Alessandro Casale Macchina del Tempo, luglio 2003 (n.7), 1 novembre 2003
Frammenti della deriva dei continenti, punto di raccolta nella tratta degli schiavi, centro di produzione del sale fino al secolo scorso, mèta di un turismo alla ricerca di luoghi incontaminati: tutto questo è Capo Verde, ex colonia portoghese in Africa occidentale
Frammenti della deriva dei continenti, punto di raccolta nella tratta degli schiavi, centro di produzione del sale fino al secolo scorso, mèta di un turismo alla ricerca di luoghi incontaminati: tutto questo è Capo Verde, ex colonia portoghese in Africa occidentale. Le isole, di formazione vulcanica, sono le briciole rimaste dalla separazione dei continenti; sorgono su quello che i geologi chiamano un hot spot, cioè un punto caldo; qui la crosta terrestre è più sottile, e ciò ha permesso alla lava di uscire in superficie, radicando le isole all’Oceano. Scoperte alla fine del ’400, le isole diventano nel diciottesimo secolo un centro di raccolta per la tratta degli schiavi. A Sal, l’Isola del Sale, era estratto il sale poi esportato in Europa dai colonizzatori portoghesi. Le più grandi e suggestive saline sono lungo il versante orientale, a pochi km dall’aeroporto: si trovano nel cratere spento di un vulcano. Sono le saline di Pedra de Lume (foto), ”pietra focaia” in portoghese. Qui, l’acqua era fatta entrare a riempire delle vasche di essiccazione scavate a mano nella terra. Dall’acqua di mare, asciugata dal sole, si otteneva il sale, 30mila tonnellate all’anno fino al secolo scorso. Oggi il vulcano appartiene alla famiglia Stefanin, industriali bresciani, pionieri del turismo a Sal e proprietari del villaggio turistico di Djiadsal, a poca distanza dalla cittadina di Santa Maria. La scoperta di Capo Verde come meta turistica è tutta italiana. Italiani sono anche il Marina Club di Boavista, sul mare, mèta di un turismo alla ricerca di scenari favolosi e di un mare caldo tutto l’anno, e il villaggio del Club del Ventaglio.