Alessando Calderoni, Isabella Vergara, Macchina del Tempo, giugno 2003 (n.6), 8 novembre 2003
Un celebre avvocato statunitense, Alan Dershowitz, già legale di O.J Simpson e di Mia Farrow, ha recentemente proposto di rendere lecita la tortura
Un celebre avvocato statunitense, Alan Dershowitz, già legale di O.J Simpson e di Mia Farrow, ha recentemente proposto di rendere lecita la tortura. Nel suo ultimo libro, ”Terrorismo” (Carocci Editore 2003), la considera infatti inammissibile per ottenere una prova ma tollerabile entro certi limiti per ricavare informazioni di vitale importanza nella lotta al terrorismo. Poche settimane dopo l’uscita di questo libro, in Iraq, le forze speciali statunitensi hanno trovato alcune camere di tortura utilizzate dai fedelissimi di Saddam Hussein per punirne gli oppositori. Due situazioni distanti nello spazio e nei contenuti, due nazioni contrapposte fino alle estreme conseguenze. Eppure un teorema comune: conoscenza e controllo. La tortura serve a estorcere informazioni inaccessibili o a tenere a bada la popolazione attraverso il terrore. Non deve meravigliare quindi che ancora oggi si segnalino casi in 111 Paesi: è uno strumento di potere. La tortura, così come la pena capitale, ha radici private, consuetudinarie e rituali. Poiché nelle popolazioni primitive vige quasi uniformemente il concetto di giustizia nel nome di un’entità superiore, infliggere una punizione a un reo significa agire nel nome del Bene, offrirla al potere divino in segno di adorazione. Probabilmente, il supplizio, come pena, espiazione o dimostrazione esiste da quando esiste l’uomo. Le prime testimonianze che ne attestano un utilizzo moderno, cioè come «sottomissione del corpo a tormenti e a sofferenze al fine di dedurre la verità», per citare la definizione di Ulpiano, si hanno presso gli antichi Egizi e i Persiani. La tortura diventa uno strumento giudiziario atto a ottenere o sostenere prove. Greci e Romani credono fermamente in questa valenza del dolore inferto a un accusato, tanto da introdurne l’impiego corrente nel proprio sistema penale. Aristotele la chiama basanos mentre a Roma, e da lì in poi, diventa famosa come quaestio. «In origine a essere torturati sono soltanto gli schiavi e gli stranieri, in qualità di imputati o di meri testimoni» spiega il professor Mario Sbriccoli, docente di storia del diritto a Macerata. « così per i greci ma anche per la repubblica romana. A partire dall’età imperiale tra i cittadini di Roma possono essere torturati anche gli uomini liberi di condizioni più umili. Nel Nono secolo Papa Nicola I condanna ogni forma di sevizie, ma a partire dal Dodicesimo, in Europa si torna a studiare il diritto dell’antica Roma, e presto la tortura ricompare stabilmente». In particolare la Chiesa aggiunge alla giustificazione dei testi latini la parola dei Vangeli (Matteo pare ammettere una punizione corporale per gli eretici). Poiché in quest’epoca il popolo è superstizioso e credulone, ogni accadimento negativo viene imputato alla presenza di influssi maligni o all’ira di Dio. Per questa ragione è la stessa gente ad accogliere con calore la possibilità di punire i miscredenti e torturare gli eretici per ottenere prova definitiva della loro colpevolezza. Per primi sono i tribunali laici a utilizzarla. Così, nel 1228 la città di Verona si aggiudica il macabro primato della legalizzazione della tortura. Tre anni dopo Federico II, con le Costituzioni Siciliane, ne introduce l’uso in tutto l’Impero. Si adegua subito anche la Chiesa: la bolla di Innocenzo IV ”Ad extirpanda”, del 1252, recita: «Per ottenere una confessione, si potrà sottoporre l’imputato alla tortura, quando questa non causi ferite al corpo, né tantomeno ci sia pericolo di morte». E giù tutta una serie di regole: non si può torturare una persona segnalata