Severino Colombo Macchina del Tempo, luglio 2003 (n.7), 1 novembre 2003
Se, come si dice, la Mesopotamia è la culla della civiltà, il museo di Baghdad custodiva il suo corredo
Se, come si dice, la Mesopotamia è la culla della civiltà, il museo di Baghdad custodiva il suo corredo. Nella ”terra in mezzo ai due fiumi” - questo il significato del termine Mesopotamia - sono avvenuti a partire dal IX secolo a.C. cambiamenti che hanno condizionato la storia dell’intero genere umano. Il Tigri e l’Eufrate, i due fiumi di cui parla anche la Bibbia, hanno dato vita a una rigogliosa pianura fluviale, un giardino nel cuore di un Paese arido che ha permesso l’evoluzione dell’uomo da cacciatore ad agricoltore dedito anche all’allevamento. Dall’intraprendenza dei sumeri è nata la prima società urbana: città in grado di produrre beni in sovrappiù da destinare al commercio con altri popoli. Rivoluzioni cui si aggiungono l’elaborazione della scrittura attraverso i caratteri cuneiformi, avanzate conoscenze scientifiche, nozioni di matematica e geometria, oltre a un ricchissimo patrimonio letterario. Le civiltà che dal 4000 a.C a oggi si sono susseguite in questa mezzaluna di terra - dopo i sumeri, gli accadi, i babilonesi, gli assiri, i parti e gli arabi - hanno lasciato ciascuna straordinarie testimonianze di cultura. Proprio per accogliere almeno una parte di questo immenso tesoro millenario, alla metà degli anni Sessanta, era nato, da un progetto tedesco nell’ambito dell’Unesco, l’Iraq Museum. Un edificio su due piani, non lontano dalla stazione centrale, in una zona di palazzi signorili, dotato di impianto di condizionamento ma privo di antifurto e sistemi antincendio. Le venti grandi sale, oggi desolatamente vuote, raccontavano la storia dell’uomo attraverso una vetrina che rimane unica al mondo. Per qualità e quantità, ai circa 170.000 pezzi esposti vanno aggiunti quelli (difficili da quantificare) che riempiono i magazzini. Che cosa c’era di così importante nel museo di Baghdad lo raccontano gli archeologi italiani che quei capolavori li hanno ben stampati nella memoria. La visita guidata comincia dal primo piano, dalla sala con gli oggetti che dalla Preistoria arrivano fino al IV millennio a.C., ritrovati nei primi villaggi abitati dall’uomo. Poi si passa ai manufatti della civiltà sumera provenienti dalle città del Sud della Mesopotamia: Eridu, Kish, Uruk, Ur, Nippur, Shurupak, Eshnunna, Khafaj. «Tra questi», dice Antonio Invernizzi, ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico all’Università di Torino, «c’è il primo capolavoro della scultura mesopotamica, un volto femminile in alabastro a grandezza naturale, noto come ”Signora di Warka” (3200 a.C.), che fu ritrovato negli anni tra le due guerre da una missione tedesca nella zona di Uruk». Pure da Uruk viene il celebre vaso (3200 a.C.): «Alto quasi un metro è il primo esempio di racconto per immagini», dice Invernizzi. «Si sviluppa dal basso verso l’alto con una serie di decorazioni: sul fondo l’acqua, simbolo di vita; sopra le messi; ancora più su un gruppo di fedeli che carico di offerte procede ordinato; in alto, i doni offerti alla dea della fertilità». La grande Stele della caccia è un blocco di granito di 6000 anni. Un pezzo unico: «Raffigura una scena fino ad allora inedita, un re che con un arco e una spada abbatte un leone», spiega Giovanni Bergamini, direttore del Museo Egizio di Torino, archeologo con alle spalle vent’anni di scavi in Mesopotamia. Percorrendo le sale e i corridoi dedicati alle culture accadiche, babilonesi e cassite, si incontravano, ricorda Bergamini, «la testa in bronzo del leggendario Sargon, signore di Accad, l’elmo d’oro del re Meskalamdug». E ancora un portastendardo in bronzo con una figura maschile accasciata, a grandezza quasi reale di epoca accadica (2250 a.C.): «Anche se privo della parte superiore», commenta Invernizzi, «è un oggetto straordinario: bacino, cosce, ginocchia, polpacci e piedi sono modellati con sensibilità naturalistica; il corpo è colto in una torsione che prende lo spazio attorno». Prezioso e pesantissimo il