Giovanni Porzio Macchina del Tempo, luglio 2003 (n.7), 1 novembre 2003
Il saccheggio del Museo nazionale iracheno, per fortuna, non è mai avvenuto. Almeno non con le modalità e nelle apocalittiche proporzioni descritte dai media subito dopo la caduta del regime di Saddam Hussein
Il saccheggio del Museo nazionale iracheno, per fortuna, non è mai avvenuto. Almeno non con le modalità e nelle apocalittiche proporzioni descritte dai media subito dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. Che cosa è davvero successo? E dove sono finiti i tesori scomparsi? Prima dell’inizio dei bombardamenti dedicavo molto tempo ai preparativi logistici: accumulavo scorte di cibo e di acqua, mi procuravo il carburante per i generatori, acquistavo batterie, cavi elettrici e trasformatori. Ma soprattutto studiavo la toponomastica e il piano urbanistico di Baghdad perlustrando le sue strade e i suoi quartieri sulla scorta di una vecchia mappa del 1979, l’unica di cui disponevo. Scopo di questo lavoro era individuare le vie di fuga in caso di pericolo e annotare la posizione dei probabili obiettivi dei missili del Pentagono: i palazzi di Saddam, le centrali della polizia e dei servizi segreti, le basi militari, i ministeri, le sedi del partito. Verso la fine di febbraio decisi di fare un salto al vicino Iraqi National Museum. L’avevo visitato due anni prima e ne serbavo un ricordo vivido: solo il museo archeologico del Cairo poteva reggere il paragone. Quando arrivai davanti alla cancellata del giardino vidi molti poliziotti armati che presidiavano l’ingresso. Mandai avanti la mia guida, il funzionario del ministero dell’Informazione incaricato di controllare i miei movimenti, un pavido spione che non mi si staccava mai di dosso. «Il museo è chiuso per restauri», mi disse dopo aver scambiato due parole con un ufficiale. «Ce ne dobbiamo andare». Attraverso le inferriate si scorgevano in effetti squadre di operai al lavoro. Ma a ben guardare erano impegnati a caricare casse di legno su due camion parcheggiati di fronte all’entrata principale dell’edificio. Alcuni giorni dopo tornai sul posto. Stessa scena: cordone militare, viavai di camion e furgoni, traffico di casse e di bauli, sotto la supervisione del ministro della Cultura. Sul mio taccuino annotavo: ”2 marzo, gli iracheni stanno svuotando il museo. Fanno bene. Portano in salvo gli oggetti più preziosi”. Il 10 aprile, 24 ore dopo l’arrivo dei marines al Palestine Hotel, Baghdad era nel caos. La popolazione, affamata e inferocita, assaliva e saccheggiava banche, negozi, palazzi presidenziali, magazzini, ospedali, caserme, ministeri. Niente sembrava potersi salvare dalla furia della gente che dopo decenni di dittatura si riversava nelle strade e, con la scusa di riprendersi il maltolto, faceva man bassa d’ogni cosa. Il museo Saddam, dove il Raìs aveva messo in mostra le sue foto, i suoi fucili da caccia e gli omaggi ricevuti dai capi di stato di mezzo mondo, era stato svaligiato. E il museo nazionale? Qualche giornalista arrivato di fresco dal Kuwait o dalla Giordania pensò di dare un’occhiata all’interno dell’edificio: vuoto! Dunque: saccheggiato. Uno scoop che fece le prime pagine, suscitando il comprensibile sconforto degli studiosi e la planetaria indignazione dell’opinione pubblica. Bbc, Cnn e quasi tutti i principali network diedero grande risalto allo scoop. I giornali denunciavano la sparizione di 170 mila oggetti (l’intera collezione del museo) d’inestimabile valore storico e artistico. Comitati di esperti dell’Unesco e del British Museum si riunivano per stigmatizzare «l’irreparabile colpo inferto al patrimonio collettivo del genere umano». Militari e politici si rimpallavano le responsabilità e nominavano task force incaricate di fare un primo inventario dei danni. Anch’io andai al museo per verificare la notizia. Ma invece di una conferma, cominciai ad avere dei dubbi. Tutte le porte e le finestre del museo, murate ai primi di marzo, erano intatte. Volendo a tutti i costi penetrare all’interno, feci il giro dell’edificio cercando un’apertura: niente da fare. Da dove erano entrati i presunti saccheggiatori? Dopo molte ricerche, trovammo infine una finestra aperta nell’annesso degli uffici amministrativi. I ladri dovevano averla usata per accedere a una biblioteca di secondaria importanza, che era infatti devastata, e ad alcuni magazzini sotterranei, le cui scale erano ingombre di detriti, vasi di ceramica spezzati, terracotte frantumate, frammenti di statue. Ma da quella piccola finestra non era stato certo possibile trafugare molta refurtiva: senza dubbio non i 170 mila reperti di cui si parlava. Qualcosa, dunque, non tornava. Ricordavo inoltre l’andirivieni dei camion tra la fine di febbraio e i primi di marzo. Arrivai alla conclusione che la maggior parte degli oggetti di valore era stata messa in salvo dalle autorità irachene prima dello scoppio della guerra e probabilmente nascosta nei caveau della Banca centrale o in altri sotterranei. La conferma di queste supposizioni è arrivata un po’ alla volta. Gli investigatori giunti da Washington hanno individuato almeno cinque depositi all’interno del museo e altri in diverse zone di Baghdad che conterrebbero 120 mila reperti. Più di 700 opere e 39.400 manoscritti ritenuti dispersi sono stati rinvenuti. Le bacheche effettivamente svuotate sono solo 17. Le 100 mila tavolette d’argilla coperte di scrittura cuneiforme sono intatte, come pure i preziosi gioielli delle regine di Sargon II disseppelliti nel 1990 a Nimrud, che si troverebbero nelle cassaforti della Banca centrale, di difficile accesso perché bombardata. Non pochi iracheni, infine, stanno restituendo alle autorità americane centinaia di oggetti di valore salvati per iniziativa individuale dei cittadini di Baghdad. Comunque molte straordinarie opere d’arte sono scomparse. Tra gli oggetti che mancano all’appello ci sono capolavori come la celebre lira d’oro di Ur a forma di testa di toro, la ”donna di Warka”, il bassorilievo d’avorio che raffigura il dio assiro Ashur, il vaso di Uruk e la statua del sovrano sumero Entemena. Dove sono finiti? Sono già all’estero o sono in mano agli ex gerarchi del regime? L’unico fatto assodato è che i furti sono stati eseguiti da professionisti che conoscevano il valore delle opere d’arte e possedevano le chiavi delle porte blindate all’interno del museo. Giovanni Porzio inviato di ”Panorama”