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 2003  novembre 02 Domenica calendario

RUBINI Cesare

RUBINI Cesare Trieste 2 novembre 1923, Milano 8 febbraio 2011. Giocatore di pallanuoto. Giocatore di basket. Come pallanotista vinse 6 scudetti da giocatore e allenatore, collezionando 84 presenze in Nazionale (oro ai Giochi del ’48). Con l’Olimpia Milano, dal ’50 al ’72, vinse 15 scudetti, come giocatore e allenatore, oltre a una coppa Campioni, 2 coppe Coppe e 1 coppa Italia. È nella Hall of Fame di basket e pallanuoto • «Giura di non ricordare più nulla. Ma sono balle. Dategli una sedia, gambe sotto il tavolo, sopra una tovaglia, se è a quadretti bianchie rossi è meglio, una bottiglia di vino, tanto lui non beve: assaggia. E ne sentirete delle belle. Sentirete la storia dello sport, che poi sarebbe il meglio della vita, del Novecento. Anche se lui è nato nel ’23, e dei suoi primi giorni — questo è vero — ricorda poco. Ma il resto lo ricorda benone, ed è avventura, poesia, ironia. Il resto è nuoto da quando aveva un anno e mezzo, poi calcio con la Ponziana e atletica con il Guf di trieste, con un quarto posto agli Assoluti del ’ 45, specialità 400 metri, il giro che uccide. Il resto è pallanuoto “quando si giocava in mare, l’arbitro su una barca, e un giorno, giudicato colpevole per una decisione ingiusta, l’arbitro fu preso a fiocinate, scappò su quella stessa barca inseguito da una flotta di altre barche a remi, ma il mare era un po’ agitato, l’arbitro cominciò a vomitare e fu salvato su un motoscafo delle guardie di Finanza”. [...] Quando giocava a basket per Milano, “dormivo in una stanza con altri tre, una volta la settimana si tornava a Trieste, saltavamo sui camion del “Corriere della Sera” che da via Solferino portavano i giornali in tutta Italia. Fino a Brescia si stava in cima ai pacchi e si prendeva vento e, a volte, acqua. Poi, a mano a mano che i pacchi venivano gettati contro le edicole, noi scendevamo nel cassone”. [...] Nella sua esistenza, ha “venduto tutto e di tutto, tranne le partite. Il primo commercio all’Olimpiade di Londra, nel ’48: 3500 foulard di seta, acquistati a Como con la scritta Olympic Games e l’immagine di Adolfo Consolini che lanciava il disco, 48 casse di amaro Strega, e 3 mila metri di seta di paracadute, esportati illegalmente nei cassoni sigillati della Federazione italiana. I foulard di seta andarono alla grande, l’amaro Strega fu piazzato a un ristorante italiano di Londra, la seta di paracadute rischiò di rimanerci sul gobbone”. [...] Un giorno prese in disparte Sandro Gamba e gli disse: “Non so né di tecnica né di tattica. Fa’ tu”. Nello spogliatoio, prima Gamba spiegava la scienza, poi Rubini strappava il cuore ai suoi ragazzi fino a incattivirli, fargli venire la bava alla bocca e spuntare gli artigli al posto delle unghie. Sul campo entrava a due terzi del riscaldamento, imperturbabile agli insulti dei tifosi avversari e agli applausi dei suoi, poi, dice Gamba, “sapeva sempre cosa succedeva e cosa stava per succedere”. Sempre piaciuti i duri. [...] Professionista nell’uso degli imperativi, specialista della delega, insuperabile seduttore con i dipendenti, apparentemente glaciale come il circolo polare artico, sotto sotto tempestato dalle emozioni, capace di guardare anche i giganti dall’alto in basso, capace di piangere senza doversi nascondere. Eccolo: è il Principe, è Rubini» (Marco Pastonesi, “La Gazzetta dello Sport” 2/11/2003) • «Il diploma di cavaliere della Repubblica “per meriti olimpionici”, incorniciato su una parete dello studio, arriva da un´altra Italia: lo firmano Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi. E pure le Olimpiadi di Rubini riemergono da un evo lontano: Londra 1948, le prime dopo la guerra. Cesare Rubini, noto ai più come il Principe, in un´epopea della pallacanestro legata al Simmenthal Milano, vi vinse la medaglia d´oro. D´un altro gioco, però: la pallanuoto. Si poteva, ai tempi: bastava tirare a canestro da settembre a maggio e tirare fra i pali da maggio a settembre, “e mi fan ridere i giocatori d´oggi, che sono sempre stanchi”. Poi, c´è chi riesce meglio: come Rubini, appunto, se è finita che è l´unico sportivo italiano a figurare in due diverse Hall of Fame, quei musei dedicati ai grandi dello sport per cui in America vanno pazzi. Nel 1990, Rubini entrò in quella del nuoto, a Fort Lauderdale, Florida, nel ´94 in quella del basket a Springfield, Massachusetts. Di entrambi i giochi è stato allenatore e giocatore. Meglio: allenatore-giocatore, insieme, e quel trattino illustra il dono dell´indole da capobranco più di un´intera biografia. Bisogna pur raccontarla, un po´ di storia. Rubini Cesare, triestino della classe ’23, è un liceale di buona famiglia che può, nella città già più evoluta dell´altra Italia, fare tutto lo sport che vuole. Due gli riescono bene: la pallacanestro, nella gloriosa Ginnastica, e la pallanuoto, che si gioca in modo più naif nelle piscina costiere, d´acqua salata. Ausonia si chiama la sua, ed è lì che lo vengono a cercare. Da Milano, un tal Bogoncelli, per farlo giocare a pallacanestro: l´intreccio è continuo, basta non perdersi. “A me piaceva più la pallanuoto - ricorda lui - era il gioco di noi ragazzi che, giù alla piscina, andavamo anche a spiare dal buco le signore. La pallacanestro però cresceva di più, prometteva di farti vivere di sport: e io, che già a Trieste pigliavo 70 lire a settimana, e forse fui il primo professionista, scelsi la palestra. A casa, finita la guerra, non avevo lavoro. Milano era la terra promessa. Ci sto ancora, e mia moglie Luisella, che è istriana e m´ha seguito ovunque, non ci si muoverebbe mai. La pallanuoto è diventata così un pezzo di vita rimossa, lontana, senza più quasi sentire nessuno di quel mondo. Con tanti rimpianti, perché furono giorni splendidi. Ragazzi forti, bellissimi. E matti come pochi”. Il gruppo di Londra ´48 s´immerge, in realtà, l´anno prima. Rubini sta partendo con una nazionale di basket e invece si ritrova a Montecarlo con una di pallanuoto. Ce lo pilotano due compagni, Vittorio Sosti e Mimì Bulgarelli, napoletani. “I due che hanno fatto svoltare la mia vita di sportivo. Amici, più che compagni. S´allenavano pochissimo, in partita erano fenomeni. Uno stava in America, a fare il buttafuori ai concerti di Sinatra poi, in stagione, arrivava a Rapallo pieno di soldi, giocava e cantava nei locali, ma quando ripartiva era al verde. L´altro scappò con la figlia del prefetto di Napoli, mai lavorato in vita sua, se non al tavolo di chemin de fer. Saltava l´allenamento del mattino, ma quando arrivavamo alla Rari Nantes lui era lì dalla sera prima: faceva il croupier, giocava forte e ogni tanto mi diceva che avrebbe fregato gli usurai tirandosi un colpo in testa”. “In un torneo a Rapallo ero andato forte e allora mi fanno: tu vieni con noi e mi ritrovai a Montecarlo. Da allora fui Monacò: o accentata, alla francese, o alla napoletana. Aggregato, non ancora titolare. Come diventarlo lo scoprii subito. Monacò, ascolta bene. Buonocore è un bravo portiere, ma ti farà segno con la testa dove si tufferà: e tu fai gol dall´altra parte. ’Azz, quant´è forte Rubini, gridavano da bordo vasca. E Valle, l´allenatore, un fiorentino di buon senso che lasciava fare e ascoltava, mi mise dentro. Non uscii più”. Londra è l´anno dopo, il ’48. Il viaggio è in treno. Gonfiano i bagagli della squadra azzurra “5.000 metri quadri di seta e 1.500 fazzoletti da rivendere là: quelle borse non le aprirono, per fortuna, e facemmo affari”. Il clima era ostile agli italiani, usciti infangati dalla guerra (“ma ancor di più ci insultavano in Francia”). Al villaggio olimpico, un campo della Raf riadattato dopo il conflitto, c´erano i controlli, ma non come ora. “Venne a trovarci un amico napoletano, tale Biancaneve. Dormì lì tutti i Giochi, alla fine veniva anche alle cene ufficiali”. L´Italia vinse la medaglia d´oro. “C´erano 18 squadre, fu un torneo lungo e duro. E pieno di polemiche, come quando ci fecero ripetere la partita con la Jugoslavia, per un errore tecnico, e dopo averla vinta la prima volta, la pareggiammo. Erano forti gli ungheresi, che battemmo nel girone. E forti gli olandesi, che battemmo in finale a Wembley: 4-2, diecimila in tribuna, radiocronaca di Niccolò Carosio. Com´ero io? Menavo, come a pallacanestro. Non ero un granché a nuotare, ma potevo lanciare lungo e preciso e controllavo bene la palla”. Londra fu la prima Olimpiade, Roma quella non giocata. “Ero vecchio, avevo un calcolo al rene, il tecnico Zolyomy mi era amico e fu franco: Cesare, metto dentro i giovani. Giusto, vinsero l´oro”. Rubini sfilò la calottina e stese il costume ad asciugare. Poteva iniziare l´altra storia, quella degli uomini alti» (Walter Fuochi, “la Repubblica” 30/3/2004).