Alessando Calderoni, Isabella Vergara, Macchina del Tempo, giugno 2003 (n.6), 8 novembre 2003
«L’opera dei torturatori è distruzione della persona». La voce ferma ma resa sensibile dall’argomento è della signora Gina Gatti, un’italo-cilena finita nelle mani degli uomini di Augusto Pinochet nel 1976
«L’opera dei torturatori è distruzione della persona». La voce ferma ma resa sensibile dall’argomento è della signora Gina Gatti, un’italo-cilena finita nelle mani degli uomini di Augusto Pinochet nel 1976. «Ero una giovane studentessa universitaria. Una come tante. Quando ci fu il colpo di Stato, nel ’73, ci venne automatico osteggiare il potere. Lo facevamo tutti. Loro ci cercavano e a poco a poco ci trovavano. Un giorno, in autunno, sono venuti a casa mia. Mi hanno bendato e mi hanno portato in una casa di tortura. Non ho visto nulla per dieci giorni ma quello che ho sentito dentro e fuori il mio corpo mi ha cambiato la vita. Mi lasciavano in un luogo angusto, poi venivano a prelevarmi per farmi del male. Non li ho mai visti. All’inizio volevo sapere che cosa mi stava succedendo e chi era il mio carnefice. Dopo qualche giorno cambiai idea: vedere voleva dire morire. Meglio non sapere nulla. Subire e aspettare. L’elettricità non lascia segni esteriori. Solo dolore passeggero e paura di morire. Ma la cecità, la nudità, la violenza, il dolore, l’umiliazione e soprattutto l’attesa di una punizione immotivata e ignota feriscono l’anima. Per decenni ho provato lo stesso terrore, ogni giorno e ogni notte. Sentivo dentro di me la voce dei miei carcerieri, le loro minacce, i suoni di quella casa, il mio respiro. Poi sono riuscita ad aprirmi, ho raccontato tutto, mi sono liberata. Oggi, a quasi trent’anni di distanza, sto meglio. Ma, ve lo giuro, ogni tanto ho la sensazione di avere ancora un boia dentro, che non vuole che io parli».