Omero, Macchina del Tempo, giugno 2003 (n.6), 8 novembre 2003
Ma quando già stava per entrare nella città incantevole, gli andò incontro la dea dagli occhi lucenti, Atena
Ma quando già stava per entrare nella città incantevole, gli andò incontro la dea dagli occhi lucenti, Atena. Era simile a una giovinetta, recava una brocca. Si fermò davanti a lui. E le chiedeva il divino Odisseo: «Figliola, non vorresti condurmi alla casa di Alcinoo che regna tra queste genti? Sono un forestiero sventurato, arrivo qui di lontano, da una terra remota. E non conosco nessuno degli uomini che abitano questa città e la regione». E a lui rispondeva la dea dagli occhi lucenti, Atena: «Volentieri, babbo forestiero, io ti indicherò la casa che mi dici. Vicina, sai, a quella di mio padre. Ma vieni avanti in silenzio, io ti guiderò nel cammino: e non rivolgere lo sguardo su nessuno, non fare domande. Gli uomini qui non tollerano molto gli stranieri, né accolgono con cordiale ospitalità chi viene di fuori. Essi confidano con orgoglio nelle loro navi veloci e varcano con esse il grande abisso del mare, poiché l’Enosigeo gli ha concesso questa fortuna. Le loro navi sono rapide come l’ala in volo o il pensiero». Così parlava: e si avviò innanzi prontamente, Pallade Atena. Egli camminava sulle orme della dea. Non si accorsero i Feaci, navigatori famosi, del suo passare per la città in mezzo a loro. Non lo permetteva Atena dalle belle chiome: la potente dea diffuse intorno a lui una nebbia prodigiosa. Gli voleva bene. Andava ammirando, Odisseo, i porti e le navi ben equilibrate nella loro struttura, e la piazza di quegli eroi e le mura. Erano lunghe e alte, rese solide da palizzate: una meraviglia a vedersi. Ma quando giunsero al palazzo famoso del re, tra loro prendeva a parlare la dea dagli occhi lucenti, Atena: «Ecco, questa è la casa, babbo forestiero, che mi hai chiesto di indicarti. Troverai i nobili seduti a banchetto: essi sono re discendenti da Zeus. Tu va’ dentro e non avere paura: l’uomo coraggioso riesce meglio in ogni impresa, anche se viene da qualche altro paese. Raggiungerai per prima, nella sala, la padrona. Il suo nome è Arete, discende dagli stessi genitori che generarono il re Alcinoo. Devi sapere che a Nausitoo da principio diedero vita Posidone l’Enosigeo e Peribea, bellissima tra le donne. Era la più giovane figlia del magnanimo Eurimedonte che regnava un tempo sui Giganti superbi. Ma egli fece perire il popolo malvagio e perì anche lui. Con Peribea si unì Posidone, ed ebbero un figlio, il coraggioso Nausitoo che regnava tra i Feaci. Nausitoo poi fu il padre di Ressenore e di Alcinoo. Uno era senza figli e lo colpì Apollo dall’arco d’argento: sposato da poco, lasciava in casa un’unica figliola, Arete. E Alcinoo la fece sua moglie, e la onorò come nessun’altra è onorata sulla terra, fra tutte le donne che ora reggono la casa, soggette ai mariti. Così essa ha goduto e gode di un rispetto profondo da parte dei suoi figli e di Alcinoo: e anche dei sudditi che guardano a lei come a una dea e la salutano a viva voce quando passa per la città. Non manca certo da parte sua di mente assennata: a chi vuol bene, anche agli uomini, risolve e compone le liti. Se lei è benevola con te, hai la speranza di rivedere i tuoi cari e giungere a casa e alla terra dei padri». Così parlava, e se n’andò la dea dagli occhi lucenti, Atena, su per lo sterile mare: lasciò alle spalle l’incantevole Scheria e giunse a Maratona e ad Atene dalle larghe vie. E poi entrava nella solida casa di