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 2003  novembre 10 Lunedì calendario

Carotenuto Aldo

• Nato a Napoli il 25 gennaio 1933, morto a Roma il 14 febbraio 2005. Psicanalista. Junghiano. «[...] uno dei protagonisti ”storici” della cultura junghiana. Allievo del grande ed eccentrico Ernst Bernhard (il terapeuta di Fellini e della Ginzburg), studioso di fama internazionale, professore di Teorie della personalità alla Sapienza di Roma, Carotenuto è stato l’analista più chiacchierato di questo Paese, il più famoso e il più invidiato, il più amato e il più odiato. I suoi detrattori - molto astiosi - parlavano di lui come dell’Alberoni della psicoanalisi italiana: per la sua tendenza che si è andata accentuando negli anni a pubblicare libri poco rigorosi, troppo ”facili” e inclini al rosa. Gli amici, gli allievi, e soprattutto i pazienti - spesso di gran nome, come ad esempio Fernanda Pivano - lo hanno invece sempre difeso pubblicamente, lo hanno considerato piuttosto un uomo fragile e narcisista, magari infantilmente bisognoso di essere amato, comunque un intellettuale di grande generosità umana e professionale, e per certi versi geniale. [...] il gran circo mediatico entrò in fibrillazione per un ”incidente” indubbiamente solleticante - la denuncia di un’ex paziente sedotta e abbandonata, seguita dall’uscita del temibile dongiovanni dall’Associazione italiana di psicologia analitica (l’Aipa). Ma alla fine non è per questo episodio che si ricorderà Carotenuto: la pericolosa confusione tra stanza d’analisi e stanza da letto, i ”transfert erotici” sono casi ricorrenti nel mondo dell’inconscio e hanno travolto diversi illustri custodi del sapere junghiano e freudiano, magari con meno clamore. invece la capacità di lasciare un segno originale che è decisamente più rara, e Carotenuto rimarrà come lo studioso che ha ”scoperto” un capitolo illuminante della storia della psicoanalisi, ricostruendo per la prima volta il triangolo - non solo intellettuale - che ha avuto per protagonisti Jung, Freud e la meno nota Sabina Spielrein: il suo Diario di una segreta simmetria, pubblicato da Astrolabio nel 1980, è un libro fondamentale sul piano scientifico, non a caso tradotto anche in giapponese. Quando, un paio di anni fa, fece la sua comparsa il film di Roberto Faenza - Prendimi l’anima - dedicato alla figura della Spielrein, ebrea russa bella e psicotica, paziente e poi amante di Jung, più tardi devotissima a Freud, comunque a lungo schiacciata dalla personalità dei due giganti, Carotenuto ne fu davvero molto ferito, disse di sentirsi ”derubato”, si dolse di essere stato citato solo nei titoli di coda: un po’ troppo en passant, effettivamente. Analista controverso ma coltissimo, appassionato della creatività umana e del suo rapporto con la malattia, Carotenuto ha dedicato molti dei suoi studi a scrittori come Pasolini, Kafka, Dostoevskij, Shakespeare, Bousquet. Una volta accantonati i pettegolezzi e le battute - quelle sì, troppo ”facili” - bisognerà pienamente riconoscere il suo ruolo nel grande teatro della psicoanalisi, frequentato spesso da mediocri ragionieri dell’anima. ’Bisogna distinguere tra la produzione saggistica di Carotenuto e la sua personalità che conteneva elementi oscuri, come del resto si potrebbe dire per ogni individuo”: Mario Trevi, il grande autorevolissimo vecchio dello junghismo italiano, riconosce l’’importanza” di molti libri di Carotenuto, magari quelli meno celebri. Opere che hanno affrontato il pensiero asistematico e contraddittorio del maestro svizzero (Senso e contenuto della psicologia analitica, Bollati Boringhieri; Jung e la cultura italiana, Astrolabio), lo sviluppo psichico femminile (La scala che scende nell’acqua, Bollati Boringhieri), le tesi di Neumann sullo sviluppo della coscienza maschile (Il labirinto verticale, Astrolabio) fino al Trattato di psicologia della personalità (Cortina) e alla direzione per la Utet dei due volumi del Trattato di psicologia analitica. [...]» (Luciana Sica, ”la Repubblica” 15/2/2005). «[...] una delle voci più originali del nostro panorama culturale, espressione di un’inesausta e quasi inesauribile voglia di ”frugare” nelle pieghe della nostra psiche e di esplorare come tutto questo si rifletta sulla nostra società e i suoi ”disagi”. Psicoanalista di formazione junghiana ma di vasti, vastissimi, interessi non ha tralasciato di commentare [...] quasi nessuna notizia ”di costume” del nostro tempo, parlando di omosessualità come di pedofilia, della sorgente interiore di ”inspiegabili” tragedie familiari come di altri episodi di ordinaria follia. Di origine napoletana, laureato in filosofia, si