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 2003  ottobre 27 Lunedì calendario

FERRANTE

FERRANTE Elena Scrittrice (scrittore?). «Le informazioni si rimandano l’un l’altra, e ognuno ripete ciò che ha letto altrove. Ad esempio che la scrittrice napoletana è vissuta con i due figli in una non meglio precisata isola greca e che in seguito si è trasferita a Torino. E che non andò a ritirare il premio Oplonti né il premio Procida Elsa Morante, vinti con L’amore molesto. Anche il regista Mario Martone vorrebbe incontrarla di persona per il film che nel 1995 ricava da quell’opera prima, ma deve accontentarsi di uno scambio epistolare. Fino al 2002, anno in cui esce I giorni dell’abbandono, che raddoppia le vendite del primo libro, rilascia rare interviste, in cui viene indicata, peraltro, come ”una bella donna, quarantenne”. Antonio d’Orrico, su ”Sette”, recensendo I giorni dell’abbandono, la presenta come la ”massima narratrice italiana dai tempi di Elsa Morante”. Goffredo Fofi osserva che il suo linguaggio ”contrasta nettamente con la melensaggine della letteratura femminile recente nel nostro paese”. Mentre Filippo La Porta definisce il suo secondo romanzo ”di spaesante bellezza, e per il nostro panorama letterario, di insolita, impudica radicalità”. All’’Unità” Elena Ferrante confessa che da giovane ”mi pareva che tutti gli scrittori di gran livello fossero di sesso maschile e che quindi bisognasse scrivere da vero uomo”. Ma chi si nasconde davvero dietro il nome della misteriosa scrittrice? [...]» (’La Stampa” 16/1/2005) • «Viene descritta come una bella donna, slanciata e con lo sguardo intensamente espressivo. certo che abbia scritto due romanzi - L´amore molesto e I giorni dell´abbandono, entrambi di successo e molto apprezzati. [...] certo che sia napoletana. Ma tutto il resto è oggetto di congettura. Non è certo, anzi è improbabile, che si chiami Elena Ferrante. Ha, forse, cinquantacinque, cinquantasei anni. Forse vive in Italia, ma spesso anche all´estero. stata sposata, forse ora è separata e ha due figli. Forse, forse. Elena Ferrante è un caso raro sulla scena letteraria italiana, che percorre con passo sicuro, da scrittrice dotata di stile e di qualità narrative. Suscita curiosità, ma anche rispetto. [...] Da Frantumaglia sappiamo che la decisione di celare se stessa Elena Ferrante la comunica ai suoi editori poco dopo la consegna del primo romanzo, nel 1991 (il manoscritto, racconta Sandro Ferri, direttore di e/o, fu suggerito da una persona anche lei rimasta sconosciuta). ”Non intendo fare niente per L´amore molesto”, scrive la Ferrante a Sandra Ozzola, moglie di Ferri. ”Mi sono definitivamente impegnata in questo senso con me stessa e con i miei familiari”. Io credo, aggiunge, che i libri non abbiano bisogno di un autore. E se valgono, ciò dipende solo da loro. Il desiderio di sottrarsi rimanda anche al rifiuto dei meccanismi di promozione di un libro, al fastidio per la letteratura-spettacolo. Perché, domanda, alcuni giornali si sono accorti de L´amore molesto, e hanno chiesto di intervistarla solo dopo che Mario Martone decise di farne un film, due anni dopo l´uscita del romanzo? Perché Martone ”fa teatro, cinema, settori più rumorosamente esibiti dai media?”. Sulla sua identità sono fioccate le ipotesi. Qualcuno ha detto che dietro di lei si nascondevano Fabrizia Ramondino o, addirittura, Goffredo Fofi (che, insieme a Martone e ad altri, è uno dei suoi interlocutori in Frantumaglia). Una giornalista del ”Mattino” ha creduto di identificarla in una donna, Elena Vitale, nata nell´avellinese. Si è detto, ma con migliori argomenti, che nella seconda metà degli anni Sessanta abbia conosciuto a Napoli uno studente greco di ingegneria (allora erano molti i greci fuggiti nel capoluogo partenopeo dalla dittatura dei colonnelli). L´abbia sposato e sia a lungo vissuta in Grecia. Da allora ha viaggiato spesso, è rientrata in Italia, si è separata e adesso, appunto, si sposta fra l´Italia (la Torino in cui è ambientato I giorni dell´abbandono) e un paese straniero, dove, racconta Sandro Ferri, ”insegna in un istituto universitario”. [...] Dice di essersi laureata in Lettere antiche. Non si è mai esposta pubblicamente, scrive in Frantumaglia, e spesso ha vissuto come ”un´ascoltatrice muta”. Fra i motivi della sua assenza c´è ”un desiderio un po´ nevrotico di intangibilità”. Scritto un