Vito Tartamella Macchina del Tempo, luglio 2003 (n.7), 10 novembre 2003
«Numeri fortunati, numeri sfortunati, numeri speciali: moltissima gente pensa di potervi far affidamento
«Numeri fortunati, numeri sfortunati, numeri speciali: moltissima gente pensa di potervi far affidamento. Si tratta di un residuo moderno di un’antica superstizione. Fu intorno al 550 a.C. che Pitagora e i suoi discepoli nella Magna Grecia cominciarono a studiare la matematica per se stessa. Essi erano interessati a tutto ciò cui nell’universo si potessero attribuire dei numeri. Era un modo di connettere le parti più disparate del mondo, associando i moti planetari a una scala musicale e convertendo le quantità in forme geometriche. A differenza di noi, i pitagorici pensavano che i numeri non fossero dei semplici attributi delle cose: ogni cosa, per loro, era numero. I numeri avevano significati intrinseci. Non erano soltanto relazioni tra le cose. Da queste credenze di carattere religioso nacque una ricerca volta all’esplorazione dei numeri delle cose sotto tutte le forme possibili e all’identificazione di legami accidentali tra numeri in aree diverse della vita. Alcuni numeri avevano proprietà positive, altri negative. Alcuni dovevano essere tenuti segreti, altri potevano essere rivelati a tutti. Per renderci conto di come Pitagora fu condotto a questa grande fede nella numerologia dovremmo prendere in considerazione alcuni dei giochi che egli amava fare con i numeri. Uno dei suoi preferiti era l’individuazione della sequenza dei numeri triangolari. Possiamo così vedere come una semplice struttura numerica possa emergere in modo abbastanza naturale quando si appoggiano per terra dei ciottoli o altri oggetti simili. Se si dispongono una sotto l’altra delle righe formate rispettivamente da uno, due o tre... punti, si costruisce una progressione di numeri che hanno forma triangolare. Sommando riga per riga si ottiene la progressione dei numeri triangolari: 1, 1 + 2 = 3, 1 + 2 + 3 = 6, 1 + 2 +3 + 4 = 10, e così via. Ciò era particolarmente illuminante per i pitagorici perché i greci denotavano i numeri mediante lettere del loro alfabeto e questo metteva in ombra le regolarità della sequenza che sono immediatamente evidenti per noi. La rappresentazione visiva dei triangoli di numeri di Pitagora era affascinante. Di qui derivava la rappresentazione dell’1 come un punto, del 2 come un segmento che congiungeva due punti e del 3 come un triangolo, la prima figura che racchiudeva un’area. Il numero 4 simboleggiava poi la prima figura solida, il tetraedro, ossia una piramide con quattro facce triangolari e quattro vertici. (...) Questi esempi mostrano come Pitagora fu indotto a compiere il suo primo balzo immaginativo e a considerare i numeri come cose, come oggetti geometrici. Poi egli fece una scoperta ancor più sorprendente: si rese conto che l’accordatura degli strumenti musicali greci dipendeva da semplici rapporti numerici, 1:2, 3:2, 4:3 e 8:9. Questi erano i soli intervalli musicali che i greci consideravano armoniosi e gradevoli all’orecchio. L’influsso di questa scoperta sul pensiero di Pitagora fu di vasta portata. Egli pensò di aver scoperto che le variazioni nella percezione dei sensi umani dipendevano dalla matematica. Inoltre il comparire di numeri analoghi nella descrizione degli intervalli musicali e in quella del moto dei pianeti convinse i pitagorici che questi fenomeni apparentemente diversi erano intimamente connessi. Ciò che sta alla radice della numerologia è la convinzione che vi sia qualcosa d’intrinsecamente significativo nei numeri stessi; che la ”setteità” sia una qualità condivisa che connette tutte le cose che hanno una proprietà settuplice, si tratti di sette spose per sette fratelli oppure dei sette giorni della settimana. Di qui il passo è breve a considerare certi numeri, come il 13, di cattivo augurio, o altri, come il 17, propizi. I pitagorici assegnavano a certi numeri attributi particolari, come la bontà o la giustizia: così essi diventavano simboli in più di un senso. (...) Alcuni numeri erano oggetto di una particolare venerazione a causa delle loro proprietà speciali. I numeri ”perfetti ” dovevano il loro nome alla notevole proprietà di essere pari alla somma di tutti i loro divisori esatti, a parte se stessi. Il primo numero perfetto è 6 = 1 + 2 + 3, il secondo è 28 = 14 + 7 + 4 + 2 + 1. I due successivi sono 469 e 8128, ed erano noti anch’essi agli antichi greci. A tutt’oggi se ne conoscono soltanto trentatré; non si sa se ve ne siano in numero infinito, come è il caso dei numeri primi. (...) Gli antichi studiosi ebrei avevano una particolare predilezione per l’uso della numerologia come mezzo per convalidare i testi delle loro Scritture o per estrarne ulteriori significati occulti per le quantità che vi comparivano. Ciò portò alle forme più estreme della cabala, con la sua venerazione per ciò che ricorreva sette volte. Ecco un esempio di medicina alternativa numerologica per la cura della malaria. ’Prendete sette granelli da sette alberi di palma, sette frammenti da sette travi, sette chiodi da sette ponti, sette ceneri da sette forni, sette palettate di terra da sette incavi di porta, sette pezzi di pece da sette navi, sette manciate di cumino e sette peli dalla barba di un vecchio cane, e legateli alla scollatura della camicia con un cordone bianco attorcigliato”. I più ”sacri” numeri pitagorici erano i primi quattro, 1, 2, 3 e 4, che formavano il numero triangolare 10. La rappresentazione triangolare del numero 10 era il simbolo della sacra tetraktys sulla quale gli iniziati della confraternita pitagorica dovevano prestare il loro giuramento di segretezza e di fedeltà. (..) La tetraktys era semplicemente la chiave universale capace di rivelarci la spiegazione della totalità della vita e dell’esperienza. (...) Queste idee singolari si rivelano straordinariamente persistenti. In ogni epoca e in ogni luogo ci furono scrittori e pensatori affascinati dal significato dei numeri. Essi trattavano equazioni e formule come se fossero codici segreti che racchiudevano il vero significato dell’universo. E questa concezione non si è estinta neppure oggi. Benché ci serviamo della matematica per stabilire relazioni tra le cose, c’è ancora una folla d’investigatori dilettanti che sono alla ricerca di una speciale ”formula” che ci dirà qualcosa della natura ultima del mondo fisico. E che cosa potrebbe dirci questa formula di meglio di quei numeri che stanno al cuore della realtà fisica: i valori delle costanti di natura? La numerologia ha rivolto la sua attenzione alle costanti fisiche di natura nel tentativo di spiegare i loro valori con una concatenazione di <pi>, di radici quadrate e di numeri ordinari». (dal capitolo IV ”La ricerca di una Teoria del Tutto”, pagg. 70-75)