Mario Torre, Macchina del Tempo, giugno 2003 (n.6), 6 novembre 2003
«èla prima volta, nella storia dell’umanità, che abbiamo modificato gli ecosistemi in maniera così profonda, su tale scala e con tale rapidità»: lo afferma John McNeill, della Georgetown University, nella recente analisi della storia dell’ambiente del Ventesimo secolo
«èla prima volta, nella storia dell’umanità, che abbiamo modificato gli ecosistemi in maniera così profonda, su tale scala e con tale rapidità»: lo afferma John McNeill, della Georgetown University, nella recente analisi della storia dell’ambiente del Ventesimo secolo. Eppure, in un quadro così drammatico la prospettiva di sanare il pianeta non è morta, anzi c’è posto per un cauto ottimismo. è questa la conclusione che si può trarre dal ”Rapporto sullo Stato del Mondo 2003” redatto, come ogni anno, dal Worldwatch Institute. Ci sarebbero infatti, secondo il Worldwatch, nuove prove della capacità dell’uomo di rispondere alle minacce ambientali e sociali. La strada, raccomanda l’Istituto, è accelerare i recenti successi nella lotta contro le malattie infettive, aumentare il reddito dei poveri e diffondere l’uso dell’energia rinnovabile per mettere l’economia mondiale su un binario più sostenibile. «Costruire un mondo in cui si riesca a soddisfare le esigenze senza privare le generazioni future di una società salutare non è impossibile», ha detto il presidente del Worldwatch, Christopher Flavin, nella presentazione del rapporto. Tra gli sviluppi positivi del 2001, il Worldwatch cita gli impegni presi daBrasile e Germania per sviluppare energie rinnovabili e la decisione della California di imporre limiti sulle emissioni inquinanti dalle automobili. E il rapporto elogia le alleanze per l’ambiente e la giustizia sociale nate tra gruppi di ”verdi” e alcune religioni: dagli sforzi dei monaci buddisti in Thailandia contro la deforestazione, alla campagna del Consiglio mondiale delle chiese (protestanti) per contrastare l’effetto serra. «Questa è una strada importante: fummo noi i primi, come WWF, nel 1986, a riunire i rappresentanti di varie religioni per formulare un atto di lode alla creazione e un atto di pentimento per gli errori fatti contro di essa, perché si prendesse coscienza dei problemi esistenti», commenta Gianfranco Bologna, direttore del WWF e curatore dell’edizione italiana dell’ultimo ”Rapporto sullo Stato del Mondo”. «Se siamo in grado di costruire astronavi spinte da cellule pulite di carburante, dovremmo anche essere in grado di costruire automobili dotate dalla stessa tecnologia. Se siamo in grado di estrarre il rame dalla terra, dovremmo anche poterlo estrarre dalle discariche e dai palazzi abbandonati. E se siamo in grado di proteggere i turisti dalla malaria, dovremmo essere in grado di fare altrettanto per le persone sottoposte al pericolo del male», ha affermato Flavin. E contro la malaria che colpisce almeno 600mila bambini l’anno (come se venisse colpita ogni anno tutta la popolazione di Genova) e globalmente circa 300 milioni di uomini (oltre 5 volte tutti gli italiani), c’è un esempio del recente passato che può essere da sprone per combatterla: l’eradicazione del vaiolo. Commenta Chris Bright, del Worldwatch Institute: «Nel 1967, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità annunciò un programma per debellare il vaiolo entro un decennio, la malattia colpiva 10-15 milioni di persone ogni anno, soprattutto bambini, uccidendone fino a 2 milioni. Quando fu annunciato, il programma dell’OMS appariva ingenuo a molti scienziati e funzionari della sanità. Eppure il programma ebbe successo, grazie alla tenacia e a una piena comprensione dei punti di debolezza dell’agente patogeno. L’ultimo caso di vaiolo nel mondo fu identificato in Somalia nel 1977, solo 10 mesi oltre la data prevista per l’eradicazione. Il costo totale del programma OMS fu di quasi 300 milioni di dollari, pari a 700-800 milioni di dollari