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 2003  novembre 08 Sabato calendario

«Per quanto paradossale, il bravo attore non è quello che calca sulle espressioni del viso, ma quello che resta fedele al proprio volto e cerca di non muovere un muscolo di troppo», spiega Giuseppe Cederna, uno dei volti più noti del cinema italiano, «per questo alla mimica del viso i maestri di recitazione preferiscono, come all’ Actors studio, cercare sempre la verità sulla scena, senza guardarsi allo specchio»

«Per quanto paradossale, il bravo attore non è quello che calca sulle espressioni del viso, ma quello che resta fedele al proprio volto e cerca di non muovere un muscolo di troppo», spiega Giuseppe Cederna, uno dei volti più noti del cinema italiano, «per questo alla mimica del viso i maestri di recitazione preferiscono, come all’ Actors studio, cercare sempre la verità sulla scena, senza guardarsi allo specchio». Verità sembra essere la parola d’ordine per una recitazione perfetta: tutto il contrario del teatro greco dove l’attore indossava maschere caricaturali per spiegare l’emozione del personaggio. «Oggi la bravura dell’attore sta nella naturalità dell’interpretazione di cui William Hurt (a sinistra) è un maestro, con un’eccezione però: i comici, ai quali viene permesso ciò che agli attori drammatici viene negato», continua Cederna. «La mimica esasperata di Jim Carrey (a destra) ad esempio, è una parte essenziale della sua comicità». Ma non è solo una questione di generi teatrali: talvolta la bravura di un attore comico può stare anche nell’assoluta mancanza di espressività come per Buster Keaton, detto «l’uomo dallo sguardo che uccide» (prima foto nell’altra pagina). «Keaton era grandissimo», osserva Cederna, «perché era capace di mimetizzarsi con il luogo in cui si trovava. In certe foto di scena quasi fai fatica a notarlo. Se era in autostrada diventava paracarro. Tutti gli attori lo studiano perché è proprio questa la sua grandezza». Le star del grande e piccolo schermo hanno però sempre più spesso un muso invece di una faccia. Ma l’efficacia artistica è tale che davanti ai personaggi di Disney ci dimentichiamo che non sono esseri umani, ma topolini, gatti, cavalli, cani, mucche e paperi (a destra una scena del ”Libro della giungla”). «Il presupposto fondamentale di tutto il discorso è la fantasia», spiega Roberto Santillo, Direttore dell’Accademia Disney a Milano, «quello che conta è la predisposizione a immaginare sentimenti anche laddove razionalmente non ci dovrebbero essere». Si possono così rendere espressivi musi, ma anche forchette e zuccheriere. «Noi cerchiamo di conciliare l’aspetto animale e umano», osserva Santillo, «per creare dei caratteri definiti. In questo modo il risultato è un misto particolare e inimitabile. Anche gli animali hanno una loro espressività, che molto spesso proprio i bambini sono più pronti a riconoscere e interpretare».