Patrizia Longo, Macchina del Tempo, giugno 2003 (n.6), 7 novembre 2003
Hanno la bocca a forma di tagliola e denti da vampiro, occhi enormi che trapassano il buio e lenze luminose per catturare le prede
Hanno la bocca a forma di tagliola e denti da vampiro, occhi enormi che trapassano il buio e lenze luminose per catturare le prede. Li chiamano mostri degli abissi, sono i pesci che vivono nelle profondità del mare. Non solo negli oceani, ma anche nel Mediterraneo. Per vederli da vicino, è indispensabile un batiscafo e immergersi per due o tremila metri. Ma sulle spiagge siciliane, dirimpetto alla Calabria, si raccolgono a pelo d’acqua. Biologi e naturalisti lo definiscono «spiaggiamento». un fenomeno unico al mondo, determinato dalla particolare conformazione dello Stretto di Messina: un imbuto largo tre chilometri a nord e sedici a sud, con un fondale che, in un tratto di appena dieci chilometri, passa da 1.500 a soli 72 metri di profondità. Tra il bacino dello Ionio e quello del Tirreno, inoltre, esiste un dislivello, da 12 a 20 centimetri, che le acque, alla velocità di 5 nodi (quasi dieci chilometri orari), tendono a livellare, con flussi e riflussi. «Queste masse d’acqua trasportano una miriade di pesci che vivono a grandi profondità (i fondali del Mediterraneo raggiungono i 6 mila metri), ma risalgono verso la superficie in cerca di cibo, compiendo escursioni anche di 2 mila metri ogni giorno, e restano intrappolati nelle correnti», spiega Guglielmo Cavallaro, docente di zoologia all’Università di Messina. I pesci, storditi, sono relitti tra le onde. E, da 35 anni, Cavallaro e i suoi studenti li cercano tutte le mattine sulle spiagge tra Taormina e Punta Faro, li raccolgono spesso ancora in vita, li studiano e li classificano. Sono specie non solo dei nostri mari, perché nello Stretto di Messina confluiscono anche le acque del Mar Rosso, attraverso il Canale di Suez, e dell’Oceano Atlantico, tramite lo Stretto di Gibilterra. «La primavera, che corrisponde all’inverno del mare, è il periodo più favorevole per gli spiaggiamenti perché i pesci sono catturati più facilmente dalle correnti», aggiunge Cavallaro. «Nelle altre stagioni l’acqua di superficie, intorno ai 50 metri, è più calda e costituisce una barriera termica». Nell’arco della giornata, il momento migliore è poco prima dell’alba: molte specie risalgono in superficie in cerca di cibo nelle ore notturne, seguendo lo spostamento del plancton. «Quando è ancora buio il fenomeno dello spiaggiamento è particolarmente suggestivo», spiega Cavallaro, «perché molti di questi pesci sono bioluminescenti: una volta, avevo in barca un giornale e mi sono accorto che si poteva persino leggere, tanto era forte la luce che emettevano». Questa luce è prodotta dall’ossidazione di una proteina, la luciferina, attivata da un catalizzatore, l’enzima luciferasi. Lo spettacolo ricorda quello delle lucciole nelle sere d’estate. Ma la somiglianza è solo apparente: le molecole della luciferina sono molto diverse nelle lucciole (benzotiazolo, derivato dall’unione degli amminoacidi tirosina e cisteina) e nei pesci (in alcuni casi è imidazoloirazina, derivato da due tirosine e da fenilanina). Molte specie delle profondità, inoltre, possono produrre luce tramite batteri bioluminescenti che vivono con loro in simbiosi, ospitati in organi chiamati fotofori. La bioluminescenza - detta anche ”luce fredda” perché dipende da una reazione chimica che, a differenza del sole o di altri processi d’illuminazione, non genera calore - sembra una forma di linguaggio utilizzata dai pesci nel regno dell’oscurità: la luce solare, infatti, è assorbita dall’acqua, e oltre i 600 metri domina il buio totale. Le emissioni di luce servono come arma di attrazione sessuale, ma anche nella ricerca del cibo e per mimetizzarsi. Il batofilo nero (Batophilus nigerrimus), ad esempio, sotto la mascella ha un barbiglio lungo il doppio del corpo, come una canna da pesca, con un organo luminoso che serve ad attirare le prede. L’Argyropelecus aculeatus, parente della nostra ascia d’argento (Argyropelecus Hemigymnus, con una forma che ricorda una mannaia per macellai di colore argentato), sul ventre ha numerosi fotofori che producono una pallida luce bluastra: quando risale verso la superficie in cerca di cibo, trae in inganno i predatori che lo confondono con la luce della luna filtrata