manufatto, prima di sparire dal museo ha lasciato sulle scale del museo tracce evidenti del suo affrettato trasporto. L’occhio correva veloce su monete, mosaici, statue, rilievi, intagli per fermarsi sulle tavolette d’argilla che portavano impressi segni ideografici, ”parole” che rimandavano a oggetti reali ma anche a concetti astratti. Ricevute commerciali, ma anche testi letterari e problemi matematici: in una di quelle esposte veniva affrontato e risolto, mille anni prima dei Greci, il teorema di Euclide. Durante il regno di Hammurapi (1792-1750 a.C.) il vocabolario contava su circa un migliaio di segni. Il testo doveva essere impresso con rapidità dagli scribi, prima che la tavoletta si essiccasse, per farlo veniva usata una canna palustre che lasciava un segno a forma di cuneo. La definizione di ”scrittura a caratteri cuneiformi” fu coniata nel XVIII secolo d.C., più o meno quando il tedesco Georg Friderich Grotefend riuscì a decifrarla. «Quella delle tavolette», dice Giovanni Pettinato, ordinario di Assirologia all’Università La Sapienza di Roma, «è una questione aperta. Le più antiche risalgono a 3100 anni prima di Cristo e vengono da Uruk, come pure le più recenti, del 60 d.C. Ma in Iraq non esiste un catalogo completo: gli stessi responsabili del settore non sanno se il patrimonio ammontava a 70.000 pezzi o a 150.000. E negli ultimi dieci anni, almeno 20.000 tavolette sono finite sul mercato clandestino internazionale». Al piano terra c’era la grande stanza dove erano raccolte le sculture del periodo assiro (1156-626 a.C.): statue colossali, fregi e rilievi che un tempo adornavano i palazzi reali a Khorsabad e a Nimrud, nel Nord. Da Nimrud arrivano anche gli avori scoperti dalla spedizione inglese di sir Max Mallowan, e i gioielli, 250 chili d’oro mai mostrati al pubblico, che facevano parte del corredo tombale di tre regine assire. Un corridoio, dove c’era un tavolo circolare di pietra sostenuto da zampe di leone usato per sacrifici e ritrovato in un tempio di Khorsabad, immetteva nella sala di Hatra con sculture di grandi dimensioni, statue e teste della civiltà dei Parti (I secolo a.C.), seguita alla caduta di Babilonia. Le ultime sale erano dedicate alla civiltà araba con testimonianze - ceramiche, tessuti, oggetti di vetro, legno e metallo - che raccontavano quasi 400 anni di storia, dalla metà del XVI secolo d.C. all’inizio del Novecento. Il tour virtuale dell’Iraq Museum finisce qui. Il ritorno alla realtà è brusco. Oggi, a guerra finita, nel museo, che per fortuna non è stato bombardato, regna una tranquillità irreale. Porte e cancelli sono sbarrati, l’edificio inagibile: dentro vuoto, fuori presidiato dai soldati americani. Le stanze portano i segni dei saccheggi avvenuti tra il 10 e il 12 aprile. Per terra, mescolati ai vetri delle bacheche, i frammenti di storia: una grande statua simile a quella del museo di Istanbul rotta in tre pezzi; su un’altra, di epoca romana, raffigurante Apollo, proveniente da Hatra, le martellate hanno aperto ferite; un leone in terracotta di Babilonia giace in frantumi. La normalità è ancora lontana, ma qualcosa comincia a muoversi. Giuseppe Proietti, direttore generale per l’archeologia del ministero italiano per i Beni e le Attività Culturali, è stato tra i primi a recarsi a fine aprile a Baghdad con una task force guidata dall’ambasciatore Antonio Armellini. L’Italia guida la ricostruzione culturale nell’ambito del Orha (Office for reconstruction and humanitarian assistance), organismo multinazionale di transizione tra l’amministrazione militare angloamericana e il governo provvisorio iracheno. Sono stati presi contatti con l’amministrazione civile americana dell’Iraq e si è ristabilito un dialogo con i colleghi iracheni con i quali la collaborazione in campo archeologico è attiva da oltre vent’anni. Questo un provvisorio bilancio di Proietti: «Il numero dei pezzi mancanti si è ridimensionato, siamo nell’ordine di qualche decina. In un precedente viaggio, a fine gennaio, avevo visto il personale del museo che riponeva oggetti in casse che dovrebbero trovarsi al sicuro». L’aspetto