Severino Colombo, Macchina del Tempo, giugno 2003 (n.6), 8 novembre 2003
Antiglobal, customer care, devolution, riformattare, sclerare. Ecco alcune delle nuove parole che, dopo essere entrate nell’uso comune dalla finestra del parlato, fanno ora il loro ingresso ufficiale nella lingua italiana attraverso la porta principale ovvero vocabolari e dizionari
Antiglobal, customer care, devolution, riformattare, sclerare. Ecco alcune delle nuove parole che, dopo essere entrate nell’uso comune dalla finestra del parlato, fanno ora il loro ingresso ufficiale nella lingua italiana attraverso la porta principale ovvero vocabolari e dizionari. Sono queste il punto di partenza per rispondere a una semplice domanda: noi che lingua parliamo? «Finalmente l’italiano» è il commento spiazzante di Edoardo Sanguineti, uno dei grandi maestri della nostra letteratura, curatore con Tullio De Mauro del ”Grande dizionario italiano dell’uso”. «La nostra lingua è letteraria», aggiunge Sanguineti, «è nata per la scrittura. un vantaggio perché ci permette oggi di leggere autori lontani senza avere una lingua diversa». Basti pensare che l’86% della lingua di Dante è costituita di parole che noi continuiamo a usare comunemente. Ma il processo che ci ha portato a parlare nel Duemila il fiorentino del Trecento, con inevitabili adattamenti e modificazioni, è complesso: « una continuità costosa, l’italiano è stato a lungo una sorta di esperanto scritto, molto diverso dal parlato. Ancora negli anni dell’Unità la percentuale di persone che usava l’italiano non arrivava al 10%» dice Sanguineti. Con un paradosso, l’Italia era fatta, ma restavano da fare non solo gli italiani, ma anche l’italiano inteso come lingua. «Il primo a provarci fu Alessandro Manzoni: grazie a lui la lingua ha perso l’artificiosità. Molti aspetti anche sociali hanno accelerato questo lungo travaglio: la leva militare e la scuola, poi l’avvento della radio e del cinema». Non a caso la metà della lingua oggi in uso è nata nel Novecen-to. «Ma quella» dice Sanguineti «che ha dato la definitiva spallata, portando a compimento la trasformazione è stata la televisione». Insomma se nove su dieci dei nostri concittadini oggi parlano italiano il merito è anche di Mike Bongiorno e Pippo Baudo. «Ora», conclude Sanguineti, «si può stare a discutere sulla qualità o a rimpiangere la pulizia e la coerenza dell’italiano letterario, ma almeno l’italiano esiste». Adesso che sappiamo che lingua parliamo, possiamo chiederci: come ci siamo arrivati? A questo prova a rispondere la mostra ”Dove il sì suona” in corso alla Galleria degli Uffizi e alle Reali Poste di Firenze fino al 30 settembre. Organiz-zata dalla Società Dante Alighieri, la mostra, primo passo verso la costruzione di un museo permanente, propone un percorso affascinante e appassionante dentro la storia della lingua italiana. Il titolo prende a prestito un verso della ”Commedia”: «Le genti del bel Paese là dove il sì suona» (Inferno, XXXIII), con cui Dante si riferiva a un’Italia ancora di là da venire, ma con i materiali si risale ancora più indietro, fino al 960, data del ”Placito di Capua”, considerato l’atto di nascita della nostra lingua. Ma che lingua parleremo in futuro? «Nei prossimi due secoli assisteremo a sostituzioni linguistiche senza precedenti, all’omogeneizzazione e all’appiattimento delle poche lingue e dialetti che sopravviveranno», scrive nel libro ”Breve storia del linguaggio” lo studioso Steven Roger Fisher, direttore dell’Istituto di Lingua e letteratura polinesiani di Auckland, in Nuova Zelanda. Con toni pacati ma decisi lo studioso prefigura scenari apocalittici in cui parleremo un linguaggio globale, un idioma basato su inglese e Internet: l’International standard English. L’italiano così faticosamente conquistato, è allora già a rischio? « vero che l’evoluzione tecnologica e le sollecitazioni sociali fanno camminare la lingua più in fretta», ammette Pietro Beltrami, presidente dell’Ovi, Opera del Vocabolario Italiano, l’istituto del Cnr che è una sorta di custode della nostra lingua, «ma non è il caso di allarmarsi. Piuttosto, serve promuovere un buon insegnamento della lingua nazionale. Da noi il vero problema è che manca una buona cultura di lingua, perché la scuola elementare dovrebbe dare più spazio agli autori antichi e moderni. Un italiano corretto si impara in quinta elementare, non all’università come purtroppo accade». Non è soltanto nei libri, ma anche in tivù che si trovano validi modelli: «Paolo Bonolis ad esempio» osserva Beltrami «ha un modo di esprimersi appropriato che rivela una buona formazione». Per il momento tutti sono concordi nel ritenere fisiologico, oltre che vitale, lo scambio di vocaboli tra una lingua e l’altra. Le lingue che in quantità diverse prestano parole all’italiano sono 60 (ma si arriva a 250 se si guarda anche al passato): da qualche migliaio prese all’inglese (lingua che peraltro è composta al 75% di apporti latini) ad appena