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 2003  novembre 10 Lunedì calendario

PLINIO IL VECCHIO

«Megastene scrive che in India i serpenti raggiungono una grandezza tale che riescono a ingoiare cervi e tori interi; Metrodoro racconta che nel Ponto, presso il fiume Rindaco, essi inghiottono, dopo averli aspirati, gli uccelli che volano al di sopra di loro, per quanto in alto e velocemente. rimasto famoso quel serpente, lungo 120 piedi, che, durante le guerre puniche, presso il fiume Bagrada fu preso d’assalto, come se si trattasse di una città, dal comandante Regolo con balliste e macchine da guerra la sua pelle e la sua testa furono conservate a Roma in un tempio fino al periodo della guerra di Numanzia. Conferma-no questi fatti i serpenti chiamati boa, i quali in Italia raggiungono dimensioni tali che nello stomaco di uno di questi, ucciso sul Vaticano al tempo dell’imperatore Claudio, fu trovato un bambino tutto intero. Come primo nutrimento succhiano latte di vacca (bos in latino, ndr) e da questo derivano il loro nome».

VALERIO MASSIMO
«E poiché abbiamo parlato di fenomeni che vanno oltre la normalità, facciamo qui menzione anche del serpente, di cui ci ha narrato in modo particolareggiato e a un tempo con eleganza Tito Livio: egli afferma, infatti, che in Africa, presso il fiume Bagrada, ce n’era uno di proporzioni così smisurate da impedire ai soldati di Attilio Regolo di usarne le acque. Il mostro aveva divorato con le sue enormi fauci molti soldati e molti ne aveva percossi con le volute della coda: e non potendo la sua corazza essere perforata dalle armi, colpito alfine con numerosi proiettili di balestra e da pesanti pietre, giacque morto; e parve a tutte le coorti e legioni ancor più pauroso della stessa Cartagine: inquinatasi col suo sangue l’acqua e contaminatasi l’aria nella zona circostante per il lezzo che promanava dalla sua carogna, i roma-ni furono costretti a spostare l’accampamento da quel luogo. Lo storico aggiunge poi che la carcassa del mostro, lunga 120 piedi, fu mandata a Roma».

FLORO
«Sotto il comando di Marco Attilio Regolo, già la guerra si dirigeva verso l’Africa. Né mancava chi veniva meno per il terrore al solo nome del mare Punico, anzi aumentava ancora la paura l’episodio del tribuno Nauzio a cui il comandante, minacciandolo con la scure impugnata, se non avesse ubbidito, ispirò il coraggio di navigare, incutendogli il timore della morte. Subito quindi i romani si affrettarono a forza di remi e spinti dai venti; e tanto spavento generò nei Cartaginesi l’arrivo dei nemici che quasi fu presa cartagine a porte aperte. La guerra cominciò con la presa della città di Clipea, la prima che appare dalla costa Cartaginese come una rocca e un posto di vedetta. Questa e più di trecento città fortificate furono devastate. E si combattè non solo con gli uomini, ma anche coi mostri, poiché un serpente di smisurata grandezza, come se fosse nato per vendicare l’Africa, devastò gli accampamenti posti presso il Bagrada. Ma Regolo, vincitore di tutti, avendo sparso ampiamente il terrore del suo nome e avendo ucciso o presi prigionieri molti giovani coi loro stessi comandanti, mandò innanzi a Roma la flotta carica di una gran quantità di preda e del bottino del trionfo. E già stringeva d’assedio la stessa capitale della guerra, Cartagine, e stava proprio vicino alle porte. In questo momento la buona sorte abbandonò per un poco i nostri, tanto perché vi fossero prove del valore romano, la cui grandezza appare sempre nelle calamità».

OROSIO
«Regolo, al quale era stato conferito l’incarico di continuare la guerra, marciò con l’esercito e pose il campo non lontano dal fiume Bagrada. Qui molti soldati, che erano scesi al fiume per rifornirsi d’acqua, furono divorati da un serpente di eccezionale grandezza: perciò Regolo decise di andare con l’esercito a combattere la bestia. Ma a nulla servirono i giavellotti e ogni sorta di proiettili che gli scaricavano addosso, giacché, come se avessero colpito una ”testuggine” formata dagli scudi inclinati, i giavellotti scivolavano sulla mostruosa compagine delle squame, respinti in un modo sorprendente dal corpo della bestia, che non riuscivano minimamente a offendere. Perciò Regolo, vedendo che un gran numero dei suoi soldati era dilaniato dai morsi del serpente o atterrato dai suoi attacchi furibondi o anche tramortito dall’alito pestilenziale, fece entrare in azione le balliste, le quali, colpendo con sassi grossi come macine la spina dorsale della bestia, spezzarono tutta l’articolazione del suo corpo. Questa è infatti la natura del serpente, che mentre sembra privo di piedi, è però provvisto di squame e di costole, che sono disposte uniformemente dalla sommità del collo fino in fondo al ventre e che, quando si muove, gli servono le prime quasi da unghie e le seconde da zampe. Il serpente non è come il verme, che non possiede una spina dorsale consistente e può muoversi in linea retta solo espandendo e contraendo a ogni passo i segmenti del suo corpicciolo: il serpente volge attorno i suoi fianchi sinuosi e li tende alternativamente nello sforzo, di modo che, incurvando esternamente la spina dorsale, riesce a tendere anche la rigida intelaiatura delle costole, alla cui sommità la natura ha fissato direttamente le squame che gli servono da unghie. Così ripetendo celermente questi movimenti, non soltanto riesce a strisciare in piano, ma può anche procedere in salita, fornito, sì può dire, di tante zampe, quante sono le costole. Questa conformazione fa si che in qualunque parte del corpo, dal ventre fino alla testa, il serpente sia colpito, rimane paralizzato e non è più capace di muoversi, giacché, dovunque il colpo arrivi, esso gli spezza la spina dorsale, che imprime il movimento delle costole e a tutto il corpo. Perciò anche questo serpente, che per tanto tempo nessun giavellotto aveva potuto scalfire, fu immobilizzato dal colpo di un sasso, di modo che i romani poterono attorniarlo e ucciderlo facilmente con le armi. La sua pelle, a quanto si dice misurava 120 piedi, fu portata a Roma e per qualche tempo suscitò la meraviglia di tutti».