varie, 9 novembre 2003
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FOSTER WALLACE David Philo (Stati Uniti) 21 febbraio 1962, Claremont (Stati Uniti) 12 settembre 2008 (suicidio)
FOSTER WALLACE David Philo (Stati Uniti) 21 febbraio 1962, Claremont (Stati Uniti) 12 settembre 2008 (suicidio). Scrittore. Si è fatto notare dalla critica sin dal suo primo libro, The Broom of the System (La scopa del sistema), «romanzo di formazione di un giovane wasp ossessionato da Wittgenstein e Derrida» - come lo stesso Wallace l’ha definito, alludendo all’intreccio tra le sue aspirazioni alla narrativa (indotta tra l’altro dall’entusiasmo per il racconto titolato The Balloon di Donald Barthelme) e la sua più datata passione per la logica e la filosofia. Tra le opere di fiction quella che ha riscosso critiche migliori è il mastodontico Infinite Jest (1996), più di 1400 pagine che si inoltrano nel futuro prossimo sinistrato dal progresso tecnologico. anche autore di racconti, The Girl with Curious Hair (La ragazza dai capelli strani) e Brief Interviews with Hideous Men (Brevi interviste con uomini schifosi) e di una serie di articoli nutriti di ironia sullo sport, la critica letteraria e il reportage di costume. «Un fenomeno che non ha eguali nella letteratura statunitense. Al di là delle innegabili doti di scrittore, ciò che lo rende davvero unico è come il suo nome sia diventato sinonimo pressoché indiscusso di talento. ormai impossibile leggere una recensione di un suo libro che non contenga preamboli in cui si rammenta al lettore quale mago della prosa sia David Foster Wallace e cosa egli sia capace di fare con le parole e come sappia affrontare qualunque argomento con assoluta proprietà di linguaggio e virtuosismo. [...] i personaggi di Wallace sono a loro volta talenti. Ognuno ha una qualche dote che li rende speciali, che li eleva molto al di sopra della media nei campi più disparati, dal tennis alla trigonometria e a tante altre cose divertenti che sarebbe però meglio smettere di fare. Unitamente a una straordinaria abilità in un qualche campo specifico, questi personaggi sono poi accomunati da una vivacità affabulatoria. Parlano più complicato e forbito di un libro stampato, usano in tutta tranquillità termini così tecnici e oscuri da non comparire nemmeno nei dizionari enciclopedici e citano con solenne noncuranza pensieri di Kant e Schopenhauer, manco fossero frasi estratte dai dolcetti della fortuna. Altra particolarità è che, quantunque estremamente dotati e superbi oratori, sul piano dell’esistenza i personaggi di Wallace si rivelano inetti fatti e mangiati, esseri incapaci di vivere nel mondo reale o meglio in quella esigua porzione di mondo reale non ancora fagocitata dalla gigantesca, onnivora sfera della rappresentazione mediatica. In parole povere, sono il ritratto stereotipato, seppure altamente sofisticato, del genio come mentecatto o depresso e non di rado anche del genio come entrambi, ovvero depresso e mentecatto. E dal momento che il tono ellittico e amfetaminico con cui questi personaggi si esprimono è lo stesso usato a profusione da Wallace nei suoi saggi è difficile non vedere in essi tanti autoritratti dello scrittore come genio depresso e forse mentecatto, è difficile insomma non vedervi l’immagine riflessa dell’autore che si fa vittima dei propri talenti e in particolare del più luminoso e tortuoso fra questi: il linguaggio. [...] Le menti dei personaggi di Wallace incarnano la fallimentare apoteosi di un linguaggio che si muove a velocità vertiginose e impossibili da sostenere per un normale cervello umano, fosse anche quello estremamente dotato di uno scrittore di talento. Sostenere che i lunghi, tiratissimi monologhi interiori in cui Wallace eccelle siano flussi di coscienza è un’aberrazione. Nessun essere umano nel chiuso della propria scatola cranica è in grado di pensare a quel modo. Questi sono piuttosto riflussi, diagrammi di una coscienza che si ripiega totalmente sul linguaggio, linee guida sulle quali impostare un ipotetico software per la simulazione di collegamenti neuronali geneticamente modificati. [...] nei suoi saggi ci spiega che l’ironia è il sintomo della disperante stasi in cui versa la cultura americana ma quando ”narra” - un narrare tra molte virgolette - non si fa scrupolo di attingervi a piene mani. A nessuno piace passare per scemo, tantomeno ai critici letterari americani, e siccome è oggettivamente arduo stabilire una volta per tutte se David Foster Wallace ”ci fa o ci è” nonché se sia davvero rivelante stabilirlo, i critici mettono le mani avanti. La liquidazione preventiva del talento vorrebbe suonare un po’ come un avvertimento: ”Abbiamo capito che a parole sei bravo ma non sperare di incantarci in eterno. Se hai qualcosa da dire, diccela”. La verità è che sotto sotto i critici hanno paura di essere incantati se non addirittura imbrogliati, e questo non lo mandano giù. [...] Se un giorno qualcuno dimostrasse che sotto il talento c’è davvero il nulla, Wallace potrà sempre dire che lo aveva già scritto lui a chiare lettere: sono soltanto un imbroglio. Diversamente, se si riuscisse a provare che è effettivamente quel genio di cui tutti favoleggiano, simili ammissioni farebbero all’istante ritorno nei ranghi della finzione. Comunque facciano i critici, sono condannati a sbagliare e perciò relegano in un preambolo l’incomodo del talento, poi si vedrà. Del resto, queste sono le regole del gioco postmoderno. C’è della sublime ironia in tutto ciò. così smaccatamente wallaciano.