un termine nel caso di Lapponia o Vietnam. Anche considerando soltanto il lessico di base cioè le parole di uso comune - che variano tra 5 e 10 mila - la presenza di termini stranieri non va molto oltre il 10%. Ciò che sta accadendo in Italia con l’inglese non è diverso da quello che accade in altri Paesi. In America ad esempio i maggiori timori sono verso lo spagnolo. certo che alcune lingue come inglese e tedesco sono più flessibili e in grado di aderire alla realtà ad esempio creando nuove parole; altre come il francese più rigide nell’accettare le novità. L’italiano di oggi si arricchisce prevalentemente di termini di lingua inglese, ma fino all’Ottocento la stessa cosa accadeva con il francese che non a caso è la lingua straniera che nei secoli ha più influenzato la nostra parlata; un domani potrebbe succedere con il cinese. In economia o finanza l’inglese è fondamentale per capirsi, ma nel linguaggio comune conta anche la frequenza d’uso e qui i processi di assorbimento sono rapidi: termini come ”ok” o ”computer” ormai non vengono sentiti come stranieri, almeno non più di ”sport”, ”bar” o ”tram”. Ma c’è anche chi qualche rimprovero lo muove: «Negli ultimi dieci anni l’afflusso di termini stranieri è stato massiccio e continuo», avverte Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia della Crusca, professore ordinario all’Università di Roma Tre e curatore con Luciano Coletti di un nuovo ”Dizionario della lingua italiana”, «bisogna sforzarsi di tradurli o di usare parole già esistenti in italiano». Un esempio? «Preferire ”slide” invece di ”diapositiva”. C’è molta pigrizia in chi parla e in alcuni casi anche un po’ di ostentazione. In questo scuola, televisione, giornali, grandi aziende hanno pari responsabilità». Di pigrizia degli italiani parla anche Mario Cannella, lessicografo e curatore dello Zingarelli. «Delle 150-200 parole che ogni anno inseriamo nel dizionario molte sono straniere». I canali sono diversi: giornali, pubblicità, Internet. «Nel linguaggio pubblicitario» dice Cannella «l’inglese è spesso usato come richiamo di prestigio oppure in modo scherzoso. Più in generale la pubblicità, che punta sull’immediatezza dell’immagine o dello slogan, si fonda su meccanismi di sincretismo e su un linguaggio ellittico che si ritrovano ad esempio anche nell’editoria, basta scorrere i titoli dei giornali. In sé questi strumenti di comunicazione non sono né positivi né negativi. Molto dipende dal contesto, dall’uso che ne viene fatto». Riguardo Internet, un’indagine ha svelato che mentre chi parla l’italiano (quarta lingua più studiata) è solo l’1% della popolazione mondiale, in Rete le pagine nella nostra lingua sono il 3%. A fronte di una tendenza esterofila si è assistito negli ultimi anni a un ritorno al dialetto. «Non lo so se si possa parlare di una vera riscoperta del dialetto», osserva lo scrittore e poeta milanese Franco Loi, «certo è che l’italiano è mutato ed è sempre meno creativo. Il fatto che molti giovani si esprimano, in poesia o in musica, con il dialetto è uno strano fenomeno, una reazione delle parti più sensibili della società al conformismo linguistico, all’idea di uniformità». Un recente articolo, pubblicato dalla rivista britannica ”New Scientist”, ha indagato il legame tra una lingua e chi la parla, ha concluso che il modo di guardare, capire e interpretare il mondo cambia a seconda della lingua che utilizziamo. Esprimersi in una determinata lingua concentra l’attenzione su alcuni aspetti e non su altri: un processo che Dan Slobin, dell’Università della California di Berkeley chiama «thinking of speaking», come dire, il «pensiero che precede la parola». Volete un esempio? Se chiedete a un inglese di dirvi quante penne ci sono su un tavolo, vi dirà un numero, un russo prima di rispondere dovrà prima pensare al genere cui appartengono, un giapponese ragionerà in base alla forma e così via. Le implicazioni semiotiche del linguaggio sono affrontate anche da Umberto Eco nel suo ultimo libro ”Dire quasi la stessa cosa” (Bompiani): «La traduzione da una lingua all’altra mette in gioco», dice Eco, «un processo di negoziazione per arrivare a quale sia la cosa che un testo vuole trasmettere e come trasmetterla». Che si vada verso una lingua globale o locale, c’è un aspetto comune da sottolineare ed è la velocità del parlato. Uno studio condotto nel progetto Clips (Corpora di lingua italiana parlata) coordinato dall’Università Federico II di Napoli dimostra che parliamo sì la lingua di Dante, ma sempre più in fretta. Un po’ come Enrico Mentana, il direttore del Tg5, famoso per il suo ritmo incalzante. «Fa parte» conclude caustico Edoardo Sanguineti «di quel processo di ”velocizzazione” dell’esperienza per cui una volta si andava a piedi, in bici o in tram, mentre oggi si va in macchina e guai a fermarsi a guardare il panorama. Nel quotidiano nessuno guadagna tempo libero parlando più in fretta, solo tutti sono più nevrotici». Severino Colombo