da meno di tre delatori; ogni imputato vi può essere sottoposto una sola volta; un notaio deve scrupolosamente registrare l’intero procedimento. E così via. La tortura si diffonde a macchia d’olio, con l’unica eccezione nota della Scandinavia. Con il passare dei secoli diventa la regola nei tribunali laici e in quelli ecclesiastici, specie in Italia, Francia e Germania. La lotta all’eresia (e di conseguenza la tortura) tocca il suo apice con il fenomeno dell’Inquisizione, una specifica corte di giustizia istituita dalla Chiesa cattolica romana per trovare e punire i miscredenti. Il primo viene creato a Tolosa nel 1233 e da quel momento ne nascono in tutt’Europa. Il passo dalla caccia all’eretico alla caccia alle streghe è breve. La Chiesa cerca di snidare il Maligno grazie alle delazioni degli inquisitori e degli stessi cittadini. Gli imputati non conoscono gli accusatori né le accuse. Per provare la loro innocenza possono soltanto sperare di resistere alle torture. Altrimenti è il rogo. I resoconti di numerosi processi testimoniano dell’accanimento dei giudici nell’indagare su alcuni punti ritenuti fondamentali: la fisicità dell’esperienza del sabba, l’avvenuta abiura di Cristo, i rapporti sessuali con il diavolo. Le streghe devono inoltre presentare, quale loro segno distintivo, una zona del corpo completamente insensibile o priva di sangue, la cui ricerca giustifica ogni supplizio. I mezzi usati sono prevalentemente l’ingestione coatta di acqua, il cavalletto per spezzare le articolazioni, la corda per tendere gli arti, le ustioni. « difficile quantificare il fenomeno» frena prudentemente Sbriccoli. Lo scrittore cattolico Lorente riporta però un dato che può fornire una prospettiva realistica: dal 1481 al 1517 la sola Inquisizione spagnola avrebbe torturato 17mila persone uccidendone 13mila.Tra eretici, disobbedienti e presunte streghe, l’exploit si verifica nel ’500, in nome della ”ragion di stato”, ma nell’eccidio globale sorgono anche i primi dubbi in merito all’efficacia probatoria della tortura. Dubbi che diventano insormontabili nel Settecento quando l’Illuminismo porta a riflettere sui diritti umani e nel 1764 Cesare Beccaria scrive ”Dei delitti e delle pene”. Di lì a poco la tortura viene abolita un po’ ovunque, salvo poi tornare in uso illegalmente durante il XIX secolo e sfociare nel XX, l’epoca a maggior tasso di tortura. «Comunismo, nazismo, fascismo, poi le dittature sudamericane, il Medioriente, gli americani in Vietnam, i francesi in Algeria: ogni totalitarismo, ogni espressione di potere forte è stata accompagnata dall’utilizzo della tortura». Dai tempi delle dure condanne alla tortura per bocca di Seneca, Cicerone o Sant’Agostino, mai come nel XX secolo si è fatto tanto per combattere il terribile fenomeno. Dalla Convenzione di Ginevra per il trattamento umano dei prigionieri di guerra, fino alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984, i documenti dicono a chiare lettere che per tutti, in tutto il mondo, la tortura è illegale. Eppure, mai come nel secolo scorso la tortura pare aver attecchito globalmente. Le associazioni umanitarie, su tutte Amnesty International, rivelano con rapporti annuali che tra le norme e la realtà esiste come sempre una grande e dolorosa distanza. Così si hanno segnalazioni di casi di tortura in più di cento Paesi e su una trentina esistono rapporti precisi che testimoniano l’utilizzo costante di queste tecniche, a ogni livello. «Le vittime possono essere i detenuti, gli imputati oppure donne e bambini, per colpire indirettamente le figure maschili» spiega Marco Bertotto, presidente della sezione italiana di Amnesty, «Gli strumenti vanno da quelli più fisici, come calci, pugni, bastonate e frustate, a quelli più evoluti, come gli apparecchi elettrici, gli spray tossici o le armi