era formato professionalmente negli Stati Uniti ed aveva poi esercitato la professione privata prima a Napoli e poi a Roma. Lettore instancabile di ogni tipo di libri e desideroso di informarsi su ogni tipo di sapere, aveva smesso presto di accontentarsi di esercitare la libera professione. Non gli bastava. Si era prodigato nell’insegnamento presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Roma, fin quasi dalla sua istituzione; teneva una rubrica fissa di commenti quasi giornalieri su un certo numero di quotidiani e riviste; organizzava convegni e dibattiti sulla psicologia del profondo. E soprattutto scriveva libri. Libri indimenticabili, pieni di dottrina - la dottrina della psicologia analitica junghiana ovviamente - ma anche di una finissima penetrazione psicologica e di una grande sensibilità umana. Frutto di una scrittura tersa ed efficace, si leggono come romanzi. D’altra parte che cos’è un romanzo se non una storia ben raccontata? Che importanza può avere se la storia è di fantasia o è una storia vera, basata come in questo caso su una rielaborazione personale di innumerevoli casi clinici? I suoi sono ”romanzi veri” e come tali sono avidamente letti ed amati. Non solo di casi clinici, più o meno rivisitati, ha scritto Aldo. Si è occupato anche della storia del pensiero psicoanalitico, con attingimenti a volte originali. Nel suo libro Diario di una segreta simmetria ha parlato ad esempio per la prima volta del controverso rapporto fra Sabina Spielrein e Jung, il suo ”dottore”, che è stato poi l’oggetto del bel film di Roberto Faenza Prendimi l’anima. La Spielrein, che doveva in seguito diventare psicoanalista essa stessa prima di fare una tragica fine, si trovò al centro di una vicenda umana molto coinvolgente nella quale venivano a sbiadirsi i confini tra il rapporto paziente-analista e quello tra giovane donna e giovane, stimato professionista. Questo non è che un esempio dei temi coraggiosi e scabrosi che Carotenuto non si stancava mai di affrontare. E questa era proprio la sua grande forza. Al di là di ciò che ha lasciato scritto, e non è poco, Aldo era una persona con la quale si poteva parlare di tutto. Aveva la tempra di un esploratore. La sua Africa nera, la sua foresta vergine, era la psiche, degli uomini e delle donne come singoli, nonché quella dei gruppi che costoro vanno di volta in volta formando. Non disdegnava di portare con sé la bussola delle conoscenze psicoanalitiche, ma per il resto era assolutamente aperto. Ci ho discusso, e anche litigato, per anni, ma in lui non ho mai percepito un’ombra di disonestà intellettuale o di acquiescenza a schemi interpretativi preordinati. Cercava sempre di penetrare le cose dell’anima in maniera intellettualmente valida ma secondo la loro propria natura di eventi irripetibili che affondano al contempo le radici in un passato senza tempo poiché, per dirla con Montaigne, ”ciascuno reca in sé la forma intera della condizione umana”» (Edoardo Boncinelli, ”Corriere della Sera” 15/2/2005). «La potenza degli archetipi e dei simboli, nei quali credeva, sembra quasi essersi rivelata alla fine della sua vita. Proprio a San Valentino, nel giorno dedicato a quell’amore che è stato tanta parte della sua ricerca. [...] era quanto di più lontano si potesse immaginare dal freddo schermo bianco sul quale proiettare ansie, paure e sofferenza. Lui partecipava, come Jung del resto, al turbine emotivo dei pazienti. Forse per questo la maggior parte dei suoi studi si è concentrata sui temi della clinica psicoanalitica e, in particolare, sul problema dell’amore di transfert. In molte delle sue opere pubblicate tra il 1980 e il 1988, è toccato lo scottante tema dei rapporti tra analista e paziente. Carotenuto ha sempre dichiarato falso il concetto di neutralità, tanto caro ai freudiani. Per l’investigatore dell’anima, tutto quello che è materia di lavoro psicoanalitico, in sostanza la storia intima del paziente, fa dell’analisi stessa il luogo vitale di Eros e Thanatos. Molte volte glielo abbiamo sentito ripetere: solo la consapevolezza della potenza degli affetti che si muovono all’interno della coppia analitica rende l’analista in grado di far fronte alla sofferenza del paziente. Negare che vi sia questo coinvolgimento rende l’analista tutto ciò che non dovrebbe essere: vulnerabile e cieco. Durante le sue lezioni universitarie, spesso amava rifarsi a esempi letterari - i rapporti tra psicologia e letteratura costituiscono un altro suo affascinante campo d’indagine - per meglio spiegare che cosa intercorre tra analista e paziente. Si rifaceva a Stevenson e allo Strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde per trasmettere agli allievi il concetto junghiano di ”ombra”. ”Potremmo dire - sosteneva - che noi siamo portatori di un mister Hyde. E notate che, in inglese, il verbo ’to hide’ significa ’nascondere’. Quindi è importante che nell’incontro con un paziente emerga subito questa immagine, dove noi abbiamo l’’ombra’. Quanto più questi aspetti sono nascosti, tanto più diventano importanti per noi, perché quella dimensione che critichiamo e valutiamo negativamente, può invece essere anche la fonte della nostra forza. Ma diventiamo forti solo se smascheriamo questa forza, se la guardiamo negli occhi. Quanto più la teniamo nascosta, tanto più prenderà il sopravvento e ci distruggerà”. Nato a Napoli nel 1933, dopo aver studiato a Roma e a Torino, Carotenuto era vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove aveva frequentato la scuola di Psicologia Sperimentale della New School for Social Research di New York. Membro della American Psychological Association e presidente della Associazione di Psicologia e Letteratura, era direttore del Giornale Storico di Psicologia Dinamica e redattore della Rivista di Psicologia Analitica. Faceva, inoltre, parte del Comitato Scientifico della rivista Prometeo e dirigeva con alcuni allievi i Quaderni della Cattedra di Psicologia della Personalità. La sua vastissima produzione include molti saggi divenuti bestseller e punto di riferimento per gli studiosi della psicologia della personalità. Ha inoltre diretto e curato la pubblicazione del Trattato di Psicologia Analitica, edito in due volumi dalla Utet nel 1992. Lavorava come analista a Roma. L’arte è stato uno degli argomenti più amati dallo psicologo e scrittore. Carotenuto ha analizzato i lavori di Pasolini, Kafka, Dostoevskij, Bousquet, Shakespeare, di poeti e pittori, sorretto dalla tesi secondo la quale la sofferenza psicologica non basta a spiegare l’opera d’arte, ma genera un destino che della ricerca artistica fa la sua ragion d’essere. [...]» (Daniela Daniele, ”La Stampa” 15/2/2005). «[...] ha saputo come pochi altri [...] utilizzare con tanta intelligenza le strade dello studio scientifico e del libro divulgativo, dell’articolo di giornale e dell’intervista televisiva nella battaglia più importante sua e di tanti di noi: quella centrata sul tentativo di proporre, in controtendenza con una cultura del riduzionismo teorico e della semplificazione grossolana di tutti i messaggi, la necessità di portare rispetto alla complessità estrema e spesso contraddittoria dei comportamenti umani e il contributo che possono dare, in questa direzione, le esperienze legate alla psicanalisi di Freud, alla psicologia analitica di Jung e la pratica moderna della psicoterapia. Un esempio significativo di questo modo di muoversi da parte di Carotenuto è quello legato al Diario di una segreta simmetria: Sabina Spielrein fra Jung e Freud pubblicato nel 1980. Venuto in possesso del diario di Sabrina Spielrein e di un carteggio inedito fra tre personaggi chiave di una storia ancora in gran parte oscurata dalla necessità di salvare il mito relativo ai fondatori della psicoanalisi dalla conoscenza dei loro momenti di debolezza (una consegna seguita attentamente dai primi biografi di Freud e di Jung), Carotenuto decide prima di tutto di pubblicarli integralmente. ”Velare pudicamente, nella figura di un grande alcuni aspetti sconcertanti scrive Carotenuto significa in definitiva non avere fiducia nel suo valore... quanti uomini sono stati influenzati da Freud e da Jung? Quanti si riconoscono in loro ragionando e studiando? Ebbene, a questo punto, qualsiasi informazione che possa rischiarare meglio il loro contributo alla scienza va conosciuta e fatto conoscere”. Il quadro che emerge da questa lettura del diario e delle lettere è, in effetti, un quadro sconvolgente per chi nei miti aveva creduto. Jung si trovò coinvolto in un rapporto affettivo complesso con una paziente bella, intelligente e sensibile. La curò ottenendo un miglioramento importante della sua sintomatologia e permettendo ad una ”bambina inferma” di trasformarsi in una donna forte, capace di vivere la propria vita. Il prezzo pagato in quella occasione a questo lavoro di terapia, però, fu lo sviluppo di una storia di ”amore psicoanalitico” destinato ad incidere profondamente e dolorosamente nella vita di tutti e due. Furono i turbamenti legati alla loro vicenda affettiva a spingerli verso Freud di cui ambedue cercarono il consiglio e l’aiuto. ”Poiché però l’amicizia tra Freud e Jung si stava già guastando Sabina si trovò in mezzo a una situazione molto complessa di amore e di odio che vide i tre protagonisti dibattersi