Alessando Calderoni, Isabella Vergara, Macchina del Tempo, giugno 2003 (n.6), 8 novembre 2003
La tortura suscita nella gente comune una certa curiosità. Basta che sia fredda, distaccata, quasi finta
La tortura suscita nella gente comune una certa curiosità. Basta che sia fredda, distaccata, quasi finta. Per questo in Italia si trovano numerosi musei dedicati alla terribile pratica. Il più famoso è quello di San Gimignano, Siena. Tra gli strumenti esposti: la Vergine di Norimberga, la Ghigliottina, il Banco di Stiramento, la Sedia Inquisitoria, e la Cintura di Castità. In più una vasta serie di arnesi meno famosi, dalla Forcella dell’Eretico al Piffero del Baccanaro, dalla Gatta da Scorticamento ai Ragni Spagnoli. Un’altra antologia degli orrori si trova nei sotterranei del Castello di Mazzè, nel Torinese. Tra una cicogna di storpiatura e uno spaccaginocchi, a pochi passi da un violone delle comari, sulle pareti campeggiano alcune gigantografie iconografiche che riproducono il funzionamento delle varie macchine. Altri musei della tortura anche a Cattolica e a San Marino. «Tutte costruzioni fittizie per voyeur allo stato puro» giudica severamente lo storico Franco Cardini. «Non c’è alcun intento filologico. Ricordo ancora il vecchio museo della Pusterla di Sant’Ambrogio a Milano, un’indegna bottega di fregature, con un tavolo per la pettinatura della canapa spacciato per tavolo da tortura. Come se non si sapesse, poi, che gran parte di questi musei prendono i loro pezzi da riproduzioni in vendita anche su Internet». I direttori di alcuni musei sottolineano che la raccolta di strumenti di tortura ha anche una funzione storica e di testimonianza. Con buona pace di Cardini, fino a metà giugno, alla Biblioteca Ambrosiana di Milano si tiene una mostra intitolata ”Delitto e Castigo. Pena di morte, tortura e nuova giustizia”. Pezzo forte: il manoscritto autografo del ”Dei delitti e delle pene” di Beccaria.