Fabrizio Ardito Macchina del Tempo, luglio 2003 (n.7), 27 ottobre 2003
Tre estati fa, una curiosa notizia ha fatto il giro del mondo: gli Emirati Arabi stavano studiando la possibilità di acquistare acqua potabile dalla Finlandia
Tre estati fa, una curiosa notizia ha fatto il giro del mondo: gli Emirati Arabi stavano studiando la possibilità di acquistare acqua potabile dalla Finlandia. La richiesta, spiega Ari Nevalainen di Helsinki Water, «non era affatto uno scherzo. Richiedeva una fornitura di 450.000 metri cubi d’acqua al giorno». I problemi che hanno fatto per ora accantonare l’idea sono stati diversi: l’ente finlandese non ha una disponibilità idrica in eccesso così enorme e non esistono strutture portuali in grado di ospitare navi cisterna delle dimensioni sufficienti. I problemi nascono dal fatto che, sul nostro pianeta, l’acqua è distribuita in modo disomogeneo (vedi cartine a pag. 33). Gli uomini senza accesso all’acqua potabile sono, secondo le stime dell’Onu, 1,2 miliardi. E il futuro non appare roseo: «Con il tasso attuale di investimento in questo settore» spiega Nitin Desai, segretario generale del World Summit di Johannesburg «non arriveremo a fornire l’accesso universale all’acqua pulita prima del 2050 in Africa, del 2040 in America Latina e del 2025 in Asia». In tutto il mondo, soprattutto nel 2003 - dichiarato dall’Onu Anno internazionale dell’acqua potabile - il problema delle risorse idriche è quindi all’ordine del giorno. E stimola soluzioni tecnologiche molto differenti. Come Al-Salaam («pace»), un fiume artificiale che si stacca dal Nilo al nord del Cairo e raggiunge, dopo quasi 90 km, il Canale di Suez. Qui 4 sifoni passano sotto il Canale a una profondità di quasi 50 metri. Oltrepassata Suez, dopo 175 km all’aperto, la preziosa acqua del Padre dei Fiumi raggiunge l’oasi di El-Arish, a un passo dal confine con Israele e dalla sovrappopolata Gaza. La portata del fiume è di 250.000 metri cubi di acqua al giorno e i progetti prevedono la nascita di nuovi insediamenti, necessari a diminuire la pressione demografica sulla sovrappopolata metropoli del Cairo. Ma i progetti egiziani, una volta realizzato questo canale, non si sono arrestati. Dopo decenni di studi, è oramai in dirittura d’arrivo il progetto del Nilo2, intitolato al presidente Hosni Mubarak. Lo scopo è di aumentare dell’8% le superfici coltivabili egiziane grazie a più di 200 km di nuovi canali alimentati dall’enorme centrale di pompaggio di Toshka che ha lo scopo di sollevare 25 milioni di metri cubi d’acqua al giorno a una quota di 50 metri più alta del livello medio del Lago Nasser. Grazie all’irrigazione resa possibile dal canale, gli egiziani stimano di poter trasferire dalle sovrappopolate rive del Nilo più di 3 milioni di abitanti verso le nuove grandi oasi. «Tra circa un anno l’acqua scorrerà nei canali» assicura Michel Allali, tecnico della società francese d’ingegneria Sogreah. E, dal deserto egiziano, i prodotti ortofrutticoli potranno prendere la via dei mercati europei con un mese d’anticipo sui loro concorrenti mediterranei. Le acque della regione del Tigri e dell’Eufrate sono un’enorme risorsa contesa. Da un lato la Turchia cerca fondi per il colossale progetto del GAP, nel Sud Est anatolico, che comprende 22 dighe e 19 centrali elettriche che dovrebbero permettere l’irrigazione di 1,7 milioni di ettari oggi deserti e produrre 27 miliardi di kW/h. Dall’altro lato stanno le paure degli Stati confinanti. Qui, l’acqua è stata usata con successo come arma: nel 1990, mentre in Turchia terminava la costruzione della gigantesca diga Ataturk, il presidente turco Turgut Ozal minacciò di chiudere i rubinetti alla Siria se non avesse cessato di appoggiare i curdi. Inaugurata nel 1990, la diga Ataturk - cuore del progetto - è uno dei maggiori sbarramenti idrografici del mondo (è alta 184 metri e lunga 1820). Il suo bacino d’alimentazione si estende su un’area di 817 km2, contiene una massa d’acqua di poco meno di 50 miliardi di metri cubi d’acqua che, nel momento della chiusura delle paratie, ha sommerso l’antica Samosata, capitale di Assiri e Medi. In altre zone il problema non è la carenza d’acqua, ma il suo trasporto alle aree di utilizzo. L’acqua raccolta dal bacino della centrale greca di Sykia, nelle montagne del Pindo, sarà trasportata verso le pianure agricole della Tessaglia grazie a un tunnel lungo oltre 