Patrizia Longo Macchina del Tempo, luglio 2003 (n.7), 5 novembre 2003
Sono l’unico modo per prendere il sole senza rischiare la pelle. Ripetute scottature ne provocano un invecchiamento precoce e aumentano anche del 50% il rischio di tumori della pelle: una patologia per la quale ogni anno in Italia si segnalano 250
Sono l’unico modo per prendere il sole senza rischiare la pelle. Ripetute scottature ne provocano un invecchiamento precoce e aumentano anche del 50% il rischio di tumori della pelle: una patologia per la quale ogni anno in Italia si segnalano 250.000 nuovi casi (l’1% è maligno), con un aumento del 15% rispetto al 1990. Non c’è perciò da stupirsi se la Food and drug administration (Fda), l’ente americano per la vigilanza sui farmaci e gli alimenti, considera i prodotti di protezione solare dei veri e propri farmaci. Eppure nel nostro Paese rientrano ancora nella categoria dei cosmetici e, secondo un’indagine della Società italiana chimici cosmetologi, un italiano su tre non ne fa uso. Il pericolo, del resto, è invisibile: sono i raggi ultravioletti (Uv), così chiamati perché i raggi solari visibili, scomposti nell’arcobaleno, terminano con il violetto. Gli UvA penetrano in profondità, agiscono sul Dna delle cellule e sul collagene della pelle, provocando invecchiamento precoce e danni cellulari che predispongono alle neoplasie. Gli UvB, che si fermano in superficie, provocano invece eritemi e scottature. Per contrastare questi effetti occorrono filtri solari con due componenti principali: i principi attivi, che proteggono dai raggi Uv, e l’eccipiente (oli naturali o sintetici), che ne consente l’applicazione sulla pelle e permette al prodotto di non scivolare via assieme al sudore o all’acqua. I principi attivi possono essere chimici, ovvero sostanze (innocue per la cute) che bloccano gli Uv; oppure fisici come le polveri minerali che riflettono come uno specchio la maggior parte degli ultravioletti. Contro gli UvB, i filtri chimici più efficaci sono i cinnamati, derivati dall’acido cinnamico dei vegetali, e l’acido para-aminobenzoico (o Paba), mentre il filtro fisico più comune è il biossido di titanio. Per gli UvA si utilizzano soprattutto filtri chimici: i benzofenoni, il dibenzoilmetano e il mexoril. La protezione deve essere tanto più alta quanto più chiara è la pelle. Per i primi giorni, in ogni caso, i dermatologi consigliano i fattori alti: Spf 15 e UvA metodo Ppd 7. Cosa significano queste sigle? Spf (Sun protection factor), che sulle confezioni in italiano appare anche come Ip (Indice di protezione), indica il fattore di protezione dagli UvB che non deve essere inferiore a 10. La pelle così protetta può rimanere esposta al sole 10 volte più a lungo rispetto a quella nuda. La protezione dagli UvA, invece, è indicata come Ppd (Persistent pigment darkening), che misura l’abbronzatura a due ore di distanza dall’esposizione e varia da 5 (bassa protezione) a 15 (alta protezione), e Ipd (Immediate pigment darkening): una misura della pigmentazione immediata che varia tra 12 (bassa protezione) e 50 (altissima protezione). Per capirci: su uno scaffale di flaconi quello con Spf 1, Ppd 5 e Ipd 12 sarà il meno protettivo di tutti mentre il più sicuro avrà un Spf 50 o più alto ancora, Ppd 15 e Ipd 50. Altri fattori importanti: il Parasol, per la fotostabilità (’Parasol 4” significa che dopo un’ora la protezione è attiva al 90%, ”Parasol 1” solo al 50%), la resistenza all’acqua (water resistant vuol dire che l’80% dell’indice di protezione è garantito per almeno due bagni, mentre water proof per 4) e la data di scadenza. Da quest’anno sull’etichetta può comparire ”Efficacia testata dai centri italiani di fotodermatologia”: è il sigillo del Gruppo italiano di fotodermatologia (Gifde) per i prodotti testati in provetta e sull’uomo. Fondamentale è la quantità di prodotto spalmata sulla pelle: «In laboratorio si utilizzano 2 milligrammi per cm2, ma in spiaggia la metà e quindi anche la protezione è inferiore», avverte Giovanni Leone, del Servizio di fototerapia del polo dermatologico Ifo San Gallicano di Roma. Secondo la Fda bisogna spalmarsi il solare almeno mezz’ora prima dell’esposizione. La quantità consigliata è di 30 grammi, pari a 12 cucchiaini da tè: uno per ogni braccio, per il viso e per il collo; due cucchiaini per ogni gamba, per torace e schiena, secondo i calcoli del Kaiser medical center di San Rafael, in California. Da riapplicare ogni 2-3 ore, e dopo il bagno, sempre con un massaggio su tutto il corpo, orecchie comprese! La protezione non autorizza però gli eccessi. I dermatologi la chiamano la ”regola dell’ombra”: se l’ombra è più corta della vostra altezza, meglio stare al fresco, con cappello a larga tesa, maglietta e occhiali da sole. Vietati perciò i bagni di sole tra le 11 e le 15 (le 12 e le 16 dell’ora legale), quando il sole è allo zenit e gli Uv più intensi. Patrizia Longo