30 ottobre 2003
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Corelli Franco
• Nato ad Ancona l’8 aprile 1921, morto a Milano il 29 ottobre 2003. Tenore. «Interprete di primo piano, popolarissimo, benedetto dalla voce e dal fisico tanto che veniva chiamato ”il Marlon Brando del melodramma”, nei quotidiani newyorkesi dopo i primi successi al Metropolitan. [...] Debutto nel 1951, come Don Josè in Carmen, un ruolo che avrebbe interpretato un po’ dovunque e col quale si sarebbe congedato dalle scene nel 1974, a Macerata con i suoi fan. ”Tenore eroico” per antonomasia [...] voce elettrizzante e la figura che mancavano all’opera, celebre per i recitativi bronzei, lo squillo sempre timbrato e l’invidiabile profilo: fu l’unico tenore capace di calzare coturni e indossare cotte romane senza far ridere. Non a caso Norma, decine di volte a fianco di Maria Callas, insieme a Vestale e Poliuto con lui rinacquero. Il debutto alla Scala - teatro al quale diede molto ma dove non mise più piede dal 1965 quando iniziò il lungo soggiorno newyorkese - avvenne nel 1954 con Vestale di Spontini, regia di Visconti. Altri ruoli spettacolari quelli di Andrea Chenier e forse più di tutti quello di Manrico nel Trovatore e di Calaf in Turandot» (Angelo Foletto, ”la Repubblica” 30/10/2003). «Si ricorderanno l’ampiezza e l’estensione della voce, il fraseggio bronzeo, il vigore titanico, l’acuto perentorio. Ma si ricorderà anche la presenza scenica, che in America - dove era di casa - amavano definire ”impressive”.[...] Uno dei migliori tenori che la musica italiana del Novecento possa vantare. Un artista singolare: lo identificavano nel prototipo del tenore eroico, tutto forza e robusta declamazione, eppure eccelleva nel repertorio del primo Ottocento (da Spontini a Meyerbeer, da Donizetti a Bellini a Verdi) che notoriamente richiede anche (e soprattutto) qualità espressive e belcantistiche pronunciate. Come era normale per gli artisti della sua generazione, ha affrontato - non sempre con esiti irreprensibili - una quantità di autori e opere che sarebbe lungo catalogare. Fulminea ma non particolarmente lunga la sua carriera. Anconetano di nascita studia al Liceo Musicale di Pesaro. Nel ’50 vince il concorso del Maggio Musicale Fiorentino e nel ’51 debutta a Spoleto in Carmen. Nel ’54 è già alla Scala per interpretare Vestale accanto alla Callas, mentre al principio degli anni Sessanta conquista i principali teatri stranieri: Vienna, Londra, Parigi e soprattutto New York, dove si esibisce con alta frequenza e instaura un particolare feeling con il pubblico del Met. Diversamente da numerosi colleghi, sa poi intuire quando è il caso di abbandonare la scena operistica. Nella primavera del ’76 aveva cantato Roméo et Juliette di Gounod con la Freni e la critica newyorkese non gli aveva perdonato alcune défaillances. Pochi mesi dopo, ecco il ritiro, dopo aver raccolto gli ultimi applausi all’Arena di Verona, con Carmen e l’amatissima Turandot, e a Torre del Lago con Bohème. Da allora si è principalmente dedicato all’attività didattica» (Enrico Girardi, ”Corriere della Sera” 30/10/2003). «Lo chiamavano ”tenore d’alto fusto” perché alto un metro e ottantatre con un petto buono per portare corazze e gambe da far sognare le signore. Lo chiamavano ”il terzo uomo” perché venuto alla ribalta dopo Mario Del Monaco e dopo Giuseppe Di Stefano, pur avendo la stessa età del cantante siciliano. Lo chiamavano ”il Marlon Brando del melodramma” per i film che si era messo a girare. [...] L’anconetano più noto al mondo, tenore-eroe degli Anni Cinquanta e Sessanta, era bello, famoso e divo come un divo di Hollywood. Con una voce non perfetta, ma che