di oggi: il costo di 3 giorni di guerra in Iraq». Oggi la malaria è un morbo peculiare delle zone tropicali, ma solo 60 anni fa era presente anche in regioni più temperate come l’Europa meridionale, il Nord Africa, l’Asia orientale e gli Stati Uniti sudorientali. Benché l’estensione geografica dell’infezione si sia ridotta, oggi più del 40% della popolazione mondiale vive in aree dove il parassita della malaria si può trasmettere facilmente. Spiega Anne Platt McGinn: «Per ragioni ecologiche, demografiche e climatiche, l’Africa subsahariana ospita circa il 90% di tutti i malati e i morti di malaria. Nei primi anni ’90 gli ambulatori della regione hanno curato quotidianamente più persone affette da malaria che da qualsiasi altra malattia. I bambini di queste regioni possono ospitare contemporaneamente 5 diversi ceppi di malaria. In Kenya, un bambino su venti presenta una forma talmente severa di anemia dovuta alla malaria che, se vivesse negli Stati Uniti, sarebbe trasferito d’urgenza in ospedale per essere trasfuso». La malaria non è solo un problema sanitario, ma anche una variabile che concorre ad aumentare il livello di povertà di popolazioni che già stentano a sopravvivere. In alcune zone afflitte dalla malattia le famiglie devono spendere ogni mese fino a 40 dollari in cure. La resistenza sempre più forte del parassita verso i farmaci complica ulteriormente il quadro: soprattutto in Africa, nelle cui regioni orientali apparvero per la prima volta nel 1978 ceppi di Plasmodium falciparum, resistenti alla clorochina. Negli anni Ottanta vari Paesi africani registrarono un raddoppio (e oltre) dei decessi e dei ricoveri ospedalieri dovuti alla malattia. Un trend valido ancora oggi. Ma si sta facendo il massimo per combatterla? «Chi fa ricerca, la porta avanti seriamente e le possibilità di ottenere risultati, se non per sconfiggere, ma almeno per contenere la malattia, sono reali. Ma il sistema economico-commerciale mondiale non favorisce la soluzione del problema», sostiene Bologna. In altre parole, sconfiggere la malaria non è considerato un elemento economicamente produttivo e quindi l’interesse non è primario. Se da un lato, dunque, il problema è drammatico, dall’altro esiste la prospettiva che può essere superato. Ma se alcune iniziative positive esistono e il passato mostra alcune soluzioni a problemi simili a quelli di oggi, ciò non significa che tutto sta andando per il meglio. Anzi. Secondo il Worldwatch Institute molte situazioni oggi sono estremamente negative. L’estinzione di specie di animali, ad esempio. «Secondo molti scienziati il mondo sta subendo la più massiccia ondata d’estinzioni dai tempi dei dinosauri», scrive Howard Youth, autore del capitolo dedicato all’habitat. A sostegno vi è quanto hanno scoperto gli ornitologi che stanno stilando un rapporto sullo stato delle circa 9.800 specie di uccelli viventi. I risultati finora disponibili sono allarmanti. Il 99% delle specie a maggior rischio d’estinzione devono la loro condizione a fattori di impatto umano. I fenomeni d’estinzione dell’avifauna sono in netto aumento e procedono a un ritmo 50 volte superiore al tasso di estinzione naturale: delle almeno 128 specie scomparse negli ultimi cinquecento anni, ben 103 si sono estinte a partire dal 1800. «Questi dati, scientificamente provati e non ipotizzati, parlano da soli. L’estinzione degli uccelli è solo la punta dell’iceberg di quanto è in atto sul nostro pianeta. è quindi singolare che alcuni vogliano sminuire questa ingente massa di dati», dice Bologna. A sostegno del presidente del WWF Italia vi sono anche Mia MacDonald e Danielle Nierenberg: nel capitolo dedicato alla biodiversità sostengono che negli ultimi 100 anni fino al 50% delle foreste originarie della Terra sono state distrutte dalle attività umane. Le foreste aride dell’America Centrale sono praticamente scomparse e in molti Paesi metà o più della metà delle mangrovie (vegetazione