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 2003  ottobre 30 Giovedì calendario

Carroll Jonathan

• Nato a New York (Stati Uniti) il 26 gennaio 1949. Scrittore. «Di romanzi straniati e metafisici, dalle forti componenti spirituali e umoristiche, più un minimo di horror a similitudine della sua vita. ”Sono stato una sorta di giovane delinquente. Mi sono trovato a vivere in un mix letale. I miei genitori erano molto famosi ma io vivevo in una città di criminali a un’ora da New York. Tornavo a cena, spesso mi presentavo livido di cazzotti e a tavola trovavo Barbra Streisand”. Già, perché suo padre, Sidney, fu autore celebrato di sceneggiature di film hollywoodiani come Lo spaccone e la madre June è stata attrice e cantante lirica, protagonista di numerosi spettacoli di Broadway. Il suo migliore amico, invece, venne ucciso dalla polizia durante una rapina. Convivendo con violenza ed élite, ha adeguato le sue storie a una dicotomia per lui naturale. [...] ”Dio ha un gran senso dell’umorismo. E mostra la sua esistenza nei modi più strani. Noi chiediamo ’dacci un segno’ e lui si manifesta per vie traverse. Una volta un mio amico depresso stava in macchina col suo cane e si poneva domande sul senso della vita. Aveva comprato delle ciambelle e mentre meditava il suicidio, guardò il cane; aveva mangiato tutte le ciambelle e aveva la busta vuota in testa. Si disse: ’Questo è Dio’. Si era presentato in una scena così semplice, così inutile, da farlo riconciliare col mondo. Per questo mi piace Fellini che adorava il tragicomico”. Per dirla con Hawthorne, sogna cose strane e le fa apparire vere. Perciò sceglie Fellini e anche il suo amico David Lynch? ”Molti mi avvicinano a Lynch ma l’unico film che ho apprezzato è Elephant Man. Vede, è troppo manifestamente strano, tutto è costruito. Le cose veramente anormali sono meno ovvie. Lui si esibisce in produzioni autogratificanti che a me non piacciono affatto. Meglio i primi film di Tim Burton”. considerato uno dei più interessanti scrittori del nostro tempo. Ha un pubblico di lettori molto raffinato e celebre, da Jane Campion a Juliette Binoche fino a Sting. [...] ”Mio padre diceva: ’Tieni i piedi per terra e lavora’. quello che faccio. [...] Papà era una persona ambivalente, anche riguardo al mio lavoro. Mi ha ostacolato, litigavamo sempre. Mia madre, a parte, mi diceva che era orgoglioso di me. Poi lui è morto e non l’ho pianto. I suoi lati negativi erano superiori a quelli positivi. Mia madre fungeva da mediatrice. Ma io dico che il bene va dimostrato, altrimenti non mi interessa. Per questo quando mio figlio mi ha detto ’Papà sei sempre il mio migliore amico’, io ho pensato di aver fatto con lui un buon lavoro. [...] Mi piace pensare che il lettore possa scegliere quello che più lo attira. Quando ero bambino, sotto l’albero di Natale vedevo mille pacchi colorati. Sicuramente il contenitore era molto più attraente del contenuto. Quel colpo d’occhio era impagabile. [...] La vita ha scelto per me, come sempre succede. Mi dicevo ’Non farò mai il mestiere di mio padre’, poi l’ho quasi fatto. Il destino mi ha portato a insegnare a Vienna. Casa è dove ti trovi meglio e lì c’è casa”. I suoi rari detrattori la considerano uno scrittore di genere. [...] ”Sono stupidi. Leggi un libro senza pensare al genere. Kafka e Márquez hanno inserito elementi fantasy nei loro romanzi ma non per questo li si può definire di genere. [...] Tolstoj diceva che la scrittura deve essere morale, insegnare uno stile di vita. Io ci provo”» (Michela Tamburrino, ”La Stampa” 30/10/2003).