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 2003  novembre 08 Sabato calendario

La parola d’ordine per i prodotti alimentari è ormai una sola: chiarezza. L’entrata in vigore delle nuove regole europee sull’etichettatura relativamente all’origine di ogni prodotto è un grande passo in avanti per valorizzare il made in Italy, ma c’è ancora un punto oscuro

La parola d’ordine per i prodotti alimentari è ormai una sola: chiarezza. L’entrata in vigore delle nuove regole europee sull’etichettatura relativamente all’origine di ogni prodotto è un grande passo in avanti per valorizzare il made in Italy, ma c’è ancora un punto oscuro. La frutta e la verdura che mangiamo ogni giorno è contaminata o no da fungicidi, insetticidi che spesso hanno effetti tossici? Questo le etichette non lo dicono ancora. Salvo, ovviamente, che per alcune categorie di prodotti, come quelli biologici. Su tutto il resto, raramente si riesce a capire qualcosa. Eppure dati, numeri e indicazioni esistono. «In fatto di controlli sui prodotti alimentari la legislazione italiana è fra le più severe del mondo», spiega Maria Lodovica Gullino, docente di biotecnologie fitopatologiche all’Università di Torino, «ma a garanzia del consumatore ci sono anche le regole internazionali e le tecniche di coltivazione e difesa delle piante». Ma chi controlla? In Italia almeno quattro figure diverse: i ministeri della Salute e dell’Agricoltura, le organizzazioni dei consumatori e l’Agrofarma, che riunisce i produttori di fitofarmaci. «Non è una moltiplicazione inutile di competenze», spiega Gullino, «perché ciascuno ha scopi diversi e anche se le interpretazioni dei risultati possono divergere, il dato scientifico è chiaro: in Italia i residui di prodotti chimici su frutta e verdura non sono dannosi per la salute». Dal 1995 al 2000 la percentuale di prodotti con residui chimici è passata da oltre il 60 a poco più del 40%, quella di prodotti totalmente privi di residui da poco più del 30 a quasi il 60%. Nel frattempo, i campioni effettivamente irregolari, cioè quelli con residui pericolosi, sono scesi molto vicino allo zero. All’inizio di questo secolo, su quasi 20mila campioni controllati, 11mila erano privi di residui chimici, circa 8.260 erano con residui ma nei limiti di legge, 313 erano irregolari. Situazioni praticamente simili si ritrovano sia sugli ortaggi (2% di campioni fuori legge) che sulla frutta (1,8%). Ma non è finita qui: «I campioni irregolari non sono sempre pericolosi», osserva Gullino, «perché può capitare che un fitofarmaco registrato per le arance sia adoperato anche per i mandarini, creando una situazione di fatto illegale, ma non pericolosa per la salute».  il caso di molte coltivazioni minori come il cachi, i broccoli, i finocchi, i limoni o le clementine. «Con sempre meno molecole a disposizione e regole sempre più restrittive, la miglior garanzia di sicurezza degli alimenti», osserva Eugenio Gervasini del Servizio Fitosanitario della Lombardia, «è un buon servizio diagnostico e di assistenza tecnica». su questo fronte che sono stati fatti i passi avanti più consistenti. A partire da quella che viene chiamata buona pratica agricola, e un codice di comportamento approvato dal ministero dell’Agricoltura e che oggi è addirittura vincolante per l’accesso ai finanziamenti comunitari.