più preoccupante riguarda la base organizzativa su cui impostare il lavoro: «Sono stati danneggiati laboratori, uffici e servizi tecnici del museo ed è andato perduto l’archivio fotografico». Salvo, invece, il catalogo dei beni. Di qui le due le priorità della missione: «Ricognizione dei danni nella capitale e fuori; e realizzazione degli interventi più urgenti per il recupero e la conservazione del patrimonio culturale dell’Iraq».Un lavoro non semplice a Baghdad, ancora più difficile nelle altre zone perché poco si sa di quanto è accaduto. Questo il quadro, per forza di cose incompleto: ci sono stati saccheggi nel museo di Mossul, nel Nord; nel Sud, nemmeno Babilonia è uscita indenne. silenzio sullo stato dei più importanti siti archeologici, salvo eccezioni come Hatra, unica località irachena iscritta nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco: clan locali si sono organizzati per evitare razzie. Gli archeologi dall’Italia hanno iniziato a visionare video e fotografie recenti per rimettere insieme i pezzi del mosaico. Ora il lavoro prosegue in Iraq dove si può contare su una solida base di appoggio, il Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino che dal 1969 gestisce, unico tra i Paesi occidentali, un Istituto Italo-Iracheno di Scienze Archeologiche e un Centro per il Restauro dei Monumenti, entrambi a Baghdad. Negli anni qui si sono formati molti archeologi iracheni. Di questi, pochi sono poi rimasti a lavorare in patria per stipendi bassissimi, in un settore che pure godeva di attenzioni da parte del regime. «Per il regime di Saddam», dice Frederick Mario Fales, ordinario di Storia del Vicino Oriente antico all’Università di Udine che presiede il comitato scientifico del Centro studi del Vicino Oriente di Milano, «il recupero del patrimonio antico era una priorità». Fondatore e direttore dell’Istituto Italo-Iracheno nonché presidente del Centro di Torino è Giorgio Gullini. A lui qualche anno fa il Raìs in persona aveva chiesto di ricostruire la ziqqurat di Babilonia, la più celebre delle torri templari dell’antica Mesopotamia che si innalzavano verso il cielo. «L’Italia», dice Proietti, «vanta una struttura tecnico-scientifica di prim’ordine». Nell’équipe, guidata dall’ambasciatore a riposo Pietro Cordone, ci sono oltre ad archeologi, esperti di restauro e studiosi di antichità, i carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, all’avanguardia nel recupero di opere d’arte. Al nucleo specializzato spetta il compito di tracciare un dettagliato identikit dei pezzi mancanti, da distribuire all’Interpol e alle dogane. Un lavoro simile era già stato compiuto dall’Italia dopo la prima guerra del Golfo, nel 1991, con il progetto Brila (Bureau for Recovering and Investigating Iraqi Looted Antiquities). Allora i danni a siti archeologici furono limitati, il patrimonio del museo di Baghdad non era stato intaccato, danni e saccheggi avevano riguardato in particolare Ur, città natale del patriarca Abramo, e Mossul, città santa dell’Islam. La schedatura di migliaia di pezzi da parte del Comando ha permesso il recupero di qualche decina di oggetti in dieci anni. «Ora», dice Gullini, «questo progetto verrà ripreso e aggiornato, sperando di recuperare almeno i pezzi meno famosi». Quelli più noti ”scottano” troppo e sono di fatto fuori mercato. Se non fosse scoppiata la guerra un intervento italiano in Iraq ci sarebbe stato comunque: nell’autunno scorso Saddam Hussein aveva affidato all’Italia l’incarico di ampliare la struttura. Il piano prevedeva il raddoppio della superficie dell’edificio (per un totale di 3.000 m2) e una riorganizzazione dei materiali «non più in sequenza topografica», dice Gullini, «ma come una storia culturale, dalla rivoluzione agricola agli imperi islamici». Erano previsti la catalogazione elettronica, la creazione di locali di studio e di una biblioteca. «Doveva nascere una cittadella della cultura», conclude Gullini, «dove avrebbero trovato spazio anche il museo del folklore e quello delle armi storiche». Ora al museo di Baghdad le priorità sono altre. Severino Colombo