Antonio Armano, Macchina del Tempo, giugno 2003 (n.6), 8 novembre 2003
Che cos’è l’islàm? la seconda religione più diffusa al mondo (dopo il cristianesimo) ma anche un termine arabo che vuol dire sottomissione ad Allah, cioè a Dio
Che cos’è l’islàm? la seconda religione più diffusa al mondo (dopo il cristianesimo) ma anche un termine arabo che vuol dire sottomissione ad Allah, cioè a Dio. Il Dio della Bibbia, degli ebrei, dei cristiani. Ma a differenza degli ebrei, gli islamici, o musulmani che dir si voglia, credono anche a Cristo. A differenza dei cristiani credono che Cristo non sia il figlio di Dio ma il penultimo profeta. Non è il figlio di Dio perché, come spiega l’orientalista Bernard Lewis, «Dio per gli islamici non ha figli e non è generato». Ma se Cristo non è l’ultimo profeta chi è l’ultimo profeta? naturalmente Maometto (Muhammad), colui che ricevette la rivelazione di Dio per bocca dell’arcangelo Gabriele. Maometto è nato alla Mecca nel 570 d. C. circa (si ritiene probabile una data tra il 567 e il 572). rimasto presto orfano di padre. Una schiava lo porta a respirare un po’ di aria buona del deserto, come usava allora coi bambini; al ritorno anche la madre è già sottoterra. Maometto cresce col nonno, ’Abd al-Muttalib; e poi con lo zio, Abu Talib. Quindi sposa una donna di quindici anni più vecchia di lui, Cadigia, che gli garantisce agiatezza perché ha una fiorente attività commerciale. Quando Maometto riceve la rivelazione, si trova nella grotta di Hira, vicino alla Mecca, dove vaga da giorni in preda a inquietudini mistiche. Ha sui 40 anni, siamo intorno al 610. Si confida con la moglie a proposito della rivelazione: gli islamici la considerano per questo la prima credente in ordine cronologico e il mese lunare in cui la rivelazione ebbe inizio è quello più santo, il Ramadan, consacrato al digiuno dal sorgere del sole al tramonto. Ma i meccani, ovvero gli abitanti della Mecca, non gradiscono le prediche di Maometto. All’inizio funziona il sistema di protezione tribale. Il Profeta fa parte della tribù dei Coreisciti, conosciuta per essere particolarmente pia e non bellicosa. Dunque si lascia correre. Quando non basta più nemmeno il sistema di protezione tribale (bisogna ricordare che alla Mecca c’è la Caaba, il tempio con la pietra nera sacra, probabilmente un meteorite), Maometto, come blasfemo, è condannato a una sorta di morte sociale. Non gli resta che fuggire col fido Abu Bakr e trasferirsi in un’altra città, Yatrib, l’odierna Medina. L’anno del trasferimento, il 622, è considerato il primo dell’ègira, il calendario musulmano. A Medina riceve la seconda parte della rivelazione, quella detta delle sure (capitoli) medinesi. Da capo religioso, diviene anche comandante militare e leader politico. Infligge sconfitte ai meccani e li costringe a consentirgli di fare ingresso alla Mecca per venerare la Caaba, che definisce «creazione d’Abramo». Il suo ingresso, sulla fida cammella, nella città natale, è il ritorno del trionfatore. Maometto muore, sulle ginocchia della più giovane delle undici mogli, Aisha, a Medina, nel 632, in un’età compresa tra i 60 e i 65 anni. Non lascia figli maschi. Quando l’unico morì in fasce, disse: «Può darsi che Dio non voglia che i Profeti abbiano figli». Non lascia figli maschi ma lascia al suo popolo una religione monoteista, come l’avevano ebrei e cristiani. Gli idoli (Uzzà, Allàt) sono distrutti; proibito l’infanticidio femminile, così diffuso; vietata la mutilazione dei nemici; bandito il consumo di alcol e maiale; stabilito a quattro il numero massimo delle mogli e a cinque il numero delle preghiere quotidiane; imposto, come dovere di ogni buon musulmano, il gihad (jihad), ovvero la lotta per Allah. Una delle priorità, alla morte di Maometto, da parte dei suoi più fidi seguaci, è impedire defezioni ovvero il ritorno alla situazione precedente. Poi c’è la questione della