sembrava stupenda per l’ampiezza, per gli acuti svettanti e i timbri cupi, per la sapienza drammatica e i brividi di emozione che dava. La svolta risolutiva della sua vita fu nel 1954 quando la Scala lo chiamò per La vestale di Spontini che avrebbe inaugurato la stagione. Protagonista Maria Callas, regista Visconti, direttore Votto, il maestro di Muti. A una prova assistette Toscanini che puntò l’indice su Corelli e gli disse: ”Lei ha una grande dizione e un volume rilevante. Non cambi niente. Dia un po’ più di chiaro e un po’ più di scuro, e continui così, ragazzo”.Prodigioso per un ingegnere navale mancato, impiegato al municipio di Ancona, che sognava di far soldi, cantando, per ricostruire la casa distrutta dai bombardamenti. Non aveva mai cantato fino al 1946, a parte Fischia il sasso, in coro coi balilla. Ma gli piaceva la lirica. Provò un brano d’opera per gioco, una sera, con una insegnante di pianoforte. ”Potresti tentare”, plaudirono gli amici. Tentò. Andò a lezione. Nel 1950 partecipò al concorso del Maggio musicale fiorentino. Cantò male, tuttavia la sua voce colpì Ildebrando Pizzetti, presidente della giuria, che gli assegnò una borsa di studio. Addio università: Corelli sentì che poteva, che doveva ”fare il tenore”.A seguirlo per primi furono il direttore artistico Siciliani e il maestro Serafin. Poi vennero Gui, Molinari Pradelli, Stokowski, Bohm, Gavazzeni, Karajan. Corelli lavorava duro. Studiava e studiava con tenacia, con prudenza, anche con fede. Confidava d’aver ”logorato, a furia di riascoltarlo, il disco di ’Testa adorata’ dalla Bohème di Leoncavallo, inciso da Del Monaco” e d’aver ”cercato di prendere qualcosa da Pertile, da Lauri Volpi, da Caruso”, del quale un critico americano aveva scritto: ”Bellissima voce, con un cuore più grande e più bello della voce”.’Ecco - spiegava Corelli - io avevo questo cuore, e quando lo mettevo giusto...”.Quel cuore non gli impediva di diventare, in teatro, permaloso e prepotente: a Roma ingaggiò un duello vero con il basso Boris Christoff durante le prove del Don Carlo; a Napoli, spada in pugno, inseguì uno spettatore; all’Arena di Verona cacciò un direttore d’orchestra dal podio. Però fuori di scena era taciturno, schivo, non facile al sorriso eppure gentile, aperto ai consigli, amico premuroso e affettuoso. Come fu con la Callas. Era accanto a lei il 2 gennaio 1958 al Teatro dell’Opera nella Norma che la diva abbandonò finito l’atto primo, rimandando a casa con scandalo il Presidente della Repubblica Gronchi. Era accanto a lei a New York nella serata più triste: ”Con Maria e con Karajan in un locale pubblico attendevamo Onassis. Il suo posto rimase vuoto. Come un fulmine arrivarono prima i giornali che strillavano: invece di sposare la Callas l’armatore sposerà Jacqueline Kennedy”.Corelli-Callas: una perfetta intesa artistica e umana, non un amore. La moglie del tenore, Loretta Di Lelio, che per lui rinunciò alla carriera di soprano, ebbe sole rivali la musica e l’ostinata voglia di viverla con la massima qualità possibile. Per questo, per paura ”di non essere all’altezza”, Corelli nel 1965 rinunciò al sogno più ambizioso della sua carriera, Otello, e stracciò il contratto della Voce del Padrone a sei mesi dall’incisione dei dischi con Mirella Freni, direttore John Barbirolli. Per questo nel 1976 a New York d’improvviso si ritirò dalle scene mentre stava per inaugurare un’altra stagione del Metropolitan con la Norma appena felicemente collaudata in una splendida prova generale. A cinquantacinque anni, all’apice del successo, disse addio a Ernani, Aida, Il trovatore, Gli ugonotti, Turandot. Per sempre» (Alberto Sinigaglia, ”La Stampa” 30/10/2003).