Patrizia Longo Macchina del Tempo, luglio 2003 (n.7), 4 novembre 2003
C’è un popolo nomade, nel deserto del Sahara, che fa della separazione di coppia l’occasione per una festa
C’è un popolo nomade, nel deserto del Sahara, che fa della separazione di coppia l’occasione per una festa. Sono i Tuareg: quando un uomo, o una donna, ripudia il partner, il giorno dopo la separazione si organizza una festa di divorzio, a cui partecipa tutta la tribù, compresi i neoseparati.
A ben guardare, questo rito non è privo di logica: serve a scaricare la tristezza di una storia finita, traghettando senza troppi scossoni due persone fuori da uno dei momenti più stressanti (insieme al licenziamento e al trasloco) che possano accadere nel corso dell’esistenza. I Tuareg, del resto, partono da una filosofia di vita poco romantica, ma forse più realistica: le relazioni di coppia non sono fatte per durare. Nella nostra civiltà invece, che celebra il mito dell’amore eterno, non esiste un rito di passaggio di questo genere. E così il vuoto della separazione è riempito da fenomeni di costume, come il film ”Lasciarsi in 10 giorni” di Donald Petrie, uscito nelle ultime settimane, e libri come ”Lasciami”, dell’antropologo Franco La Cecla (10 euro, Ponte alle grazie 2003). Segno di un bisogno sempre crescente di affrontare il problema, e non solo per l’escalation in Italia di divorzi e separazioni: secondo l’istat, nel 2000 i divorzi sono stati 37.573 e le separazioni 71.969, con un aumento rispetto all’anno precedente del 9,4 e del 10,9% e, rispetto al 1995, del 39 e del 37,5%. Ma le domande presentate nei tribunali sono molte di più: 48.451 quelle di divorzio, 99.640 quelle di separazione. E il 21% riguarda coppie sposate da meno di cinque anni. Ma fuori dalle aule giudiziarie, che si occupano per lo più degli aspetti pratici ed economici di un amore che si sfalda, la civiltà occidentale non conosce il rito dell’abbandono. Chi si separa deve elaborare il suo lutto in solitudine e il dolore spesso genera crudeltà, vendette e rancori. La Cecla, antropologo presso l’Università di Bologna, definisce queste manifestazioni come i sintomi di una «ignoranza dei congedi».
Ma perché lasciarsi è un atto così difficile e doloroso?
Non dovrebbe essere l’atto consequenziale di una constatazione, la conclusione di un rapporto? «La cattiveria è sovente effetto del senso di colpa e dei sacrifici che si sono fatti perché la storia continuasse» afferma La Cecla, «gli stessi elementi che hanno difeso il rapporto fino a un attimo prima, e che hanno impedito di abbandonare l’altra persona, diventano così forze che gli si rivoltano contro. Una volta che uno dei due ha deciso che non c’è più niente da fare, occorre essere il più crudeli possibile per non prolungare la sofferenza propria e quella dell’altro». Non a caso si utilizzano espressioni prese a prestito dalla chirurgia, come «taglio netto», «amputare», «rimarginare la ferita».
«Per il senso comune», sottolinea La Cecla, «lasciarsi male sembra l’unico modo per troncare: una fine netta, senza tentennamenti che causano ancora più dolore. In molti Comuni italiani stanno nascendo centri di mediazione familiare per aiutare i coniugi ad affrontare la separazione, soprattutto quando ci sono anche dei minori da tutelare». Un aiuto, dunque, per le coppie sposate; ma per le altre è inevitabile cadere nella cattiveria?
«Bisogna essere chiari, non crudeli» suggerisce lo psichiatra Raffaele Morelli, direttore della rivista ”Riza psicosomatica”, «lasciarsi è legato a uno stato interiore. In realtà non dobbiamo decidere nulla: quando non proviamo più piacere nello stare insieme, accogliendo il disagio la nostra decisione si formerà automaticamente».
Inutile, quindi, tormentarsi con giri di parole ed eufemismi ambigui. «La frase classica è ”Prendiamoci un po’ di tempo”, ma questi sono solo alibi per coprire con se stessi la propria lotta interiore», avverte Morelli. Chi lascia deve spiegarlo con estrema chiarezza. E chi è lasciato? «L’altro deve avere il coraggio di accogliere il proprio dolore», risponde Morelli, «anche perché spesso facciamo finta che vada tutto bene, ma in realtà la storia non funziona più per tutti e due: chi lascia ha agito a nome di entrambi».
Bisogna evitare di arrovellarsi tra interrogativi e paure e riconoscere il fallimento. Il resto viene da sé: il cervello è sempre pronto alle novità, l’inconscio ci guida alla ricerca di nuovi incontri, nuovi lavori e, soprattutto, nuovi amori. Le donne, in questo, sono avvantaggiate: sono più disposte ad affrontare il dolore, anche con la psicoterapia. «Gli uomini devono ancora fare i conti con l’idea del maschio forte» osserva Morelli, «ma oggi anche il maschio sta diventando più disponibile a confrontarsi con la parte femminile che è in lui».
Patrizia Longo