Federico Ferrazza Macchina del Tempo, luglio 2003 (n.7), 27 ottobre 2003
Fastidiose, aggressive, pericolose. E invincibili. Non contente di turbare molte delle notti estive alle nostre latitudini e di diffondere la malaria in altre zone del mondo, le zanzare affilano le proprie armi e si preparano a sconfiggere una delle ultime difese dell’essere umano: gli insetticidi
Fastidiose, aggressive, pericolose. E invincibili. Non contente di turbare molte delle notti estive alle nostre latitudini e di diffondere la malaria in altre zone del mondo, le zanzare affilano le proprie armi e si preparano a sconfiggere una delle ultime difese dell’essere umano: gli insetticidi. In uno studio apparso sulla rivista Nature, un team di ricercatori francesi dell’Università di Montpellier II ha infatti individuato in alcune specie (la Culex pipiens, responsabile della trasmissione del virus del Nilo dell’Ovest e l’Anopheles gambiae, principale vettore malarico in Africa), una mutazione genetica che le rende resistenti agli insetticidi più usati nel mondo. «Di solito questi paralizzano e uccidono le zanzare, bloccando l’azione di un enzima coinvolto nella trasmissione dello stimolo nervoso responsabile del moto», spiega Andrea Crisanti, professore di parassitologia molecolare all’Imperial College di Londra. «Ma le zanzare osservate dall’équipe francese» continua Crisanti, «hanno sviluppato una mutazione che consente all’enzima di non risentire dell’azione degli insetticidi». Una resistenza, questa, che potrebbe creare problemi alle popolazioni falcidiate dalla malaria e che renderebbe imbattibili anche le zanzare che vivono in Italia: la Culex pipiens, pur non trasportando alcuna malattia, è la più diffusa nelle nostre città. Come combattere quindi le zanzare se anche gli insetticidi si dimostrano inefficaci? Inducendole all’estinzione. Questo l’obiettivo di un gruppo di ricercatori, anch’esso dell’Imperial College, che inserendo nel Dna della zanzara un particolare gene, vuole rendere sterile la sua progenie. Attraverso tecniche di ingegneria genetica, infatti, gli scienziati britannici hanno intenzione di modificare lo sperma e le cellule uovo di alcune zanzare facendo sì che la loro prole non sia fertile. Così, se rilasciate nell’ambiente dovessero accoppiarsi con zanzare ”naturali” ci sarebbe il 50 per cento di possibilità che nascano insetti sterili. L’altra metà, comunque, anche se fertile, avrà un patrimonio genetico modificato e i loro figli potrebbero non essere fecondi. In questo modo, secondo il team inglese, in Africa si potrebbero eliminare nel giro di 12 generazioni (quindi 36 settimane visto che la zanzara vive in media una ventina di giorni) i quattro quinti delle zanzare Anopheles gambiae. «Tuttavia, per ora questa strada è percorribile solo sulla carta» avverte Roberto Romi del Laboratorio di parassitologia dell’Istituto Superiore di Sanità. «Non è detto, infatti, che nell’ecosistema le zanzare transgeniche siano capaci di imporsi sulle altre. Poi mi chiedo quante zanzare dovrebbero essere modificate per provocarne l’estinzione? E quale danno ci sarebbe per la catena alimentare se scomparisse il cibo di molti insettivori (pipistrelli, lucertole e gechi, ndr)?». Domande a cui cerca di rispondere proprio il gruppo di ricerca di cui fa parte Crisanti. Come? Modificando geneticamente l’Anopheles in modo che non sia più in grado di ospitare e trasmettere il Plasmodium falciparum, il microrganismo responsabile della malaria, ma che allo stesso tempo sia capace di imporsi sulle altre zanzare presenti nell’ambiente. Un compito a cui l’équipe di Crisanti sta lavorando da anni e che negli ultimi mesi è stato facilitato. Nell’ottobre 2002, infatti, su ”Nature” e ”Science” sono state pubblicate rispettivamente le mappe genetiche del Plasmodium falciparum e dell’Anopheles gambiae. Così, ora, i ricercatori di tutto il mondo possono studiare i geni della zanzara più pericolosa e trovare il modo per renderla innocua. La guerra alle zanzare, quindi, si prospetta biotecnologica, ma come si difendevano gli antichi? Semplicemente bonificando le zone paludose. I primi furono i Romani, memori di quello che successe a due grandi civiltà a loro antecedenti: gli Etruschi e gli abitanti della Magna Grecia, entrambi decimati da un’epidemia di malaria. Si ricorreva molto anche ai vegetali repellenti e antiprurito. Sui davanzali, infatti, veniva messo un vasetto di basilico il cui odore le manteneva a distanza oppure si spargeva sulla parte punta un po’ di succo di porro per calmare l’irritazione cutanea. Per contrastare le zanzare, comunque anche ai giorni nostri si continuano a usare metodi apparentemente strani. Come quello adottato a Yorktown, in Virginia (Usa). Dove si reclutano volontari per rimanere intere giornate seduti sulle panchine dei giardini e contare le zanzare che passano. «Sapere quante sono», dicono i biologi che hanno consigliato al comune americano questa iniziativa, «può essere utile per valutare le opportune misure di disinfestazione». Federico Ferrazza