Eretteo. Intanto Odisseo andava al palazzo famoso di Alcinoo e rifletteva a lungo, sostando là, prima di metter piede sulla soglia di bronzo. C’era uno splendore come di sole o di luna per la casa dall’alto tetto del magnanimo Alcinoo. Pareti di bronzo si stendevano da una parte e dall’altra, dalla soglia sino in fondo: intorno vi era un fregio di smalto turchino. Porte d’oro chiudevano la solida casa. Sulla soglia di bronzo stavano stipiti di argento: e di argento era al di sopra l’architrave, la maniglia invece d’oro. E d’oro e d’argento da un lato e dall’altro erano i cani che Efesto aveva forgiato con genialità di artista per far la guardia alla casa di Alcinoo. Erano immortali e immuni da vecchiaia per sempre. E dentro nella sala, alla parete, erano appoggiati i seggi, di qua e di là, a partire dalla soglia sino in fondo, in fila: e sopra v’erano stese coperte sottili, ben filate, lavori di donne. Là sedevano i condottieri dei Feaci a bere e a mangiare: ne avevano sempre in abbondanza. Giovinetti d’oro stavano sui piedistalli ben costruiti, recando in mano fiaccole accese: facevano lume durante la notte ai convitati nella sala. Cinquanta ancelle ha il re per casa: le une macinano sulle mole il grano, il frutto della terra che ha il colore della mela; le altre tessono tele e filano dalla rocca le lane stando sedute, simili alle foglie di un alto pioppo. E dalle tele ben tessute stilla fluido olio. Come i Feaci sono abili più di tutti gli altri uomini a spingere la celere nave sul mare, così le donne sono pratiche di telai. A loro in particolare concesse Atena di saper compiere lavori bellissimi e di avere mente saggia. Fuori del cortile, vicino alle porte, c’è un grande orto di quattro iugeri: d’intorno si stende un recinto ai due lati. Qui crescono alberi alti, lussureggianti: peri e melograni e meli dagli splendidi pomi e fichi dolci e ulivi rigogliosi. Mai il loro frutto muore e viene a mancare né d’inverno né d’estate, per tutto l’anno: ma sempre il soffio di Zefiro spirando fa nascere gli uni e maturare gli altri. La pera invecchia sopra la pera, la mela sopra la mela, grappolo sopra grappolo e fico sopra fico. E là è piantata una vigna dai molti frutti. E di essa, una zona aprica in luogo piano si cuoce al sole; e intanto vendemmiano altre uve, e altre ancora ne pigiano. Sul davanti i grappoli sono acerbi e perdono il fiore, e altri cominciano ad annerire. E là presso l’ultimo filare germogliano aiuole di erbaggi d’ogni sorta: sono ben curate e verdeggiano lustre per tutto l’anno. E dentro ci sono due fonti: l’una si spande per l’intero orto, l’altra riversa le sue acque dalla parte opposta, sotto la soglia del cortile, davanti all’alta casa. E di là attingevano i cittadini. Questi erano gli splendidi doni degli dei nella reggia di Alcinoo. Qui si fermava a contemplare il paziente divino Odisseo. E dopo che ebbe mirato ogni cosa, prontamente varcò la soglia entrando nella sala. Trovò i condottieri e capi dei Feaci che libavano con le coppe all’Argicida dall’occhio vigile: sempre gli libavano per ultimo, quando intendevano andar a letto. Egli se n’andò attraverso la sala, il paziente divino Odisseo, portando la molta nebbia che gli aveva diffuso intorno Atena, finché giunse da Arete e dal re Alcinoo. Intorno alle ginocchia di Arete gettò le braccia, Odisseo, e subito allora da lui disparve la nebbia prodigiosa. Essi restarono muti al vedere per casa quell’uomo: lo guardavano meravigliati. (dal 7° canto dell’Odissea, nella traduzione di Giuseppe Tonna)