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 2003  ottobre 30 Giovedì calendario

PAOLINI

PAOLINI Giulio Genova 5 novembre 1940. Pittore • «Non finisce mai di meravigliare [...] sempre in modo estremamente raffinato. [...] ”Fino al 1964 non ebbi la possibilità di organizzare una personale. L´unica apparizione che mi fu consentita fu quella che avvenne al premio Lissone grazie alla sensibilità di Guido Le Noci, segretario del premio e titolare della galleria Apollinaire di Milano. Quello che facevo non era molto in sintonia con la tendenza che andava per la maggiore. Attesi quattro anni in solitudine prima di esporre alla galleria La Salita di Roma di Gian Tomaso Liverani. [...] Il primo quadro l´ho venduto in occasione della mostra alla Salita. Lo acquistò un amico collezionista torinese, Corrado Levi, che ha poi svolto varie attività e lui stesso ha intrapreso una carriera artistica. Poi con parsimonia e lentamente, e in maniera sempre più confortante, ho cominciato a vendere. Inizialmente avevo un´altra attività: a Torino lavoravo in uno studio grafico pubblicitario, cosa che mi ha anche lasciato una certa impronta proprio nel fare, nel toccare gli strumenti del disegno. Man mano, gradualmente, ha ceduto il passo all´attività artistica pura. [...] Fin dall´inizio ho sempre parlato dell´arte come storia, come dimensione, affrontando i materiali, l´essenzialità della stessa. Dalla panoramica sugli strumenti sono approdato alle immagini dell´arte, alle visioni che, come in uno specchio, si riflettevano nei miei quadri. Ho cominciato a servirmi della fotografia come mezzo diretto per questo tipo di citazione. [...] L´arte è una dimensione a sé stante. Ho sempre avuto la certezza che l´arte è una sfera autonoma e, in un certo senso, intangibile. Oggi assistiamo a un ritorno verso un contatto diretto, anche brutale, con il mondo. E questo mi lascia perplesso. Il linguaggio dell´arte ha delle sue regole, che si rinnovano in continuazione, ma che devono essere rispettate. [...] Nel mio lavoro sono stato un innovatore, ho affrontato tecniche nuove e non ho prevenzioni. Ma ritengo che la frontiera di Internet e di tutto ciò che è telematico e pronto all´uso, al consumo istantaneo, comporti una sorta di inganno. L´illusione di toccare con mano, anche se in modo virtuale, tutto quello che sta davanti a noi, alla fine può lasciarci a mani vuote”» (Paolo Vagheggi, ”la Repubblica” 27/10/2003) • «Erano gli Anni 60, proprio agli inizi e Giulio Paolini, genovese nella nebbia di Torino, girava per le strade in un paltò Anni ’50, reggendo una tela bianca che era già un quadro, un’opera ”futura”. Già, pennelli, tavolozza, trementina, li aveva buttati nel Po a favore di cornici, masoniti, telai, fotografie, barattoli di vernice, cartoncini colorati, plexiglas, calchi di gesso. Perché Paolini voleva dipingere e ”raccontare” la storia della pittura, la storia del dipingere e quella dei suoi materiali. C’erano le canzoni dei Beatles e in poesia e in letteratura nuove avanguardie. In pittura Fontana, Manzoni o Klein avevano dato, chi drammaticamente e chi ironicamente, una bella spallata all’idea di tela su cui dipingere, di quadro da appendere. Paolini, allora, era il più beatle dei pittori torinesi, un John Lennon ”freddo” che si faceva fotografare sulle rotaie del tram di corso Re Umberto con la sua tela fra le braccia per dire che quella era un’opera. Eran tempi più allegri. Certo lo erano i suoi galleristi, che fosse Luisa Laureati a Roma o Luciano Pistoi e Ippolito Simonis in città nella galleria. Pistoi si era divertito con le invenzioni di Pinot Gallizio, Simonis collezionava surrealisti e dadaisti francesi: a entrambi quel ragazzo scanzonato e rigoroso non poteva che interessare, come accadde di lì a poco a Giulio Einaudi e, nell’aspetto più borgesiano, a Italo Calvino che gli scrisse un saggio per il suo libro. [...] ”Col tempo il mio modo di considerare il lavoro svolto fin qui e addirittura di vedere me stesso, non è più tanto legato al presente, non mi sento di aderire pienamente a quanto accade o mi capita di fare al momento, in una parola al ”contemporaneo”. Sentendogli pronunciare con tanto distacco la parola ”contemporaneo” viene in mente il suo colore preferito: il bianco, quello delle sue colonne, dei suoi calchi, dei fogli. Paolini già nasce o si pone come un ”classico”. ”L’artista, io credo, non abita lo spazio ma il tempo, non si rivolge tanto a quella certa opera che si trova a realizzare in quel certo momento e in quel dato luogo, ma in senso più generale, e vorrei dire assoluto, all’opera in quanto tale, a quella dimensione ’altra’ che lo distanzia dalle cose ma lo avvicina sempre più alla ricerca dell’identità, non sua ma del suo ruolo”. Paolini, pittore per pittori, analista con bisturi può concludere che ”è l’opera e non l’autore, a prendere via via senso e significato nello scorrere del tempo. L’autore deve dunque sempre ritornare sulla sua opera perché è l’opera, non sua, ad essere immobile e perfetta, inafferrabile, sospesa nel tempo: per questo mi affanno a volerla ricercare ogni volta”. [...] ”Non faccio altro che scrivere: sempre più e quasi soltanto... scrivo anche soltanto delle linee, degli intervalli, dei vuoti, ma sempre di scrittura credo si tratti”. E se gli si chiede cosa sembra che oggi accada nel sistema dell’arte dice: ”di tutto: accade proprio di tutto, tanto che il rischio è che non accada più niente. Come in un labirinto (e il percorso della mia mostra ne riprende visibilmente i contorni), un itinerario senza un prima né un dopo, che genera ma annulla all’istante ogni traccia di una sua pur ipotetica figura”» (Nico Orengo, ”La Stampa” 30/10/2003).