Claudio Rinaldi, "la Repubblica" 15/5/2003., 15 maggio 2003
«Quando gioca a darsi del matto, il Cavaliere di regola cita l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam
«Quando gioca a darsi del matto, il Cavaliere di regola cita l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Ma la sua fonte di ispirazione, ammesso che in mezzo a tanti impegni riesca a leggere dei libri, pare un’altra. Il suo stile di leader echeggia le analisi di Gustave Le Bon, autore nel lontano 1895 di Psicologia delle folle: un’opera diseguale ma suggestiva, amata da Benito Mussolini e apprezzata anche da pensatori di scuola liberale. Vi si teorizzava che nell’epoca moderna "i capi vengono reclutati soprattutto fra quei nevrotici, esagitati, semi-alienati che vivono al limite della follia". Le folle, sosteneva Le Bon, hanno "una straordinaria suggestionabilità", si lasciano incantare "dalle parole e dalle immagini". Perciò "le idee suggerite alle folle diventano predominanti soltanto se rivestono una forma semplicissima, per di più traducibile in immagini". Ecco perché "l’oratore che vuole sedurre deve abusare di dichiarazioni violente". Deve "esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunché con il ragionamento". Osservava Le Bon: "Gli argomenti logici non possono lottare contro certe formule. Conoscere l’arte di impressionare le folle significa conoscere l’arte di governare". Nelle campagne elettorali, poi, secondo Le Bon occorre fare sfoggio di un’aggressività selvaggia. "Si tenterà di schiacciare il candidato avversario dimostrando con l’affermazione, la ripetizione e il contagio che egli è l’ultimo dei farabutti e che nessuno ignora i suoi molteplici delitti. Beninteso, sarà inutile fornire la minima prova". Di sottoporre ai cittadini un programma realistico, infine, non è proprio il caso. Meglio "promettere senza timore le più imponenti riforme": le promesse mirabolanti "producono sul momento un grande effetto", mentre "non impegnano affatto per l’avvenire". Nel 1942 Joseph A. Schumpeter chiarì che le folle sono folle nell’accezione di Le Bon, cioè prive di spirito critico, anche se non riunite in un unico luogo fisico; citò al riguardo gli ascoltatori della radio. Perché il bluff di un siffatto capo venga smascherato, asseriva Le Bon, bisogna che un qualche trauma apra brutalmente gli occhi della gente sulla realtà».