Varie, 4 novembre 2003
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Falck Alberto
• Mandello del Lario (Lecco) 19 giugno 1938, Milano 3 novembre 2003. Industriale • «Laureato in Bocconi, Alberto entra a 26 anni nell´azienda "di casa". Sale uno alla volta i gradini della gerarchia e nell´82 conquista il timone del gruppo. Grazie al suo polso, ma grazie anche alla sensibilità che gli consente di mediare tra gli "umori" dei 25 eredi del fondatore Giorgio Enrico. l´epoca in cui il consiglio Falck è uno dei tanti crocevia azionari della borghesia lombarda: nel capitale ci sono i Pesenti, i Rocca e i Pirelli. E dei tratti "genetici" di questa imprenditoria Alberto - collezionista di libri antichi e porcellane - ha anche l´attenzione per il sociale che l´ha accompagnato tutta la vita: dall´impegno nel Vidas e nell´Associazione ricerca sul cancro fino ai ruoli nell´Unione Cristiana imprenditori dirigenti e nell´associazione aziende di famiglia. La sua prima vera sfida industriale è all´inizio degli anni ´90. L´acciaio non naviga in buone acque. Alberto decide di cercare soci. Tratta con i francesi di Usinor Sacilor, poi, a sorpresa, si "sposa" con lo Stato italiano alleandosi con l´Ilva. Ma il matrimonio dura poco. La crisi dell´Ilva si avvita. E nel ´94 la società pubblica fa saltare l´accordo. Questo divorzio segna l´inizio di uno dei periodi più tormentati della sua vita. Il problema è strategico. L´acciaio ha aperto un buco di 160 miliardi nei conti e la Falck è a un bivio: scommettere ancora sulla siderurgia o diversificare? Una decisione difficile in una realtà normale, difficilissima per una famiglia che ha sulle spalle novant´anni di storia nell´acciaio. Alberto spinge per la svolta, il cugino "velista" Giorgio non vuole tradire le origini. La discussione è aspra. La spunta Alberto e Falck smantella gli storici impianti di Sesto San Giovanni. Archiviata la Dinasty dell´acciaio, la nuova scommessa di Alberto è sull´energia e su Sondel. Ma la pace non dura. C´è il tentativo di scalata di Romain Zaleski, arginato dall´asse stretto da Alberto con gli alleati di sempre e la regia di Mediobanca. Ma la morte di Cuccia nel 2000 getta i semi dell´ennesimo colpo di scena. Vincenzo Maranghi, nuovo numero uno di via Filodrammatici, convince Alberto al grande passo. Il primo di agosto, nella canicola milanese, annuncia l´accordo che porta Compart (la futura Montedison) nel capitale Falck, prima della fusione che dovrebbe dare alla famiglia il 9% del colosso. Ma Alberto Falck ha fatto i conti senza l´oste (’Mia moglie mi prenderebbe ancora a ciabattate per questo”, ha ricordato più tardi scherzosamente). Le banche votano contro Mediobanca. La fusione salta e la famiglia resta con in mano un pacchetto di azioni quasi invendibile. ” andata come è andata - ha chiosato allora Alberto - ora abbiamo la bicicletta e dobbiamo pedalare”. E lui lo fa bene. L´operazione Bell-Olivetti garantisce una lauta plusvalenza che placa i malumori di casa. Va in porto il blitz su Adr. Grazie ai buoni uffici di Giovanni Agnelli esce dall´impasse Montedison e dirotta i soldi di famiglia su Actelios, attiva nell´energia pulita. Alberto è contento, le cose riprendono ad andare per il verso giusto. Studia progetti nel gas, ricompatta la famiglia e fonda la Falck Spa. Decide di vendere le quote in Unicredit, Intesa e Mediobanca, quasi a voler segnare finanziariamente la svolta» (Ettore Livini, ”la Repubblica” 4/11/2003). «Forse suo malgrado, era diventato il capofamiglia, il timoniere della quinta generazione Falck. Suo malgrado perché l’indole, il carattere di Alberto Falck erano quelli di chi preferisce fare senza apparire, assumendosi le responsabilità del nome e del suo ”peso” nell’industria italiana e nella storica borghesia milanese, ma senza cercare il proscenio. Dagli anni Ottanta, terribili per la Falck, bandiera dell’imprenditoria privata nell’acciaio, aveva dovuto ”mostrarsi”, tenere la ribalta, essere protagonista. Non s’era tirato indietro, ma riuscendo a imporre anche ai più invadenti mass media uno steccato di riservatezza, un rifiuto all’esibizione, all’esteriorità che sta nel Dna dei Falck e che è alimentato da un’etica calvinista del denaro e del potere. Le cronache raccontano che Bruno Falck, l’ultimo