e perfino dilaniarsi, coinvolti all’interno di una vicenda profondamente umana”. Una vicenda che nulla toglie, ovviamente, alla validità e alla vitalità dei contributi scientifici proposti da Freud e da Jung e che ci permette di inquadrarli, però, all’interno della fatica straordinaria, della inquietudine e della incertezza da cui questi contributi erano nati. Permettendoci di incontrare l’uomo che si nascondeva dietro il mito del fondatore o del maestro. Facendoci sentire meno sperduti e meno soli in quella continua e inquieta ricerca di una verità sempre sfuggente, sempre relativa, sempre e soltanto individuale su cui si basa, allora come oggi, ogni tentativo di fare psicoterapia. Aiutandoci a capire, soprattutto, che nessuno [...] sarà mai, sennò nel momento pericolosissimo del delirio, ”il terapeuta perfetto, infallibile, che persegue sempre il bene del paziente: senza mai lasciarsi tentare dal desiderio di guarire una ferita personale o di soddisfare un proprio desiderio”. Tratto da La nostalgia della memoria , un libro di molti anni dopo, quest’ultima citazione [...] aiuta a riproporre due questioni centrali nella vita e nell’opera di Aldo Carotenuto. L’insegnamento rivolto ai terapeuti sulla necessità di sentire fino in fondo la precarietà, a volte insostenibile, di un lavoro in cui si deve avere il coraggio di mettersi continuamente in questione e quello rivolto a un pubblico più ampio sull’idea per cui la vera saggezza non è mai quella di chi crede di sapere molto ma quella di chi sa di sapere troppo poco, di se stesso e degli altri, per pronunciare un qualsiasi tipo di giudizio definitivo. La verità psicologica, suggerisce Carotenuto, è sempre e solo quella che si trova insieme, nel corso di un incontro riuscito ed è questo, per me, il ricordo più bello che possiamo avere di lui: quello di un uomo capace di trarre, dalla percezione dolorosa del proprio limite, il desiderio di insegnarne la necessità e la invalicabilità. Insegnando al tempo stesso che l’uomo è davvero se stesso soltanto nel momento dell’incontro con l’altro» (Luigi Cancrini, ”Il Messaggero” 15/2/2005). «Ho cominciato il mio ”training” con un’associazione junghiana a New York, poi ho continuato a Roma con il dottor Bernard, analista junghiano molto famoso, che conobbe personalmente Federico Fellini. Ho fatto anche un’analisi freudiana, ma oggi mi considero solo Aldo Carotenuto. [...] Dopo tanti anni di preparazione ho sviluppato una mia modalità, che risente delle cose che ho imparato ma che nella sostanza non rivela una scuola di appartenenza, bensì la mia dimensione psicologica. [...] Quando sono di fronte a un paziente, accanto a me non ci sono Jung o Freud: ci sono io con il mio senso di responsabilità. E i pazienti si relazionano solo con me. E’ inutile che parli dei miei riferimenti: il paziente si relaziona con la mia dimensione umana. [...] Io ho più di 25 mila volumi in biblioteca: un’analista deve conoscere tutte le scuole e tutta la cultura che ruota intorno alla psicanalisi. [...] In genere ci si vergogna di dire ”Ho bisogno”. Nelle classi più colte e agiate molti hanno tratto vantaggi dalla psicanalisi. Soprattutto artisti come pittori, registi, musicisti. Ne sentono un grande bisogno, è uno strumento conoscitivo. Quanto agli analisti, si rifanno soprattutto ai vari ”personaggi”. Ma se uno è molto bravo non si capisce a che scuola appartenga. [...] Viviamo in un mondo di contraddizioni: le accettiamo passivamente e andiamo avanti. Ma ci sono persone molto sensibili che non riescono ad accettarle, quindi si ammalano. Uno degli elementi più importanti è il sentimento: ad una certa età - intorno ai 40 anni - si capisce di aver fatto magari uno sbaglio, unendosi a chi non ha nulla a che fare con noi. [...] In genere bisognerebbe avere il coraggio di lasciarsi. Ci possono essere mille ragioni, ma questo è l’unico caso in cui non bisogna avere pietà. Bisogna poter stare con la persona che amiamo, avere il coraggio di farlo, altrimenti si ”somatizza”, il corpo risponde alle nostre difficoltà. [...] La carriera ha grande importanza perché spesso scegliamo un lavoro non in funzione dell’interesse, ma dell’agiatezza che ci può procurare. una scelta sbagliata, perché è veramente importante fare una cosa che ci è congeniale, fosse pure la poesia, la musica, l’arte. Due cose sono fondamentali nella vita: fare l’amore con la donna che amiamo e fare il lavoro che ci interessa. [...] Io offro una grande dedizione. Sono molto attento alla sofferenza e alle contraddizioni, segnale di un’umanità che cerca una risposta; la risposta la cerchiamo in due» (Alain Elkann, ”La Stampa” 9/11/2003).