paralizzanti. Usa e Cina ne sono i più grandi produttori, ma in Russia e in Sudafrica si tengono annualmente fiere che espongono e vendono questi prodotti. Li chiamano strumenti per il controllo della popolazione o per l’incapacitazione temporanea. L’ultimo ritrovato è la cintura elettrica, utilizzata nelle prigioni statunitensi. Con un telecomando si può attivare a distanza una scarica elettrica per sedare i detenuti più turbolenti. Invece lo strumento di tortura più antico è forse usato in Birmania, dove si feriscono i prigionieri e poi si spalma loro addosso del peperoncino. Oppure la violenza sessuale, un’altra clamorosa forma di tortura: il macabro record, in questo caso, è della Turchia». Per il diritto internazionale infliggere sofferenza fisica o psicologica grave è tortura. E contro questo fenomeno quasi tutti gli Stati hanno una legislazione specifica. Non l’Italia, che ha ratificato nel 1988 la Convenzione Onu, ma non ha ancora prodotto una normativa che consideri la tortura come un reato specifico individuato dal Codice penale. Eppure l’argomento è di grande attualità. Non solo perché nel cosiddetto Terzo Mondo sovrani, dittatori e polizia la praticano diffusamente, ma anche perché dopo l’attentato alle Twin Towers, come testimonia il libro dell’avvocato Dershowitz, la paura ha fatto riemergere la possibilità di utilizzare a scopi ”buoni” uno strumento così terribile. In questo caso non a fine di controllo ma di conoscenza. «Si pensa spesso che determinate informazioni che non arrivano in modo volontario possano arrivare in seguito a pressioni» interviene Alessandro Politi, analista strategico. «Come insegna però l’esperienza medievale, il prigioniero pur di non soffrire può dire di tutto. E questo dilemma resta intatto nonostante i tempi, le tecnologie e le esigenze. Così come resta uguale la tentazione di applicare la tortura. I nazisti ne giustificavano l’uso per evitare sabotaggi che coinvolgessero vittime civili. Nella Guerra di Algeria la tortura è stata usata per evitare attentati dinamitardi suicidi. Circa dieci anni fa la legislazione israeliana ha previsto la legalizzazione di interrogatori piuttosto ”sbrigativi” per questioni di sicurezza nazionale. Oggi in clima di fobia da terrorismo torna la tentazione. E tocca anche gli Usa: gli strumenti di un boia cambiano per design ma il dolore è sempre lo stesso. E i governi? Vale l’undicesimo comandamento: non farti beccare». Torturatori non si nasce. Il boia è una persona addestrata. Prende un lauto stipendio per eseguire turni di tortura durante i quali è freddo e professionale come l’operaio di una catena di montaggio. Però a lungo andare l’assuefazione alla sofferenza e il confronto quotidiano con il dolore arrecato ad altri ingenerano nel carnefice traumi simili a quelli delle vittime. «Il problema della tortura è complesso soprattutto sotto il profilo psicologico» spiega Anteo Di Napoli, dei Medici contro la tortura, una onlus che si occupa di casi di tortura applicata all’estero su immigrati. «Quando una vittima arriva da noi, le prime connotazioni del suo star male sono di natura fisica: dolori articolari, pessima camminata, problemi dentali. A poco a poco, però, emergono i problemi psicologici: paura, diffidenza, insonnia, mancanza di concentrazione, cefalee, disturbi dell’attenzione. impossibile non farsi attraversare dalle loro storie. «Tortura, al di là delle ferite, è attendere ogni giorno che alcune persone vengano a prenderti e ti facciano qualcosa di male. Il confine tra vita e morte si ridiscute continuamente e lo strazio che ne deriva è enorme. Come il trauma che queste persone si portano dentro. In genere in un paio d’anni il loro recupero fisico è pressoché assicurato. Non sappiamo però che cosa accada nella loro mente. Anche dopo molto tempo». Alessando Calderoni