successione. I seguaci si dividono tra chi sostiene il genero Ali e chi l’altro genero, Abu Bakr. Intorno a questa dialettica si sviluppa la principale divisione all’interno dell’islam, quella tra sciiti (favorevoli ad Ali) e sunniti. Oggi il rapporto è di uno a nove su un totale di un miliardo e duecentomilioni di fedeli. Il fattore teologico si innesterà in seguito sulla contesa di potere. Gli sciiti credono che Ali sia un vero e proprio successore, i sunniti sono per un califfo, cioè un semplice «vicario». Utman, terzo califfo dopo Abu Bakr e Omar, fa mettere per iscritto il Corano, il testo della rivelazione, che prima era soltanto recitato. Non a caso Corano in arabo significa «recitazione». Vengono messi per iscritto anche gli hadit, i detti del Profeta, gerarchizzandoli in base alla vicinanza alla fonte. Anche se voleva convertire le popolazioni della penisola arabica per farne un solo popolo, Maometto non pensava di poter conquistare mezzo mondo. Invece, nel volgere di neanche un secolo, grazie alla presenza di comandanti militari eccezionali, come Halid figlio di al-Walid, e al propellente della nuova fede, gli arabi entrano in Gerusalemme. Sconfiggono i persiani, eredi del potente impero di Ciro e di Serse. Si spingono fino all’estremo occidente dell’Africa, convertendo anche i berberi del Marocco. Penetrano in Sicilia, Spagna e sulle coste meridionali francesi vengono fermati nella battaglia di Poitiers dalle truppe di Carlo Martello nel 732. A Est si lanciano sui loro velocissimi destrieri umiliando i pachidermici eserciti indiani. Si arrestano alle soglie della Cina, dove soccombono nella battaglia di Talàs. Se le vittorie di questo popolo che si affacciava per la prima volta alla storia sono ancora oggi per gli storici un mistero militare, le conversioni delle genti sottomesse lo sono di più. Tra le motivazioni c’è la volontà di diventare cittadini di serie A del neonato impero e quella di venire trattati come tali da un punto di vista fiscale. Quest’ultimo obiettivo costa parecchio all’erario arabo, che deve correre ai ripari. Convertirsi è semplice. Come spiega arab.it, sito della comunità islamica in Italia, «basta pronunciare la professione di fede (Shahada) davanti a dei «probi testimoni musulmani» o a un dottore della legge islamica». Eccola: «Non esiste altro dio all’infuori di Dio e Maometto è il profeta di Dio». Nel secolo VIII, la capitale del califfato è spostata da Damasco, nell’attuale Siria, a Baghdad, fondata a tal scopo nel punto in cui il Tigri e l’Eufrate si avvicinano massimamente. Baghdad, che nelle intenzioni si doveva chiamare Dar as-Salam (città della pace), mantiene il toponimo originale, il nome del piccolo insediamento preesistente. Rapidamente, diventa la più grande metropoli del mondo arrivando a toccare circa un milione e mezzo di abitanti, quando Roma è una distesa semideserta di rovine. Tra mercati, giardini, hammam (bagni di vapore) e moschee, palazzi e harem, fontane e università, si sviluppa la cultura araba ancora oggi simbolo di raffinatezza illuminata: dalla filosofia alla scienza, alla letteratura. In quest’ultimo campo, un anonimo estensore mette nero su bianco una serie di storie circonfuse da un’atmosfera da favola, ”Le mille e una notte”. L’Europa ne leggerà una traduzione edulcorata nelle parti osé per mano dell’orientalista francese Antoine Galland, a partire dal 1704. la pietra miliare del fascino dell’Islam. Nel 1258, il mongolo Hülägü rade al suolo Baghdad, capitale di un impero debole e punzecchiato perfino da quelle armate brancaleone dei crociati. Perché l’ummah, ovvero la comunità musulmana, si riunisca di nuovo sotto la guida di un potente califfo, bisogna attendere il periodo ottomano che corona la sua ascesa con la conquista di Costantinopoli, oggi Istanbul, nel 1453. Ma l’auge araba è finita. Gli ottomani sono popolazioni asiatiche islamizzate. In