17 km. Scavato con talpe simili a quelle che hanno lavorato sotto la Manica, il tunnel è largo 7 metri e il progetto prevede un’armatura in cemento armato necessaria a sostenere l’alta pressione d’esercizio dovuta al dislivello tra la captazione e lo sbocco della galleria, vicino al villaggio di Pefkofito. Vi sono poi progetti faraonici nati nel deserto. Sotto la porzione occidentale del Sahara vi sono grandi serbatoi di acqua fossile. Nel 1984, in Libia sono iniziati i lavori per scavare i pozzi per raggiungere queste antiche sacche di acqua e convogliarle in una rete di acquedotti lunga 2.500 km verso 200.000 ettari desertici da avviare alla coltivazione. è il colossale Great man-made river (vedi disegno qui sopra), passato alla storia come il più imponente progetto idrico del mondo per periodo di costruzione e personale impiegato. La società coreana Dong Ah è stata capofila nella realizzazione della prima fase del progetto, costata 10,2 miliardi di dollari. Le stime preliminari avevano mostrato la convenienza economica degli acquiferi sahariani rispetto all’acqua ottenuta dagli impianti di dissalazione. Tra il 1990 e il 1994 sono state costruite le reti necessarie a fornire a Bengasi 2 milioni di metri cubi d’acqua al giorno. La seconda fase, terminata nel 2000, ha esteso la rete in direzione di Tripoli, con una tubazione di 4 metri di diametro per una lunghezza di 1670 km. I lavori sono ancora in corso per aumentare le captazioni. Anche la Giordania, in larga parte desertica e dipendente dalle acque super sfruttate del bacino del Giordano, sta cercando nuove vie per alleviare la sete. Vicino al castello crociato di Kerak, a due km di profondità, l’acquifero fossile di Disi riposa da oltre 300.000 anni. Si pensa di sfruttarlo con una rete di trasporto lunga più di 325 km. Ma per combattere la sete c’è anche la tecnica della dissalazione dell’acqua marina. Il metodo più diffuso per produrre acqua dolce pompando acqua marina è l’osmosi: si pompa acqua a forte pressione contro delle membrane che filtrano la maggior parte dei sali disciolti. Tra i più imponenti impianti di dissalazione del mondo, le centrali saudite di Jubail producono enormi quantità d’acqua dolce a costi contenuti, grazie al prezzo quasi simbolico del petrolio necessario per generare l’energia necessaria. Un altro metodo per ricavare acqua dolce da quella salata è la distillazione: ma poiché necessita di notevole quantità di energia, si è pensato di utilizzare un impianto nucleare per produrre acqua utilizzabile per usi civili. L’unica centrale di questo tipo è ad Aktau, in Kazachistan: produce energia elettrica e, grazie alla dissipazione del calore, 80.000 metri cubi di acqua potabile al giorno. Tuttavia nelle praterie dei grandi ranch della zona di Buffalo è stato sperimentato un purificatore molto più economico. All’inizio dell’inverno l’acqua viene immessa in una depressione. Durante la cristallizzazione dovuta al gelo, la maggior parte delle impurità viene espulsa dal ghiaccio e la maggior parte dei solidi si concentra nello strato liquido appena al di sotto del ghiaccio. Prima del disgelo, basta pompare via questa parte per ottenere una vasca piena di acqua utilizzabile per l’allevamento. Non è l’unico sistema economico ed efficace. Il paese di Chungungo, ai margini del deserto cileno di Atacama, ha sempre sofferto di una feroce scarsità d’acqua. Nel 1987, un progetto dell’Università di Santiago, sostenuto dall’Unesco, ha avviato un sistema di trappole per la nebbia, in grado di produrre acqua potabile. Il principio è semplice: ogni impianto è costituito da una rete di polipropilene lunga 12 metri e alta 4 tesa perpendicolarmente ai venti dominanti. Quando le nuvole spinte dal vento attraversano la rete, l’umidità si deposita sui suoi fili e viene raccolta da una grondaia e diretta a un serbatoio. Il sistema è stato esportato in altre zone aride del mondo accomunate da venti costanti, un’altezza di almeno 500 metri e la stabile presenza di nebbia e nuvole basse. Alle Hawaii, infine, si sta sperimentando una torre in grado di simulare l’effetto di un uragano. I vortici generati da un rotore al di sopra di uno strato di acqua marina e il contatto dell’aria umida in movimento con un elemento molto freddo posto alla sommità della torre dovrebbero, secondo i progettisti, causare la condensazione di acqua dolce. Fabrizio Ardito