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 2003  novembre 01 Sabato calendario

Chiunque senta parlare di Capo Verde senza averla vista immagina scenari tropicali. Eppure, mai come in questo caso il nome c’entra poco: non c’è verde a Capo Verde, almeno non qui, sulle isole dell’Est

Chiunque senta parlare di Capo Verde senza averla vista immagina scenari tropicali. Eppure, mai come in questo caso il nome c’entra poco: non c’è verde a Capo Verde, almeno non qui, sulle isole dell’Est. Capo Verde è un arcipelago di dieci isole 500 km a Ovest del Senegal. Le isole del Nord, come Sant’Antao, affrontano l’Oceano aperto: hanno montagne e valli. A Est c’è solo deserto. Secondo il World Food Program, l’organismo dell’Unesco sul programma alimentare mondiale, dei 450.000 abitanti dell’arcipelago oltre 160.000 (uno su tre) hanno difficoltà d’accesso all’acqua potabile. Per questo, a febbraio è stato lanciato un appello per raccogliere 28 milioni di dollari: serviranno a costruire impianti di dissalazione e acquedotti, per ora limitati per lo più alle strutture turistiche. La convivenza dei capoverdiani con la siccità ha radici antiche. Per secoli gli abitanti delle isole orientali sono sopravvissuti bevendo da pozzi di acqua salmastra, ovvero acqua di mare filtrata dalle rocce che così perdeva solo in parte la propria salinità. un’acqua pessima, amara, ma ancora oggi questi pozzi danno da bere agli animali sull’isola di Sal. Non ci sono strade battute a Sal tranne due, una asfaltata, l’altra in pavé, che percorrono le direttrici principali dell’isola: il resto è sterrato. Mentre percorriamo con un pick-up il deserto dell’interno, assieme alla troupe televisiva di ”Macchina del Tempo”, al lavoro su un documentario che andrà in onda in autunno su Rete4 e MT Channel, assistiamo a una scena impressionante. Vediamo in lontananza, tra nuvole di polvere, un pastore con il suo gregge. La cosa stupisce perché la terra non offre agli animali nulla da mangiare. La nostra guida ci spiega che l’uomo sta portando gli animali a bere. Decidiamo di seguirli. L’uomo con il suo piccolo gregge ha già percorso chilometri in uno scenario lunare: fa caldo e soffia un vento che manda la polvere negli occhi. Improvvisamente gli animali affrettano il passo. Una corsa affannosa. Hanno riconosciuto il posto, hanno fiutato l’acqua. Ed eccolo, il pozzo. Mentre gli animali bevono quell’acqua salata, il pastore la raccoglie nelle taniche, per portarla via. Scena successiva: siamo sempre a Sal, nel villaggio di Santa Maria. Il pozzo di acqua salmastra è sostituito con un moderno edificio. Questa è acqua dolce, ottenuta con un dissalatore a osmosi inversa. Grazie a questo sistema gli abitanti dell’isola possono oggi disporre di acqua per bere e lavarsi direttamente dal mare. Ma quest’acqua è completamente demineralizzata, dunque non fornisce sali minerali all’organismo. Un po’ come bere l’acqua distillata dei ferri da stiro. Con calma, carriole piene di taniche gialle sono riempite: la scorta giornaliera per ogni famiglia. Pochissimi, qui, hanno l’acqua corrente in casa, così come non esistono quasi i prodotti della terra. Secondo stime della Banca Mondiale, a Capo Verde, anche negli anni più piovosi, la produzione dei cereali non copre più del 20% delle necessità interne, e il 14% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Quello del programma alimentare mondiale non è l’unico intervento. Un ruolo importante, legato all’isola di Sant’Antao, lo ha svolto la Regione Lombardia. In quest’isola del Nord, infatti, l’acqua c’era, mancavano le competenze professionali per trovarla. E allora la Regione, con l’impiego di propri geologi, ha avviato un programma per aiutare gli abitanti di Sant’Antao a individuare le falde, che si trovano principalmente ai piedi dei crinali montuosi. La fama di Capo Verde, e delle sue isole orientali, oltre che alle splendide spiagge e al mare trasparente, è legata a un fenomeno naturale unico al mondo: qui arriva, portata dai venti in un volo di oltre 500 chilometri, la sabbia del Sahara. Le prime tracce le troviamo a Sal, ma è a Boavista che le sabbie formano un vero deserto di dune: il deserto di Viana. Chiunque venga a Capo Verde atterra a Sal, l’Isola del Sale, l’unico aeroporto internazionale dell’arcipelago, così chiamata per le saline che, fino al secolo scorso, producevano circa 30mila tonnellate di sale l’anno. Prima di raggiungere Boavista, dobbiamo arrivare alla punta meridionale di Sal; proprio qui, sul punto sopravvento dell’isola, possiamo assistere al fenomeno che stiamo cercando. Il vento dell’Africa ha scorticato la spiaggia e spinto le dune all’interno, coprendo in parte la piana rocciosa. Arriva fin qui la sabbia del Sahara. Ma Sal è toccata solo in parte. Dobbiamo raggiungere Boavista, l’isola più orientale dell’arcipelago, per vedere il deserto. Un lungo muro a secco, costruito nel XIX secolo per contrastare l’arrivo della sabbia, percorre il lato sopravvento di Boavista. Uno sforzo inutile. Il Sahara ha invaso il nord dell’isola, superando in volo quel muro, e si spinge sempre più verso l’interno. Una sabbia fine come talco, dune bianche che avanzano. Nel punto in cui inizia il deserto, un’oasi, a mezza strada tra rocce rosse e dune, attende il momento in cui sarà inghiottita. Qui non c’è mai stata l’acqua, e sembra che nulla possa arrestare il volo della sabbia: un disastro per le colture, ma una manna per il turismo. E infatti, questo misterioso e bellissimo Sahara importato ha reso l’isola un gioiello naturalistico e un posto unico al mondo, realizzando il paradosso di un deserto completamente circondato dall’acqua. Alessandro Casale