Pietro Veronese inviato di ཿRepubblica Macchina del Tempo, luglio 2003 (n.7), 1 novembre 2003
La catastrofe del Museo nazionale ha avuto, sugli schermi televisivi del mondo intero, il volto di una donna
La catastrofe del Museo nazionale ha avuto, sugli schermi televisivi del mondo intero, il volto di una donna. Nawala al Mutawali, la direttrice, che tutti abbiamo visto aggirarsi in lacrime tra le rovine di questo tempio della storia umana. Adesso la dottoressa Nawala non vuole più parlare con i giornalisti. come se ancora non si fosse ripresa da quello shock. Sta lì, sulla porta d’ingresso, neanche fosse un usciere, a sorvegliare chi entra e chi esce. Guarda il carro armato americano che sta parcheggiato accanto alla cancellata, inutile guardiano di questa devastazione. Sorride ma non accetta la conversazione. Il portavoce del Museo ora è Donny George, uno dei sette nuovi direttori delle Belle Arti irachene; è a lui che bisogna rivolgersi per cercare di capire quanto è stato davvero grave il danno del saccheggio. «Accertare in maniera completa la gravità del danno subito dal Museo è molto difficile. Ci stiamo lavorando ma è ancora presto. I motivi sono due. Primo, non abbiamo ancora finito l’opera di verifica, che è lunga e complessa perché i pezzi custoditi tra queste mura sono migliaia. Abbiamo anche una squadra di esperti americani venuta ad aiutarci nell’inventario: appena un’opera risulta rubata viene diramata l’informazione, per allertare gli aeroporti e le dogane di tutto il mondo. Secondo, molti oggetti rubati sono stati restituiti o recuperati e speriamo che questo continui. Dunque altri reperti potrebbero tornare nelle nostre mani». Nelle settimane precedenti la guerra avevate un piano per mettere in salvo le opere più preziose? «Abbiamo fatto tesoro dell’esperienza della guerra del ’91 e prima ancora di quella con l’Iran. Abbiamo tolto dalle teche quanto più abbiamo potuto e lo abbiamo trasferito nei sotterranei. una procedura normale. Purtroppo non lo si può fare con tutto: quando il pezzo è troppo pesante o troppo fragile bisogna valutare qual è il rischio minore. Spostarlo o lasciarlo esposto al rischio di un bombardamento? Circa 35 opere che rientravano in questo gruppo sono state trafugate e alcune di esse sono indubbi capolavori. Ma il guaio questa volta è stato che i saccheggiatori sono riusciti a penetrare anche nel magazzino. Hanno forzato le porte e hanno rubato pure lì. Accertare che cosa manca lì sotto è la parte più complessa del lavoro d’inventario e ci vorrà ancora tempo». vero che alcuni pezzi erano stati trasferiti nei forzieri della Banca centrale? « così. Si trattava degli ori e dei gioielli trovati nelle antiche sepolture». Anche la Banca centrale è stata saccheggiata. Sapete che ne è stato di quei tesori? «Pensiamo che siano al sicuro». è vero che molti pezzi sono stati recuperati? «Per fortuna il fenomeno è abbastanza rilevante. La cosa avviene in vari modi. In primo luogo ci sono stati gli appelli lanciati dagli imam delle moschee, che hanno spiegato agli iracheni l’importanza di questo patrimonio e li hanno invitati a non disperderlo. andata meglio di quanto si sperasse. Attraverso questo canale ci hanno restituito per esempio molti avori lavorati, un manufatto tipico delle antiche città assire. Oltre alle moschee anche la radio ha lanciato appelli alla popolazione. Abbiamo preso nome e indirizzo di chi si è presentato spontaneamente, ma non per perseguirli: gli americani stanno pensando a una ricompensa. Poi ci sono stati alcuni cittadini benemeriti, che si sono mescolati ai saccheggiatori e sono entrati nel Museo con l’intento di mettere in salvo quel che potevano, impadronendosene per poi restituirlo quando fosse passata la bufera. così che abbiamo visto tornare per esempio la statua del re assiro Shalmanesar III. una statua in calcare, metà della grandezza naturale. Uno dei capolavori del museo. Infine ci sono organizzazioni che ci aiutano. Attraverso l’Iraqi National Congress di Ahmed Chalabi, che ha un’ottima rete di informatori, sono stati recuperati circa 450 pezzi». Si è parlato però di furti su commissione. «Anch’io ne sono convinto: alcuni dei saccheggiatori erano in realtà dei professionisti che sapevano bene quel che cercavano. Sono stato tra i primi a ispezionare il Museo e ho trovato le punte di diamante usate per tagliare le lastre di vetro delle teche. Ho trovato anche dei mazzi di chiavi che però non erano i nostri». Può elencare le opere più straordinarie che continuano a mancare all’appello? «Sono molte, purtroppo. La più famosa è forse il Leone di Nimrod, un frammento di avorio grande più o meno come il palmo di una mano. Rappresenta un leone che azzanna alla gola un lottatore nubiano: l’uomo soccombe, l’animale è vittorioso. tutto coperto di oro e pietre preziose. Viene per l’appunto da Nimrod e risale al IX secolo avanti Cristo. stato preso dai sotterranei, dove ci eravamo illusi che fosse al sicuro. Poi c’è il vaso di Warka, capolavoro sumero rinvenuto negli scavi di Uruk, decorato con rilievi, databile al 3100 a.C. La statua di bronzo di Basekti: è la parte inferiore di un corpo, le gambe e il torso di una figura seduta. Sul basamento c’è un’iscrizione cuneiforme. Qui siamo in epoca accadica, intorno al 2250 a.C. La statua senza testa del re sumero Eannaton di Lagash, una delle primissime raffigurazioni di un sovrano, 2400 a.C. E molto altro». Pietro Veronese inviato di ”Repubblica”