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 2003  novembre 03 Lunedì calendario

Shockey JeremyCharles

• Nato ad Ada (Stati Uniti) il 18 agosto 1980. Giocatore di football americano. Dei New York Giants. "New York va matta per le sue piccole malefatte. Le nottate nelle discoteche alla moda come China Club e Scores, il bla bla sulle donne spalmate nel suo letto a ritmo di primato, i suoi medi alzati di fronte alla telecamere accese, rendono tutto un po’ più intrigante e appetitoso. Come le sue frasi celebri. Pescando dal repertorio c’è l’imbarazzo della scelta. ”Gioco meglio quando sono incazzato”. Oppure: ”Non tollerereimai un omosessuale nello spogliatoio”, come riferito al microfono radiofonico dell’impertinente Howard Stern, conduttore di uno dei programmi alternativi più famosid’America. O anche: ”Il pubblico paga il biglietto perché vuole vedere gente che finisce all’ospedale. Chiedete in giro: nove tifosi su dieci rinuncerebbero a una vittoria per vedere Jeremy Shockey che spezza il braccio a un avversario”. Frasi da mordersi la lingua. Shockey racconta di aver fatto anche quello. Perché Jeremy non è uno tenero neppure con se stesso. In college quando un facile pallone gli scivolò dalle mani e lui perse l’opportunità di segnare un touch down, si fece sanguinare la lingua con un morso: ”Così mi sarei ricordato di quanto sia doloroso commettere un errore”, spiegò allora. Dopo un’eliminazione dai playoff, sempre all’università, raccattò da terra un boccone di fango e lo inghottì davanti a tutti: ”Così mi sarebbe rimasta in bocca per sempre l’amarezza della sconfitta”, disse sbalordendo i presenti. L’allenatore che lo sconsigliò di andare a giocare per Miami University, un college grande e famoso, perché avrebbe finito con il fare tanta panchina, lo mandò al diavolo. Anche in quel caso pubblicamente e disse: ”O mi faccio notare o mi toccherà per tutta la vita un lavoro dalle 9 alle 5”. E così già alla sua seconda stagione si fece subito notare: 40 ricezioni e Miami vinse il titolo. Poi, però, lanciò subito pesanti accuse anche contro quell’allenatore: ”Non mi passano la palla quanto dovrebbero perché sanno che se divento troppo bravo me ne vado subito fra i professionisti”. Così mandò a quel paese anche chi gli aveva sconsigliato il pericoloso e incerto salto nella Nfl. E tanto per cambiare fece di testa sua. Una testa dura: su questo i pareri sono tutti concordi. Una cocciutaggine appresa in famiglia, tirata avanti per anni con i sacrifici di mamma Lucinda e nonna Evylene, costretta su una carrozzina da un incidente stradale accadutole in gioventù. Il padre Jeremy non l’ha mai conosciuto: aveva abbandonato baracca e burattini quando lui era appena nato. Così da allora ha imparato a odiare lui e qualsiasi autorità maschile: siano arbitri o allenatori. Il padre lo chiama con l’omerico nome di ”Nessuno”, tanto per far capire quanto possa contare nella sua scala di valori affettivi. E fin da quando era bambino sognava di poterlo incontrare solo per poter essere il primo a saltargli addosso e spaccargli la faccia. Ma Jeremy Shockey aveva fatto anche il chierichetto e quando raccoglieva dei soldi lavorando al supermercato vicino casa spesso li donava al primo mendicante che incontrava. Ma il suo gioco prediletto era travestirsi da superman per tuffarsi in volo contro una parete di casa sperando di passarci attraverso. E non si era arreso neppure quando gli era sanguinato copiosamente il naso. Non si può dire che Jeremy Shockey sia un ragazzo accomodante. Come mise piede nello spogliatoio dei Giants, lui ragazzino di 21 anni appena uscito dal college, si era azzuffato subito con Brandon Short, uno dei veterani. Semplicemente perché aveva rifiutato la prassi, riservata alle matricole, di dover cantare davanti a tutti. Poi sul campo però si era subito guadagnato il rispetto della squadra. Nessun rimorso neppure dopo aver mandato a farsi benedire la Nfl e tutto l’establishment che essa rappresenta. Gli si sganciava troppo spesso il laccio del casco così dalla Lega lo avevano minacciato con una multa. Lui disse sempre a telecamere rigorosamente accese: ”Ma come ogni partita vengo aggredito da energumeni che mi insultano, mi tirano i capelli, mi sputano addosso. E la Nfl vuole multarmi perché mi si sfila il casco troppo spesso? Io credo che la Lega si una presa per il c... e mi detestano solo perché non abbasso la cresta”. Nel 2002, arrabbiatissimo a bordo campo, scaraventò un bicchiere pieno di ghiaccio contro le prime file dello stadio colpendo inavvertitamente due bambini. Si scusò profusamente. Per riparare alla malefatta dopo che sua madre Lucinda, visto l’episodio in televisione lo aveva chiamato al telefonino per strigliarlo, invitò il padre e i due figli nello spogliatoio: regalò loro palloni e cappellini autografati. Ma poi il giorno dopo sui giornali il padre dei bambini lo apostrofò duramente. Lui disse: ”Quei due figli cresceranno male con un padre così. Aveva accettato le mie scuse e si comportava come il mio miglior amico e poi mi ha pugnalato a tradimento. Non si fa così” . Perché Jeremy Shockey nella sua follia vuole soprattutto giustizia. per essere giusto con se stesso che dopo aver fatto nottata con l’ennesima stellina si mette a fare centinaia di flessioni alle 4 del mattino" (’La Gazzetta dello Sport” 31/10/2003).