Alessandro Calderoni Macchina del Tempo, luglio 2003 (n.7), 4 novembre 2003
Due famiglie cancellate da altrettante pistole in una settimana. il giugno 2000. Nel primo caso, a Lecco, basta una multa per scatenare la furia omicida
Due famiglie cancellate da altrettante pistole in una settimana. il giugno 2000. Nel primo caso, a Lecco, basta una multa per scatenare la furia omicida. 14 e 15 ottobre 2002: quindici morti in due giorni, in tre normalissime famiglie di Chieri, Reggio Emilia e Roma. Poi la prima settimana del maggio 2003: il 2 la strage dell’artigiano di Aci Castello, nel Catanese, il 5 quella di Milano, nel quartiere bene di San Siro. Carneficine quasi sempre insospettabili fino al clic del grilletto. Poi, solo dopo, tutti sapevano, credevano, avrebbero potuto o dovuto intervenire. E la parola più pronunciata è «follia». In Italia gli omicidi sono passati da 1200 a 640 all’anno nell’ultimo decennio e costituiscono solo lo 0,4% dei crimini complessivi. Eppure occupano ben il 19,3% dello spazio informativo cartaceo e televisivo. Perché la violenza è repellente e attraente allo stesso tempo. E poterla imputare al gesto folle di un malato di mente è una sorta di catarsi, come se si allontanasse l’idea che una persona normale un giorno possa svegliarsi e fare una strage. Eppure, solo il 5% degli assassini viene giudicato infermo di mente. Cioè il 95% è composto da soggetti perfettamente in grado d’intendere e volere. La questione è tutta qui: il confine tra sanità e insanità mentale è ondivago e il concetto stesso di normalità è difficilmente definibile. I giornali parlano spesso di «raptus». Per gli psichiatri, se lo si intende come ammattimento istantaneo del soggetto, è un concetto inesistente. «Il rapporto tra normalità e follia» spiega lo psichiatra e criminologo Massimo Picozzi, «è un continuum che può essere segnato da crisi di particolare intensità, responsabili dell’evidenziazione di uno stato che fino a quel momento era solo latente». «Quando si rompe il sottile equilibrio interno che, già malato, teneva a bada un’enorme massa di sofferenza, patologia e traumi, la manifestazione di questa spaccatura è incontrollabile, con conseguenze non prevedibili, come non prevedibili sono le singole cause scatenanti. Comunque, vorrei fosse chiaro, la stragrande maggioranza delle persone affette da patologie mentali non genera problemi e si chiude in se stessa». La pensa allo stesso modo il prof. Giancarlo Nivoli, presidente della Società italiana di psichiatria forense. «Tra il bianco del sano e il nero del malato esiste una gradazione fittissima e spesso impercettibile di grigi. Clinicamente si distingue tra psicosi e disturbi della personalità. Le prime sono patologie mentali gravi ed evidenti. I secondi sono una via di mezzo spuria e frequente tra la normalità ideale e la follia completa». Il problema principale che deve essere posto nell’ottica della pubblica sicurezza è la predittività dei comportamenti delittuosi. In altre parole, considerando che non tutte le patologie psichiche sono a rischio né quelle a rischio sono spesso immediatamente manifeste, come è possibile prevedere con ragionevole certezza le azioni criminose a partire da un soggetto qualsiasi? Su questo tema Nivoli è lapidario: « difficilissimo. Esiste una pericolosità palese e immediata, come negli stati di eccitamento maniacale. In secondo luogo si ha il caso delle minacce, ma non è per nulla certo che uno squilibrato che promette un atto violento lo compia poi effettivamente. C’è poi una pericolosità condizionale: in alcune particolari situazioni, sotto particolari stimoli, in un soggetto può scattare la violenza. Qui anticipare gli eventi è possibile, ma non certo facile. Ma è ancora più difficile quando a generare una crisi esplosiva è una somma di concause che, prese individualmente, sarebbero del tutto innocue». «L’unico e miglior modo per prevenire disastri è conoscere bene la storia del soggetto e le sue abitudini», rincara la dose Massimo Picozzi. «Lo stesso impiego di sostanze stupefacenti o di alcol può essere indice di una personalità più fragile e quindi più incline a crisi e manifestazioni etero o autodistruttive. Oppure i disturbi di fondo, come quelli antisociali, propri di chi calpesta sistematicamente i diritti altrui, o narcisistici, per chi tende a voler dimostrare sempre di essere il migliore, il più