dall’acqua. Infine, il tipo di luce emessa, nei colori violetto, rosso o blu, e la disposizione dei fotofori lungo il corpo, caratteristica peculiare di ogni specie come le livree e i disegni dei pesci di piccola profondità, sono un sistema di riconoscimento del proprio partner. Tuttavia, non sono stati ancora svelati tutti i meccanismi e le funzioni della bioluminescenza: sono almeno una trentina i sistemi di emissione della luce negli organismi marini, ma solamente otto sono stati compresi. «Ci sono ancora molti aspetti da chiarire, che potrebbero tornare utili anche in campo medico e farmacologico», dice Flegra Bentivegna, direttrice dell’acquario Anton Dohrn di Napoli, che sta studiando l’ipotesi di condurre ricerche specifiche sugli organismi marini bioluminescenti del Golfo di Napoli. «Il gene responsabile della bioluminescenza», spiega Bentivegna, «potrebbe essere incluso in batteri o virus per seguire la propagazione delle infezioni in tempo reale e per individuare la posizione delle cellule cancerogene». Per ora, in molti casi, la bioluminescenza resta un’arma segreta in mano al 96 per cento delle creature che vivono nelle alte profondità, dove la luce non penetra. Ma non è questa l’unica particolarità dei pesci abissali. Qualche esempio? Occhi piccoli e ciechi o, viceversa, telescopici, per catturare anche il più flebile bagliore, come quelli peduncolati dell’ascia d’argento, particolarmente ricchi, sulla retina, di bastoncelli per la visione notturna (cinque volte più grandi di quelli umani) e privi dei coni per la visione diurna. Denti lunghi e aguzzi, impressionanti nel drago di mare (Stomias boa). Bocca enorme dalla mandibola disarticolata: è il caso del pesce vipera (Chauliodus sloani), uno dei più feroci predatori degli abissi, nonostante le dimensioni ridotte. lungo una trentina di centimetri, possiede dentro il palato 350 piccoli organi luminosi e non ha l’articolazione delle mascelle, per cui può inghiottire le sue prede intere, anche grandi il doppio, come i serpenti. E poi uno stomaco dilatabile, per non lasciarsi sfuggire le poche occasioni di cibo: le pareti diventano tanto sottili da vedere il contenuto in trasparenza. I pesci degli abissi sono scuri, visto che i colori, nel buio totale, non servono. E non sono robusti: gli scheletri sono poco calcificati, i tessuti spesso molli. In alcuni casi, i maschi vivono attaccati come parassiti sui fianchi delle femmine: così non si perdono nelle oscurità e possono garantire la riproduzione, come nel caso della rana pescatrice (Cerarias holboelli). Sono mostri? l’unico modo per vivere in condizioni estreme. Già oltre i 200 metri l’energia luminosa non è più sufficiente per la fotosintesi e dunque mancano vegetali, il cibo scarseggia, le temperature sono sempre più basse (3 gradi a 2 mila metri) e la pressione è un macigno sul corpo: ogni 10 metri di profondità aumenta di un’atmosfera, cioè di poco più di un chilo ogni centimetro quadrato di superficie corporea, per cui a tremila metri è pari a 300 chili per centimetro quadrato. Per compensazione, alcuni pesci sono privi di gas interni, altri hanno vesciche natatorie che pompano i gas all’esterno e che, se portati in superficie, esplodono. L’équipe di Paul Yancey, del Whitman College, ha studiato i sistemi di compensazione dell’alta pressione sui processi cellulari: alcune sostanze, come l’ossido di trimetil-amina, stabilizzano le proteine dell’organismo contro la salinità del mare; inoltre nei pesci abissali sono presenti diversi strati di gelatina e un basso contenuto di proteine nei muscoli, che li rendono tra l’altro poco appetibili per l’uomo. «Per i ricercatori, gli studi sugli adattamenti dei pesci alle condizioni di vita degli abissi sono particolarmente interessanti», dice Anna Miglietta, responsabile del Museo della stazione di biologia marina dell’Università di Lecce, dove è custodita una collezione di specie abissali in formalina (aperta al pubblico, è stata esposta nei giorni scorsi a Trieste in una mostra dell’associazione Globo divulgazione scientifica, che sarà riproposta in autunno a Milano). «D’altra parte», continua Miglietta, «quelle condizioni sono considerate estreme perché proibitive per noi, in una visione antropocentrica, ma il mare profondo, oltre i 1.800 metri, occupa il 67 per cento della superficie terrestre: è l’ambiente più diffuso sulla Terra». Patrizia Longo