Est Europa, parte degli albanesi e gli eretici bosniaci cristiani (bogomili) si convertono ad Allah. Anche l’Ungheria viene sottomessa. Vienna, assediata nel 1529, resiste. La reconquista dei territori iberici a opera delle armate cattoliche alleate e la vittoria nella battaglia navale di Lepanto (1571) danno il via alla riscossa economica e militare dell’Occidente. il declino islamico. Quando Napoleone nel 1798 sbarca in Egitto, governato dai sovrani mamelucchi, mette piede su una terra arretrata. Lo scaccerà l’ammiraglio Nelson. Durante la prima guerra mondiale, l’impero ottomano, il «grande malato», come ormai lo chiamano in Europa, viene smembrato. Ciò che resta di esso, l’attuale Turchia, diventa un Paese laico sotto la guida di Kemal Atatürk. Ma l’indipendenza arriva per gli altri Paesi islamici solo col secondo conflitto mondiale e la fine degli imperi coloniali francese e britannico. Nel ’48, l’India diventa indipendente e si separa dalla parte a maggioranza musulmana, il Pakistan. Nello stesso anno, finisce il protettorato britannico in Palestina, Ben Gurion proclama lo Stato d’Israele. E così via. Il concetto europeo di Stato-nazione, applicato a popoli che non lo conoscono, dà l’inizio a una serie di scontri. Il più umiliante è la sconfitta della coalizione araba nel conflitto dei Sei giorni per mano d’Israele. Un anno dopo, nel 1968, nasce l’Olp, Organizzazione per la liberazione della Palestina. Fomentati dai Paesi limitrofi, soprattutto la Siria, i profughi palestinesi si danno al terrorismo persuasi che la prospettiva di una sconfitta militare di Israele è poco probabile. E sono dirottamenti di aerei e navi. Clamoroso quello della Achille Lauro nell’ottobre 1985: militanti dell’Olp sequestrano la nave e uccidono Leon Klinghoffer, passeggero ebreo su sedia a rotelle. L’innesto del fattore religioso su quello terroristico parte dalla rivoluzione in Iran che porta nel 1979 alla cacciata dello scià, considerato un servo degli inglesi e dei loro interessi petroliferi, considerazione che lo accomuna ad altri sovrani dell’area come Feisal II in Iraq, deposto ben prima. Il sequestro di diplomatici statunitensi a Teheran segna l’inizio del coinvolgimento dell’America nello scenario, conseguenza dell’intervento sovietico in Afghanistan. L’ayatollah Khomeini, leader religioso sciita giunto al potere per furor di popolo, parla di «Satana americano». Washington appoggia i mugiahiddin, i combattenti per la libertà dell’Afghanistan contro i sovietici; e il dittatore laico dell’Iraq, Saddam Hussein, contro l’Iran. Ma la liberazione dell’Afghanistan è dovuta al crollo dell’Urss nel ’91. un momento di svolta. Saddam, pieno di debiti contratti per combattere contro l’Iran e di reduci, invade il Kuwait nel luglio del ’90. Gli americani intervengono per proteggere l’alleato strategico nella zona, l’Arabia Saudita. Il conflitto si risolve più facilmente del previsto. Ma intanto un reduce dell’Afghanistan, Osama bin Laden, d’origine yemenita e di nazionalità saudita, il quale si rifà all’ortodossia religiosa wahhabita, trama nell’ombra. Poiché il piede dell’infedele, cioè i soldati americani, ha calcato il suolo della terra del Profeta. Nel ’96, l’attentato di un fanatico ebreo uccide Ytzak Rabin, presidente israeliano, e le speranze del trattato di pace firmato con Arafat sotto l’egida di Clinton. La passeggiata di Sharon sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme (spianata del Tempio, per gli ebrei) dà inizio alla seconda intifada e fa saltare i residui ponti del dialogo innescando una reazione a catena di attentati kamikaze e ritorsioni israeliane. Una tensione che contribuisce ad alimentare l’odio dei terroristi di Al Quaeda, l’organizzazione di Bin Laden. Una serie di attentati contro americani in Medio Oriente e Africa (Sudan) sono l’antipasto dell’11 settembre. Ma questa ormai è attualità. Antonio Armano