei misteri come Michele Sindona e Roberto Calvi. Infine l’addio agli affari, più di vent’anni fa, con l’eredità lasciata a Carlo. Un’uscita di scena che non ha però significato la pensione, bensì l’impegno nella beneficenza e nelle attività sociali. ”A volte andavo a scuola con solo mezza mela per merenda”, ha ricordato così, in passato, i suoi primi anni. Figlia naturale di Carlo Bonomi, che con i fratelli Angelo e Vittorio aveva contribuito a rendere ancora più grande un impero edile che risale alla prima metà del secolo XIX, trascorre l’infanzia con la madre e il padre adottivo, falegname, al secondo piano di un palazzo di Corso Indipendenza. Ciò non significa però che Carlo sia assente. Anzi. La futura Signora della Borsa va a scuola dalle Marcelline, non sempre (si dice) con risultati eccellenti. E, a 16 anni, riceve in regalo una villa. per così dire il primo mattone. Poi si sarà il matrimonio nel ’29 con Dino Campanini, figlio di un famoso architetto dell’epoca Liberty, dal quale avrà i tre figli. In seguito, dopo l’annullamento delle nozze da parte della Sacra Rota, sposerà l’avvocato Giuseppe Bolchini. Nel ’40, quando Anna ha più o meno 30 anni, arriva l’eredità. Favolosa: 154 palazzi, una bella fetta di Milano. Concentrata soprattutto fra la Stazione Centrale e intorno a Piazza Cinque Giornate. E poi cantieri già aperti e attivi, aree edificabili che si riveleranno un tesoro. Lei sa benissimo che non sono ”cose da donna”. E qui la sua vita anticipa l’epoca, assume un risvolto che più atipico non si può. Nella Milano ”durissima” ma dove gli affari si concludono ancora con una stretta di mano, dove le compravendite sono scandite dai ”pagherò” firmati su pezzi di giornale o su mattoni nei cantieri, lei decide di non affidare ad altri il timone. Lo tiene per sé. Donna fra gli ingegneri, gli agenti di cambio, i geometri, i banchieri. E sarà la regina, in un mondo governato solo dai re. Assume dunque la presidenza della Beni Immobili Italia, società fondata dal padre nel ’18. la base sulla quale fonderà la sua ascesa e la sua fama nelle cronache finanziarie degli anni Sessanta e Settanta. In campo immobiliare costruisce il grattecielo Pirelli e la prima città satellite, Milano San Felice. Ristruttura grandi edifici come la sede della Montecatini in via Turati e il palazzo della Banca nazionale del Lavoro in piazza San Fedele. Apre cantieri anche a Parigi, Montecarlo e Città del Messico. Nel ’68 è premiata: cavaliere del lavoro. Nelle motivazioni affiora un aspetto che rafforzerà soprattutto anni dopo: ”Per onorare la memoria del padre creò nel 1941 l’istituto ’Le Carline’, che raccoglie e ospita 60 bambine, provvedendo alla loro assistenza sino alla maggiore età”. Dal mattone diversifica: nel ’60 fonda la Postal market, che interpreta con le vendite per corrispondenza la nuova maturità dei consumi made in Italy. E si lancia alla conquista della Borsa. Dispone sempre di una consistente liquidità che le permette di fare ”razzia” nel listino. Si affida a un mago come l’’Aldo”: è lui, Ravelli, il re dei ribassisti, uno dei primi veri corsari delle corbeilles meneghine, che è e sarà operatore di fiducia di personaggi del calibro di Attilio Monti, Serafino ferruzzi, Raffaele Ursini. Ed ecco prendere forma l’impero: banche (Credito varesino), finanziarie (Invest), industrie (Mira Lanza e Saffa), compagnie di assicurazioni (Milano, Italia, Fondiaria), aziende agricole (Sella & Mosca), fino al salto nel grande gruppo: la Montedison. Sono gli anni in cui la Signora della Borsa è seguita in ogni passo da un esercito di speculatori. Basta che qualcuno la veda a colazione al Savini o al Toulà perché si scatenino i classici rumors, le voci più disparate. Immancabilmente seguite da strappi nelle quotazioni di questo o quel titolo. Sono gli anni, dirà lei stessa, nei quali basta che la regina dei dané batta il pugno sul tavolo perché nei recinti degli affari tutto si fermi. E sono gli anni anche in cui Anna, carattere forte e dialetto milanese mai abbandonato, acquista quadri e porcellane, spoglia le aste, si aggiudica