grande o il più forte. Si noti inoltre che non sempre l’omicidio è l’atto principale della crisi». Spesso è la tendenza suicida a guidare l’assassinio. Negli Usa, ad esempio, è un classico il ”suicide by cops”, uno schema che consiste nel provocare l’intervento della polizia con una serie di atti violenti, simulare un’aggressione armata agli stessi tutori dell’ordine e venirne uccisi, anzi ”suicidati”, come reazione. Se una malattia può stare alla base di un omicidio e se può essere individuata in fase preventiva o in seguito all’azione criminosa, deve esistere anche un sistema terapeutico per tamponare o guarire il soggetto malato. «Occorre intervenire contemporaneamente su due fattori», specifica Nivoli: «Il primo è la malattia mentale di per sé. Il secondo è la violenza, le cui dinamiche possono essere differenti o parallele a quelle della malattia». A seconda che la patologia si manifesti precocemente o venga acclarata al termine di un iter giudiziario, cambia il sistema di cura. Il prof. Adolfo Francia, docente di criminologia all’Università dell’Insubria di Varese, fa notare come in principio tutto dipenda dal contegno dei congiunti del soggetto malato. «Se si premurano di segnalare la patologia ai servizi sociali o comunque d’intraprendere un processo di cura e mantenimento, il controllo sociale è alto». I medici possono comunque ricorrere al trattamento sanitario obbligatorio (Tso) al verificarsi di particolari condizioni. «Se il soggetto mostra sintomi evidenti, rifiuta la cura e il ricovero è giudicato necessario, il medico curante propone il Tso al medico del servizio pubblico, il quale lo inoltra al sindaco che a sua volta emette un’ordinanza che finisce sul tavolo del giudice tutelare. Il Tso viene disposto per 7 giorni presso il servizio psichiatrico di diagnosi e cura zonale, poi può essere revocato o prorogato di settimana in settimana». Oggi, a 25 anni dalla legge Basaglia, la famosa ”180”, i presupposti nei confronti dei malati di mente sono cambiati in maniera radicale. «Prima della legge si parlava di ”pericolosità a sé e agli altri”: il ricovero in manicomio avveniva in base a un giudizio di presunta insicurezza pubblica. Oggi invece l’orizzonte è mutato e le coazioni hanno finalità terapeutiche: ci sono anche strutture residenziali gestite da medici, dove i disabili scoprono di avere potenzialità di varia natura e iniziano il cammino per una guarigione sociale della loro patologia, qualora anche non fosse possibile una guarigione tradizionale in senso clinico». Il concetto di pericolosità sociale torna a farsi vivo però in sede di giudizio, quando è il giudice a sancirla. Si può avere soltanto in caso di vizio di mente, parziale o totale. Se il vizio è parziale si ha una riduzione della pena pari a un terzo, il periodo detentivo viene scontato in carcere e poi si decide l’eventuale lasso di tempo da trascorrere in casa di cura. Chi viene invece prosciolto dalle accuse per vizio totale di mente, se giudicato socialmente pericoloso finisce in uno dei sei ospedali psichiatrici giudiziari sparsi sul territorio nazionale. «Per un reato anche minore», spiega Francia, «la persona considerata non imputabile finisce almeno due anni in ospedale. Almeno 5 o 10 per reati gravi. Si tratta formalmente di una misura di sicurezza sulla quale si può intervenire grazie all’istituto della revoca anticipata: ogni sei mesi il tribunale di sorveglianza può riconsiderare la pericolosità del soggetto ed eventualmente disporne il ritorno a casa». La permanenza in ospedale dipende insomma dal potere contrattuale del singolo individuo: se all’esterno ci sono familiari e avvocati capaci, la revoca anticipata non è impossibile da ottenere; viceversa un paziente solo al mondo è destinato a stare rinchiuso sine die. «A meno che», prosegue Francia, «avvocati, medici o volontari non intervengano per fare spostare queste persone in comunità, ambienti meno costrittivi e più umani. In questo caso però si pone un problema di competenza: le Asl hanno interesse a togliere dagli ospedali giudiziari i soggetti difficilmente recuperabili e alle comunità conviene prenderli per questioni economiche, ma non sempre queste strutture sono in grado di accogliere pazienti provenienti da regimi rigidi ed evitare che l’eccesso di libertà improvvisa faccia peggiorare le loro condizioni di salute mentale». Alessandro Calderoni