[...] Wallace è un uomo che non può fare a meno di guardare il mondo con gli occhi di un decennio fa. Il che non lo rende meno attuale, tutt’altro. Gli anni Novanta rappresentano il paradiso perduto dell’America di oggi, di quell’America che non si capacita di come Bush abbia vinto ancora una volta, di un’America democratica, politicamente corretta ed esteticamente sofisticata ma comunque perdente. [...]» (Tommaso Pincio, ”il manifesto” 21/11/2004). «Ha individuato tra le proprie influenze culturali personalità differenti quali Socrate ed Hemingway, Cartesio e Flannery O´Connor, Wittgenstein e Melville.vL´approccio assolutamente eclettico, evidente in ogni pagina dei racconti e dei saggi, si colora di una passione trascinante nei confronti di alcuni autori di culto (’ho deciso di diventare uno scrittore quando ho letto The Balloon di Donald Barthelme”), e di ironia politicamente scorretta quando individua i migliori narratori della propria generazione in un gruppo di scrittori accomunati dal fatto di essere bianchi, alti più di un metro e ottanta e con gli occhiali: Rick Moody, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen, Donald Antrim e George Saunders» (Antonio Monda, ”la Repubblica” 8/11/2003). «Secondo i critici [...] è uno dei migliori scrittori della sua generazione. Anzi, di tanto in tanto qualcuno si azzarda anche a chiamarlo genio. Da noi è pubblicato da Fandango e Minimum Fax, con sette titoli tra ”99 e 2003, più Brevi interviste con uomini schifosi da Einaudi. Quando aveva esordito, nel 1987 con The broome of the System, lo avevano catalogato insieme alla presunta corrente dei minimalisti, forse solo perché era giovane come Jay McInerney e Bret Easton Ellis. Poi, però, aveva fatto tutto il possibile per togliersi le etichette, ad esempio uscendo nel 1996 con Infinite Jest (tradotto in italiano da Fandango nel 2000), che tanto per cominciare era lungo oltre mille pagine. Anche solo gli intervalli di tempo tra un libro e l’altro, storici secondo i parametri dei meccanismi editoriali di oggi, mostrano come ama scrivere. [...] ”Un tempo, tanti anni fa, gli scrittori erano popolari come le rock star, perché non c’era altro. I libri erano i mezzi privilegiati della comunicazione, e chi li faceva bene godeva di una fama sconfinata. Oggi gli scrittori non sono più rock star perché abbiamo le rock star vere, insieme a tante altre manifestazioni di cultura o comunicazione definite popolari. inevitabile che si restringa il pubblico, e anche la fama degli scrittori di letteratura. Ma io penso che tutto sommato sia meglio così [...] La popolarità non è più una motivazione per fare letteratura. I soldi nemmeno, perché sono davvero pochi. Anche nei casi fortunati, come il mio, al massimo c’è da guadagnare quanto basta per far sopravvivere un individuo solo, senza famiglia, e non necessariamente in una città costosa come New York. Questo significa che alla scrittura di qualità si avvicineranno solo le persone che davvero la amano: diciamo un diecimila affezionati, in tutti gli Stati Uniti. Sarà un’arte limitata nei numeri, ma almeno fatta per le ragioni giuste e con gli scopi giusti [...] Io sono riuscito a pubblicare The Broom of the System per puro caso. Era il periodo in cui andavano di moda gli autori giovani, dopo il successo di Jay McInerney e Bret Easton Ellis, e per qualche ragione la casa editrice decise di inserirmi in questo filone. Non rinnego quell’inizio perché è stato la mia fortuna, ma non saprei come indirizzare qualcuno sulla stessa strada. In fondo ho vinto un biglietto della lotteria, e quindi posso insegnare la tecnica per conquistare il mercato letterario con la stessa autorità con cui un vincitore della lotteria può insegnare dove andare a comprare il biglietto giusto. A volte ho l’impressione che le case editrici pubblichino la letteratura quasi per hobby: i soldi li fanno con altre cose. L’obiettivo importante, per noi autori, è cercare di farle andare almeno in pareggio con i nostri libri [...] Sono diffidente tanto del realismo, quanto dello sperimentalismo. Entrambi possono essere pieni di trucchi, pensati solo per attirare l’attenzione. Credo che la mancanza di sentimentalismo sia una delle nostre malattie da curare, perché è possibile commuovere, interessare e affrontare temi profondi con verità, senza per questo scadere nel melenso [...] Ma il momento decisivo della mia carriera di scrittore è stato quando mi sono liberato dal bisogno di imitare altri autori, e quando ho smesso di preoccuparmi di come sarebbe stato percepito quello che facevo [...] Uno scrittore dovrebbe sempre possedere un certo grado di empatia verso i propri personaggi, ma io come potrei immaginare di essere un cristiano evangelico della destra protestante? Quanto potrei fidarmi di me, scrivendo di lui? Trovo impossibile immedesimarmi in persone che nel migliore dei casi considero sbagliate, e nel peggiore pericolose”» (Paolo Mastrolilli, ”La Stampa” 31/7/2004).