libro, ”si ridiventa se stessi, la persona che comunemente si è, nelle occupazioni, nei pensieri, nel linguaggio”. Anche ragioni interne ai suoi romanzi, dunque, l´avrebbero spinta a non rivelarsi. Ne L´amore molesto sono evidenti i materiali autobiografici (è la storia di una giovane donna che scopre l´oscuro passato della madre dopo la sua tragica morte). E, nascondendosi, Elena Ferrante ha voluto evitare che romanzo e realtà si sovrapponessero provocando sofferenze. Le stesse ragioni, forse, possono valere per I giorni dell´abbandono (la vicenda di una donna che, lasciata dal marito, si vede assalire dagli incubi del suo passato napoletano). Il caso di Elena Ferrante sembra un gioco a incastro fra la letteratura e la vita. Sono molti i dettagli che addossati l´uno sull´altro come in una frantumaglia, e intrecciati con quelli dei romanzi, potrebbero portare a scoprire il suo nascondiglio. Ma tenersi al riparo, per Elena Ferrante, vuol dire assicurarsi ”uno spazio di libertà creativa assoluta”. E se ne fosse privata, confessa, ”mi sentirei bruscamente impoverita”» (Francesco Erbani, ”la Repubblica” 26/10/2003) • «Elena Ferrante è una scrittrice senza volto. Mai vista e mai ascoltata. Che non ha mai concesso di sé altro che le sue parole scritte. Comparsa dal nulla ed esplosa, fin dall’esordio del 1992, come un caso letterario e un seducente enigma editoriale. Contro ogni regola collaudata del marketing, senza alcun supporto mediatico, L’amore molesto (ed. e/o, 1992), il suo primo romanzo, vende più di ventimila copie, viene accolto trionfalmente dalla critica e tradotto in cinque lingue. Nel gioco frenetico e finora vano del suo svelamento, qualcuno avanza il sospetto che quel nome nasconda un uomo, Goffredo Fofi, che è peraltro il primo cui la Ferrante concede un’intervista, mediata dal suo editore. Altri al contrario sono pronti a giurare senza ombra di dubbio che dietro quella scrittura così corporea e calda non possa non esserci la mano di una donna. Chi è Elena Ferrante? Si tratta, semplicemente, di una scrittrice schiva, così riservata da sottrarsi al contatto e all’abbraccio del pubblico ”per un desiderio un po’ nevrotico di intangibilità”, come sostiene nella seconda e ultima intervista all’’Unità” del 2002? Oppure siamo di fronte a uno scrittore che si ”traveste” nel corpo e nei panni di un altro? Un uomo, ad esempio, che indossa gli abiti di una donna, si guarda allo specchio, si incipria il viso e inizia a percorrerne l’itinerario esistenziale: le emozioni, i pensieri, le memorie, e piega lo stile a una forma e a una sensibilità femminile, in un’opera di immersione nell’altro sesso, per poter vivere, sentire e scrivere come lei. Per tredici anni l’enigma Ferrante è rimasto insoluto. Sennonché un romanzo autobiografico di un altro scrittore pubblicato nel 2000, che presenta una serie di riscontri con situazioni, personaggi ed eventi dell’opera della Ferrante, si propone quasi come una deliberata traccia al lettore. L’ipotesi è che la ”scomparsa” di Elena Ferrante, che in verità precede la sua stessa esistenza, riveli forse proprio in questa forma assoluta di ”pudore” l’intenzione contraria di sfidarci al gioco del denudamento. Come se, da quelle labbra truccate che possiamo solo immaginare, ci sussurrasse: provate a prendermi. L’ipotesi è che lei stessa abbia lasciato sulla carta le impronte della sua reale identità. Che lo abbia fatto come l’autore di un thriller. E che tali indizi si trovino tutti già in quel primo romanzo, che non a caso è proprio un giallo psicologico. In esso si racconta della morte per annegamento di Amalia, ”la notte del 23 maggio”, una donna di sessantatré anni, il cui corpo che galleggiava a pochi metri dalla riva con addosso solo il reggiseno viene ritrovato il giorno dopo da due ragazzi. La voce narrante è di sua figlia Delia. Da molti anni Amalia e suo marito vivevano divisi. Lui era stato un uomo geloso e violento. Spesso la inseguiva per casa, la raggiungeva e la colpiva al viso, prima col dorso e poi col palmo della mano. Un’insofferenza e una litigiosità che si estendevano anche ai parenti di lei. Per il resto, suo padre passava la giornata seduto a dipingere, mentre la moglie pedalava, curva, sulla macchina da cucire. Nelle vecchie foto degli album di famiglia, sullo sfondo, si vedeva sempre una parte della sua Singer. Lui ”era un uomo insoddisfatto... perché