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 2003  novembre 08 Sabato calendario

Noi uomini siamo esseri comunicanti. Comunicare è una delle nostre attività primarie visto che la natura ci ha provvisto di un bagaglio neuromotorio talmente sofisticato, fatto di muscoli e nervi in grado di dare forma a una vera e propria «moneta relazionale», come ama chiamarla il neurologo e scrittore Oliver Sacks, che possiamo scambiarci l’un l’altro per tessere relazioni con altri individui

Noi uomini siamo esseri comunicanti. Comunicare è una delle nostre attività primarie visto che la natura ci ha provvisto di un bagaglio neuromotorio talmente sofisticato, fatto di muscoli e nervi in grado di dare forma a una vera e propria «moneta relazionale», come ama chiamarla il neurologo e scrittore Oliver Sacks, che possiamo scambiarci l’un l’altro per tessere relazioni con altri individui. La nostra comunicazione non è però solo verbale o simbolica, ma fatta di atteggiamenti, mimiche, espressioni facciali, che accompagnano le nostre parole e rinforzano il significato del messaggio. In molti casi l’espressione del viso è già di per sé un messaggio ben definito. « probabile che la capacità di parlare e la mimica facciale si siano sviluppate contemporaneamente», spiega Brunetto Chiarelli, docente di antropologia all’Università di Firenze, «al punto che il progressivo sviluppo di quei muscoli che oggi ci permettono di articolare le parole è stato anche la chiave per ottenere un volto così espressivo». Perché quando stiamo facendo una telefonata, finiamo con l’assumere un’espressione del volto come se avessimo di fronte il nostro interlocutore e non una cornetta di plastica. « la socialità implicita», osserva Luigi Anolli, docente di psicologia della comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano, «perché l’espressione dei nostri sentimenti si attiva durante ogni relazione, anche quando parliamo da soli». Comunicare è una necessità: i Greci, forse i primi a codificare l’espressività del viso, nel V sec. a.C. davano agli attori maschere caricaturali per sottolineare il sentimento che accompagnava la rappresentazione. Erano maschere esasperate, ben visibili anche da lontano, modellate su poche emozioni fondamentali: rabbia, gioia, tristezza. Per avere la prima significativa trattazione di questo fenomeno, si dovettero gli studi di Charles Darwin, che a metà dell’800 pubblicò il suo ”L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”. «Da evoluzionista qual era, Darwin spiegava la mimica come vestigia di azioni funzionali del passato», osserva Luigi Anolli. La pelle d’oca sarebbe quindi stata per Darwin un’eredità della pieloerezione, il rizzare il pelo, tipico dei mammiferi, che ben conosce chi possiede un gatto, che apparteneva a fasi precedenti dell’evoluzione. Il sorriso sarebbe la rielaborazione del mostrare i denti: pur nella minaccia, si rinuncia all’attacco stabilendo così un segnale di non aggressione. Darwin, con grande scandalo di molti suoi contemporanei, vedeva una continuità interspecifica tra le specie viventi: un ABC del linguaggio mimico comune sia all’uomo che al leone, alla scimmia, al lupo. Dopo molti anni di oblio, gli studi darwiniani vennero ripresi dall’americano Sylvan Tompkins, che dagli anni ’60 agli anni ’90 cercò conferme della teoria darwiniana attraverso gli studi compiuti anche da due suoi allievi, Paul Ekman e Carroll Izard. Il primo iniziò uno studio metodico della mimica facciale tra le popolazioni pre- letterate come le tribù dei Fore della Nuova Guinea, e altre in Iraq, il secondo invece dedicò il suo interesse ai bambini in età pre-verbale. Questo portò, era l’inizio degli anni ’90, all’elaborazione della Teoria standard della mimica facciale, con i suoi cinque punti fondamentali. Primo: la mimica facciale ha un valore emotivo. Secondo: a ogni emozione corrisponde un’espressione. Terzo e quarto: la mimica è un universale e le espressioni sono innate. Quinto, ci possono essere alterazioni dipendenti dalla cultura, che intervengono a modificare alcuni parametri delle espressioni mimiche, ma senza alterarne completamente la struttura. «In generale, le critiche all’ipotesi standard sono andate a colpire la vaghezza del metodo con cui l’ipotesi è stata formulata», osserva Anolli,«perché la gioia è facilmente riconoscibile, ma per una maschera negativa, l’interpretazione non è più così evidente. facile scambiare il disgusto con la rabbia o l’amarezza». Questo ha dato il via a nuove ipotesi di ricerca che puntano di più il dito su fattori di tipo sociale e culturale. Per gli studi più recenti la mia espressione non dice ciò che provo in realtà, ma solo ciò che io voglio che tu veda. Possiamo mentire con le parole? Allora possiamo anche mentire con il viso, la mimica, il sorriso. «Anche il valore assoluto delle espressioni del volto è in discussione», spiega Anolli «per José Miguel Fernandez-Dols un’emozione è essere pienamente riconosciuta solo se siamo padroni del contesto. Un urlo, ad esempio, è un urlo. Ma può essere di gioia o di rabbia o di paura: riconoscerlo dipende dal contesto in cui avviene». Basti pensare alla foto di un calciatore dopo aver segnato un gol. Se non vedessimo la maglia della squadra, lo stadio, il pallone nella rete, potremmo davvero essere sicuri che si tratta di una manifestazione di gioia? Complicano ulteriormente le cose anche le interferenze di tipo culturale o ambientale. «Ho vissuto per un intero inverno polare con gli esquimesi», racconta Brunetto Chiarelli, «e per quanto sorprendente questo possa sembrare non ridono mai». O meglio, ridono, ma in un modo che per noi non è facilmente comprensibile: «Somiglia a un sorriso con un mugolio strozzato» aggiunge Chiarelli. Forse perché ridere a bocca aperta in un ambiente capace di toccare i 60° sotto zero farebbe congelare immediatamente le mucose della gola. In questo caso è l’ambiente esterno che incide sulla mimica. «I giapponesi hanno storicamente impostato la loro cultura sul controllo delle emozioni. Il punto di arrivo di questa scelta culturale è il samurai, maschera impenetrabile di guerriero che ha il dovere di non lasciar trasparire nulla, avendo raggiunto un pieno controllo delle proprie passioni, delle emozioni, delle proprie debolezze» aggiunge Luigi Anolli. Dopo la seconda guerra mondiale, quando il Giappone venne posto sotto protettorato statunitense, i problemi di comunicazione tra le due civiltà furono enormi. Oggi le giovani generazioni del Sol Levante si sono emancipate anche nell’espressività, adeguandosi a una mimica tipicamente occidentale e assai più ricca. stato un laboratorio culturale importante per capire quanto la cultura e la società influiscano sul modo di esprimere e veicolare le emozioni. Chissà se, dopo aver cercato per anni un linguaggio globale, non lo si riesca a trovare proprio nell’espressività dei nostri stessi volti? Giulio Divo