tipica delle zone tropicali) sono state abbattute. Sostiene Nierenberg: «Il problema è grave in quanto le foreste contengono circa la metà della biodiversità totale del pianeta e la maggiore diversità di specie di ogni altri ecosistemi». L’estrazione dei metalli è una delle attività peggiori per la salute del pianeta. Per costruire un anello d’oro di pochi grammi si producono circa 3 tonnellate di rifiuti. Le attività di estrazione utilizzano circa il 10% dell’energia complessivamente consumata, minacciano il 40% delle foreste primarie ancora esistenti e in molti Paesi sono responsabili di oltre la metà delle emissioni tossiche. I suoi costi sociali, ambientali e sanitari sono tra i più alti che si conoscano. Il settore minerario è certamente ai primi posti tra le attività non più sostenibili dal nostro pianeta ed è anche l’attività lavorativa più pericolosa in assoluto: in media ogni giorno muoiono 40 minatori in qualche parte del mondo. Le attività estrattive sono anche in cima alla classifica della produzione di rifiuti e di sostanze tossiche. Negli ultimi 20 anni i minatori brasiliani hanno estratto dalle 80 alle 100 tonnellate di oro all’anno con metodi tradizionali. Ma l’estrazione ha provocato il rilascio di circa 100 tonnellate di mercurio nei terreni e altrettante in atmosfera. Negli Usa queste attività sono responsabili ogni anno dell’emissione di circa due milioni di tonnellate d’inquinanti tossici come mercurio, piombo, cadmio e cianuro. Questa drammatica situazione ha, comunque, delle potenziali soluzioni. Spiega Bologna: «Ad esempio la Danimarca ha messo al bando l’alluminio dai contenitori di bevande, riducendo la dipendenza dall’attività estrattiva. Le alternative esistono e si chiamano riciclo dei metalli e ripristino e riuso dei materiali». Un altro argomento altalenante tra il positivo e il negativo riguarda la produzione d’energia. Spiega Flavin: «Questa è l’era delle energie rinnovabili: oggi questo tipo di energia è un business da molti miliardi di dollari. In molti Paesi, l’eolico ha assunto una posizione prioritaria generando, in alcuni casi, più del 20% del fabbisogno elettrico a un costo competitivo rispetto alle tecnologie energetiche convenzionali. Secondo le stime, fra il 2001 e il 2010 gli investimenti globali nelle energie pulite possono crescere di ben otto volte, arrivando a oltre 80 miliardi di dollari l’anno». Ma le energie alternative non possono essere la risposta globale – almeno nel medio termine – alla richiesta di energia del pianeta. Che fare? «Nei rapporti precedenti il Worldwatch Institute ha già dato le indicazioni su come decarbonizzare il pianeta. L’idrogeno può essere una strada da percorrere», risponde Bologna. Un’iniziativa presa quasi alla lettera dall’Islanda che vuole eliminare quasi del tutto l’uso di combustibili fossili e dare energia al Paese attraverso l’idrogeno e le fonti energetiche alternative. Per il futuro è fondamentale, conclude il rapporto, abbandonare l’attuale modello di sviluppo basato solo sulla crescita economica, per abbracciare lo sviluppo sostenibile. Ma al momento mancano reali decisioni politiche in merito. «Il Rapporto Onu» sostiene Bologna «evidenzia la scarsità delle risorse finanziarie necessarie a implementare quanto deciso a Rio, nonché lo stallo del trasferimento delle tecnologie. La crescita del debito dei Paesi poveri (passato dai 1.843 miliardi di dollari del 1992 agli oltre 2.500 miliardi di dollari attuali) ha chiuso ulteriormente le opzioni per lo sviluppo sostenibile di queste nazioni, mentre il crescente flusso di investimenti privati è troppo volatile e diretto a pochi Paesi e a pochi settori». Nonostante i problemi, secondo il Worldwatch il futuro non è disarmante: «Le sfide ambientali e sociali che stiamo affrontando sono enormi, ma non impossibili. Come dimostra la storia, la specie umana è capace di compiere cambiamenti fondamentali per migliorarsi». Mario Torre