il castello di Paraggi, il suo sogno di bambina che il padre le negò dicendo ”non siamo abbastanza ricchi”. Resterà per sempre la sua dimora preferita, che affitterà in parte a Silvio Berlusconi. La Signora frequenta i salotti, si intrattiene con il re del cemento Carlo Pesenti (’Mi voleva sposare”) e anche uomini di finanza e cultura come Raffaele Mattioli: il banchiere-umanista l’accoglie nel suo studio e si intrattiene con lei per ore. Fuori c’è la fila. Ma a Milano, Anna Bonomi si lega anche ad ambienti ben diversi. Subisce il fascino di Sindona, e si lega per gli affari prima a lui, quindi a Calvi. Il suo nome finirà nel grande scandalo, insieme a quello dei bancarottieri e di Licio Gelli, il capo della P2. E sarà coinvolta nel processo per il crac dell’Ambrosiano. Nell’81 si ritira. Dirà più tardi: ”Io sono la Greta Garbo dell’industria italiana. Quando mi sono accorta che si passava dal muto al sonoro, ho capito che era ora di farmi da parte”. Lascia le redini dell’impero a Carlo. Che nell’85 viene ”scalato” da Mario Schimberni: il manager compra i pacchetti della holding dei Bonomi, la Bi-Invest, raccolti da Francesco Micheli e Paolo Mario Leati. L’impero costruito da Anna subisce un colpo irreparabile. In fondo è la fine di un’epoca. Della quale la Signora della Borsa è stata una grande attrice. Una vera primadonna» (Sergio Bocconi, ”Corriere della Sera” 25/4/2003). « stata unica, e non ce ne sarà un’altra in futuro. stata in assoluto una grande protagonista della finanza italiana, e proprio negli anni in cui più che un mercato piazza Affari era davvero una specie di Far West, fatto di colpi di mano, di tradimenti, di bilanci falsi e anche di P2 e di complotti. Lei stessa fu indicata dall’allora ministro del Tesoro, Ugo La Malfa, fra i cinque golpisti della Borsa. Gli altri, tanto per capire che razza di combattente era Anna Bonomi, si chiamavano: Michele Sindona, Roberto Calvi (che la coinvolgerà nelle trame della P2), Eugenio Cefis e Carlo Pesenti. Insomma, non è stata una che ”lavorava” nella finanza. Era una signora erede di una grandissima fortuna (ereditata lasciato il padre naturale Carlo Bonomi), che si era buttata negli affari tormentati di quegli anni, rischiando ogni volta centinaia di miliardi o investendone altrettanti. [...] Memorabile lo scontro con Michele Sindona, da cui voleva rilevare la Generale Immobiliare, la più grande società del genere esistente in Italia. Sindona, per cederla, voleva 1250 lire per azione. Lei, dopo lunghissime trattative, era arrivata a offrire 1200 lire. Si racconta di una furiosa lite ai piedi della scaletta di un aereo per quelle 50 lire di differenza. Sindona non cedette, lei nemmeno e l’affare non si fece. Ambiziosissima, ma non sventata, attenta ai conti. Ma la sua vera grinta venne fuori nell’85, quando Francesco Micheli e Paolo Mario Leati si misero a scalare il figlio Carlo, cioè la Bi-Invest. Nel giro di poche ore decise che non era possibile lasciare accadere una cosa del genere, trovò cinquanta miliardi e si lanciò sul mercato comprando a tutto spiano azioni Bi-Invest. Si dice che, a un certo punto, ne avesse più lei degli scalatori. Ma alla fine la Bi-Invest andò a Micheli e Leati, che poi la girarono a Schimberni, presidente della Montedison (di cui peraltro la Bi-Invest, attraverso Gemina, dove era raccolta la cosiddetta ”ala nobile del capitalismo italiano”, era azionista). E proprio nell’85 si conclude l’avventura dei Bonomi. La madre ritorna nel suo auto-esilio alla Postal Market e il figlio Carlo (ben introdotto presso la casa reale dei Windsor) trasferisce tutti i suoi interessi a Londra e non si occupa più di affari italiani» (Giuseppe Turani, ”la Repubblica” 26/4/2003). «Era la milanese per eccellenza, con gioielli da favola, abiti elegantissimi, una certa voluta rozzezza nell’eloquio ed un impero di immobili, attività finanziarie, industrie e banche. [...] La donna che compariva alle prime della Scala negli Anni 50 e 60 calamitando tutti gli sguardi su di sè, come fosse una star o una regina» (Fiorella Minevino, ”La Stampa” 26/4/2003).