della quarta generazione, arrivato alla testa dell’impero dopo la morte dei due fratelli Enrico e Giovanni, sia sempre andato a lavorare in tram. Da quegli anni a rischio di tracollo per l’indebitamento della società pari a due terzi del fatturato, il gigantesco Alberto Falck (era alto quasi due metri e aveva preso questa imponenza dalla madre Camilla) non aveva ”recitato” il proprio ruolo, lo aveva assolto tentando di stare sempre un passo indietro dai riflettori, ma reggendo la fabbrica, gli altiforni sino alla loro morte fisiologica per i nuovi assetti europei dell’acciaio, accompagnandone la fine in modo da evitare traumi sociali e, come capo della dinastia, ferite troppo profonde nel capitale di una famiglia rimasta sostanzialmente unita e vicina all’impresa, nonostante l’azionariato diffuso tra fratelli, sorelle, cugini e anche in situazioni che avrebbero consigliato una rapida dismissione e l’addio. Alberto aveva trovato leali alleati in una famiglia che, come i Pirelli, è stata dagli anni Sessanta sino al finire del secolo in totale controtendenza, la faccia nobile di una grande borghesia milanese che, spesso, se n’era andata fra fallimenti, manette, volontarie diaspore, ben calcolate rinunce al proprio dovere sociale o aveva ceduto all’intreccio fangoso fra politica e affari. ”Ogni tanto - disse nel 1981 - sono forti le tentazioni di abbandonare la strada maestra e di andare per le ’sconte’, come direbbero i veneti, per le scorciatoie. Ma il farlo porta di solito nei burroni. La recente storia della classe imprenditoriale milanese è purtroppo fitta di scorciatoie e di baratri. Noi abbiamo tenuto la prua in rotta, restando uniti”. Una sua alleata determinante è stata Gioia Marchi che, pur rimanendo lontana dalla gestione, ha, per senso del blasone industriale e nel ricordo di suo padre Giovanni, mattatore dell’azienda nei decenni della ricostruzione e del miracolo economico, sempre risposto agli aumenti di capitale nei momenti bui dell’azienda, non è mai arretrata, divenendo la maggiore azionista della famiglia e, dal 1995 in poi, supportando Alberto nel non facile e qualche volta fortemente delusivo cambio di destino e di obiettivi del patrimonio Falck. Era un uomo di molta ironia, e di qualche poesia. Un giorno, quando ancora gli altiforni eruttavano colate, gli chiesi di Sesto San Giovanni, la città delle loro fortune alle porte di Milano, l’ex Stalingrado d’Italia. Rispose: ”C’era un rapporto di amore-odio molto vistoso. Noi, anche se avevamo anticipato certe forme di neocapitalismo, restavamo i padroni. Poi, il mondo è mutato, il sindacato è mutato. Forse, oggi c’è meno odio, ma certamente c’è meno amore”. Dal padre Enrico, uno dei tre figli maschi del fondatore delle acciaierie di Sesto nel 1906, aveva preso il senso dell’impegno sociale, politico, ma sempre badando a non farsi trascinare al proscenio, e una forte, vissuta, testimoniata fede cattolica che Enrico aveva condiviso con la moglie Camilla, una donna altissima, austera ma piena di humour. Antifascista sin dagli anni Venti, prima come militante dell’Azione Cattolica, più tardi con il gruppo dei Neoguelfi che nella milanese via Tamburini, nella villa Falck, diede vita, poco dopo la dichiarazione di guerra, al primo nucleo della Democrazia Cristiana, resistente e, nel dicembre del 1944, arrestato dai repubblichini, Enrico accettò della politica anche la ribalta. Fu senatore democristiano (tre anni soltanto, poi morì) e, in epoche di furiosi fronte a fronte nella Stalingrado d’Italia, si batté per l’azionariato del lavoro» (Guido Vergani, ”Corriere della Sera” 4/11/2003). «Scherzava sulla sua statura di quasi due metri. ”Come faccio a passare inosservato?”, sorrideva quando qualcuno, tra gli amici, gli rimproverava di frequentare poco cene e occasioni mondane. Già, perchè una delle aspirazioni, se così la si può definire, di Alberto Falck, erede (insieme al cugino Giorgio) di quella che è stata la dinastia di imprenditori siderurgici italiani più nota, per quasi quarant’anni dagli anni Trenta agli anni Settanta i ”signori dell’acciaio”, l’aspirazione nemmeno tanto segreta era quella di passare inosservato. Riservatezza, prima di tutto. Ma con quell’altezza, con quella figura massiccia che lo facevano scoprire in un battibaleno in mezzo a una folla da fotografi e giornalisti, beh, il compito era duro, durissimo. Così, alla fin fine, se n’era fatta una ragione: se ne stava fermo, mentre i fotografi facevano scattare i loro flash a ripetizione, e ogni tanto sorrideva: ”Ma quante ne avete di mie foto? Cosa ne fate?”