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 2003  novembre 01 Sabato calendario

Nelle strade di Troia, di notte, con Valerio Massimo Manfredi, per capire perché Ulisse resta solo, parte da Troia con gli altri e poi si ritrova da solo di fronte al suo destino

Nelle strade di Troia, di notte, con Valerio Massimo Manfredi, per capire perché Ulisse resta solo, parte da Troia con gli altri e poi si ritrova da solo di fronte al suo destino. Come succede? è una scena molto particolare e anche inquietante da un certo punto di vista. Alla partenza da Troia Agamennone pensa che bisogna fermarsi per offrire dei sacrifici espiatori. Altri vogliono invece partire immediatamente. Un gruppo parte. C’è Menelao, c’è Aiace Oileo, e c’è anche Ulisse. Sennonché, dopo essersi fermati all’isola di Tenedo che è a sud ovest di Troia e oggi si chiama Bozkada, Ulisse decide di tornare indietro e, quando anni dopo Telemaco arriverà a Sparta per chiedere notizie del padre a Menelao, Menelao gli dirà: «Da allora io non lo vidi più. Tornò indietro col vento contrario a forza di remi sotto la tempesta e da allora non l’ho mai più visto». Perché Ulisse sarebbe tornato indietro da solo, lasciando i suoi compagni? Questo il poeta non lo dice. Possiamo fare delle congetture sulla base dei miti che poi si svilupparono in seguito. C’è chi dice che, preso dal rimorso, sarebbe voluto tornare indietro per restituire le armi di Achille ad Aiace che era morto, e quindi deporre le armi di Achille sulla tomba di Aiace. Altri ancora dicono per cercare il Palladio, questo mitico talismano, questa statua di Atena, che si diceva rendesse invincibile la città che lo possedeva. E infatti uno di questi miti sostiene che poi Ulisse lo portò con sé in Italia. La cosa rimane avvolta nel mistero. Questo dunque spiega la solitudine di Ulisse, perché l’Odissea è il romanzo di un uomo solo mentre invece l’Iliade è una grande vicenda corale. Certamente. E, anzi, io penso sia che il poeta in qualche modo abbia voluto evidenziare la personalità, comunque, di Ulisse che si stacca sempre, che sempre in qualche modo è diverso. Io penso che Ulisse sia il personaggio che il poeta ama di più. Troia è importante nella storia, nella letteratura, nel mito, ma essere nelle stradine di Troia, dove, più di tremila anni fa, giravano Ulisse e i suoi, usciti dal cavallo, prima di radere al suolo la città, che impressione ti fa? Fa venire i brividi, come la prima volta che sono venuto. Io mi ricordo ancora da ragazzo, avevo vent’anni quando sono venuto qui la prima volta, c’era un grande silenzio, non c’era nessuno, non c’erano turisti, non c’era nulla. Con i miei amici ci sedemmo lassù e rimanemmo a lungo in silenzio, senza parlare. Eravamo presi da un’emozione veramente intensa: sono le pietre che parlano, insomma. Purtroppo nella nostra epoca, nella nostra età, è difficile ascoltare queste voci lontane attenuate dal tempo, però per chi è cresciuto su questi testi, per chi li ha amati, è sempre un’emozione fortissima. Valerio, dal punto di vista della storia dell’archeologia, cosa ha significato la scoperta di Troia, questa follia di Schliemann che in realtà aveva ragione?  stata una cosa clamorosa, come tutto quello che faceva Schliemann, il quale non era un archeologo, quindi ha combinato anche una gran confusione, per cui poi gli archeologi veri che sono venuti dopo, a partire da Dörpfeld e fino a oggi che si stanno riaprendo gli scavi, hanno dovuto veramente dipanare una matassa intricatissima. Lui però ha avuto questa fede, e io penso che anche oggi con questi strumenti così avveniristici che aiutano l’archeologia, come le geoelettriche, o il C 14, non dovremmo mai dimenticare la passione, cioè un’adesione, anche sentimentale, profonda; perché se Schliemann non avesse creduto così ciecamente alla parola di Omero, forse queste mura ancora dormirebbero sotto una coltre di terra. Forse Micene non sarebbe riemersa, o forse sarebbe riemersa dopo, ma non sarebbe stata comunque la stessa cosa. Questa è stata una scoperta che veramente ha inciso sulla storia della civiltà occidentale. Non dobbiamo mai dimenticare che l’Iliade e l’Odissea sono i pilastri della nostra testualità, così come lo è la Bibbia per la civiltà semitica. Una cosa importante, forse, da dire è che Schliemann ha creduto al valore di questi libri anche come mappe. L’Odissea, lo vedremo nel corso del nostro viaggio, era anche una mappa per i navigatori successivi, e Schliemann ha detto: «Questa può essere una mappa anche per fare delle ricerche archeologiche». Esiste, secondo te, ancora un libro che può avere questa funzione oggi? Io ho avuto un’esperienza personale, cioè negli anni tra il 1979 e il 1986, ho ricostruito al suolo tutto l’itinerario descritto nell’Anabasi di Senofonte, un testo del IV secolo, e ho potuto constatare proprio de visu, toccare con mano, che la descrizione che c’era in questo testo corrispondeva in maniera impressionante ai paesaggi che poi venivo scoprendo; questa mente estinta da ventiquattro secoli mi guidava e io lo capivo perfettamente. Un’ultima domanda, Valerio. C’è una scoperta equivalente a quella che è stata Troia da fare in questo secolo? Mah, sicuramente: la recente scoperta di Manolis Andronikos, scomparso purtroppo, della tomba di Filippo II, il padre di Alessandro il Grande. Una scoperta che non ha pari; senz’altro più importante di quella della tomba di Tutankhamon. E mi verrebbe da dire: la scoperta, chissà, in futuro, della tomba di Alessandro. Eecco l’indice del libro ”Ulisse. L’eroe che inventò il Mediterraneo” (Rizzoli libri illustrati, 184 pagine, 25 euro). Ogni capitolo si compone di un ”Diario di bordo”, di un ”Viaggio nel mito”, di un ”Incontro” e di una sezione dedicata ai ”Luoghi”. 1) Troia 2) Beirut 3) Alessandria 4) Sicilia 5) Circeo 6) Creta 7) Corfù 8) Itaca 9) Appendice: lo stato di salute del Mediterraneo. Alessandro Cecchi Paone