. Conosceva benissimo le regole del gioco, per uno con quel cognome e con quelle frequentazioni, dai consigli del suo gruppo a quelli della Pirelli, della Camfin, della Ras, di Mediobanca, della Milano Assicurazioni, i riflettori erano sempre accesi, i microfoni dei cronisti a caccia di dichiarazioni pure. Ma non capiva l’ostentazione, le luci alla ribalta degli anni della Milano da bere, dello yuppismo rampante. Preferiva le amicizie vere, come quella con Leopoldo Pirelli, un altro grande dell’imprenditoria milanese, che forse più di lui coltivava l’understatement. Preferiva i fatti. E soffriva, in cuor suo, d’aver ereditato un gruppo che all’inizio degli anni Settanta era il primo nella siderurgia privata italiana (con una produzione di un milione e passa di tonnellate all’anno e 16 mila dipendenti) e d’averlo visto travolto dalla grande crisi dell’acciaio che in Europa non ha risparmiato nessuno. Per lui, imprenditore laureato in Bocconi, pragmatico quindi, ma con una tradizione familiare di impegno cattolico alle spalle - e che impegno visto che papà Enrico, grande amico di Giuseppe Lazzati, il gran rettore della Cattolica, e del cardinale Schuster, fu uno degli animatori della Dc meneghina che ebbe i natali proprio in casa Falck - il cruccio più grande fu il taglio di migliaia di dipendenti, la chiusura degli storici stabilimenti di Sesto San Giovanni, la Falck Unione, la Falck Vittoria, la Falck Concordia, la Falck Vulcano. Una città nella città. Con tanto di fabbriche, ciminiere, ma anche case per gli operai, asili, scuole, perchè così l’aveva voluta nonno Giorgio Enrico, uno dei quegli imprenditori lungimiranti dei primi del Novecento attenti al profitto ma anche al benessere dei propri operai, come i Marzotto a Valdagno o i Pirelli, anche loro a metà strada tra Milano e Sesto. Impossibile, per la Falck, come per i Krupps in Germania, passare indenni alla crisi degli anni Ottanta e Novanta: con i coreani, i cinesi e gli indiani pronti a produrre acciaio a metà costi: come potevano le imprese gli europei? Resistettero i grandi gruppi pubblici, i privati no. Ad Alberto Falck, approdato alla guida del gruppo nel 1982, toccò gestire la crisi. Il tentativo di alleanza con l’Ilva, finito a carte bollate. Poi il divorzio dall’altro ramo della famiglia, gli eredi di zio Giovanni, finito nel ’95 con l’uscita dal patto di sindacato del cugino Giorgio. Poi ancora il tentativo di fusione, auspice il patron di Mediobanca Enrico Cuccia, amico pure lui di vecchia data, con Montedison finito male con la cessione a Foro Buonaparte delle centrali elettriche della Sondel. Infine la scalata ostile della Tassara di Romain Zaleski. Per finire con la costituzione di Actelios, l’ultimo tassello dell’ex impero, piccola società attiva nell’energia da fonti rinnovabili. [...] Era una gran collezionista, di libri antichi soprattutto, libri del 500, gran bibliofilo, presidente a lungo dei 100 amici del libro, uno dei club più esclusivi tra i bibliofili. Collezionista e goloso di cioccolato, lo ricorda un amico con affetto. Ma l’impegno più grande, lavoro e famiglia a parte, era per l’impegno sociale, vicepresidente dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti, attivo in organizzazioni no-profit. Nel suo sangue, ricorda chi lo conosceva bene, scorreva il sangue (cattolico) di papà Enrico ma anche quello (protestante) del bisnonno approdato dalla natia Alsazia in riva al lago di Como per iniziare l’avventura nella siderurgia in un piccolo stabilimento a Malavedo a pochi chilometri da Lecco. Un po’ bocconiano, insomma, e un po’ boy scout. Per nulla tentato dalla politica nonostante le tante avance di chi, in tempi di crisi del partito cattolico, vedeva in lui la faccia onesta e il nome noto. E così adesso, nel ricordarlo sono tutti d’accordo, amici e colleghi. Come Cesare Romiti che confessa d’averne sempre ammirato ”l’integrità morale, la sua religiosità e il suo essere uomo”» (’La Stampa” 4/11/2003).