la gente non lo stimava come doveva”. Un uomo affetto da una sorta di mitomania, che ”si immaginava chissà quale destino”. La moglie ”aveva avuto una bella fortuna a sposarlo. Lei, così nera, non si sapeva da quale sangue venisse”. Un pittore manesco e una guantaia, a Napoli. Lei morta. Una figlia che ricorda. I particolari non sono scelti a caso. Peraltro sono solo alcuni dei moltissimi che potremmo citare e che manifestano sorprendenti coincidenze con identici caratteri e situazioni che ritroviamo nel romanzo autobiografico di un altro scrittore. Dove campeggia, ancora nel racconto di un figlio, il ritratto di Federì, ferroviere di professione e pittore di vocazione, del quale si mettono in evidenza la natura rissosa, le scenate di gelosia, le fantasticherie sul proprio destino, l’ossessione della pittura. E si rappresenta, con minore evidenza e uguale intensità, la figura di Rusiné, alla quale il romanzo è dedicato. Anche lei come Amalia sarta, anche lei ”nera”, ”saracena”. Anche lei vittima di un marito lunatico e violento. Il romanzo è Via Gemito, vincitore del premio Strega nel 2001, e l’autore è Domenico Starnone [...] Napoletano, come la Ferrante, e come lei in stretti rapporti con l’editore e/o. La pelle olivastra del corpo di Amalia e di Rusiné, il carattere socievole di entrambe, inibito dai rispettivi mariti, la frutta che arrivava gratis ogni giorno, un vestito bruciato sul fuoco della cucina (L’amore molesto), i pettini bruciati sul carbone del focolare (Via Gemito), ”un’argentiera per argenterie mai possedute” in entrambe le case, il rimpianto per i soldi sudati, gettati dalla finestra da Amalia-Rusiné. Tutti ”segni” abbandonati in bella mostra, come se l’autore si fosse divertito a esibire la ”prova” del caso, allo stesso modo della Lettera rubata di Edgar Allan Poe, presente e chiara di fronte agli occhi di tutti e tuttavia invisibile. Parole, come direbbe l’investigatore Dupin, ”che sfuggono all’attenzione per la loro eccessiva evidenza”. A pagina 307, infine, in Via Gemito Starnone ricorda un episodio della sua infanzia. Definitivo indizio concesso al lettore. ”Un giorno trovai nell’armadio della camera da letto, in mezzo a tante altre cianfrusaglie, una scatola. L’aprii, c’erano delle foto... di donne nude... sorridevano mostrando i loro luoghi più segreti senza alcuna timidezza”. ”Spesso - si legge nell’Amore molesto - le pose della zingara erano malamente ricopiate da certe foto di donne che mio padre nascondeva in una scatola dentro l’armadio e che io andavo a sbirciare di nascosto”. Quale incredibile corrispondenza: un romanzo del 1992, quello della Ferrante, che riteniamo frutto di invenzione fantastica, presenta gli stessi protagonisti - il pittore irascibile e manesco e la sarta operosa, accusata di essere ”vanesia” - di un romanzo autobiografico del 2000 di Domenico Starnone. E perfino l’identico episodio della scatola nell’armadio della camera da letto in cui il padre nascondeva foto di donne nude. Questo vuol dire che Starnone e la Ferrante sono la stessa persona? Certo, se così non fosse a questo punto Starnone potrebbe addirittura subire l’accusa di plagio, ma dubitiamo che ciò accada, considerata la tenace riservatezza della Ferrante. Lui del resto saprebbe difendersi obiettando che non ha fatto altro che raccontare la sua vita, e che è stata la Ferrante, piuttosto, a sottrargliene proditoriamente la memoria. O forse, potrebbe finalmente confessare, parafrasando Flaubert: ”Elena Ferrante c’est moi”. Ci troveremmo di fronte, in questo caso, al Fernando Pessoa della letteratura italiana, che creava eteronimi, dotati ognuno di uno stile, di una poetica, di una separata biografia. Autori distinti, partoriti dalla mente fertile di un demiurgo che li sovrintende e governa. A margine di un’intervista inedita di qualche tempo fa, nella quale parlava del suo lavoro di narratore, Starnone ci ha spiegato che ”solo la convenzione editoriale, in fondo, impedisce allo scrittore di correre di qua e di là, di sperimentare le scritture più diverse. [...]» (Luigi Galella, ”La Stampa” 16/1/2005) • Starnone nega: «[...] Io sono un estimatore della Ferrante, e il gioco letterario che è stato fatto intorno ai nostri nomi è intelligente [...] Nell’Italia degli Anni 50, descritta nel mio libro e in quello della Ferrante che avete messo a confronto, c’erano guantaie e sartine dovunque. E a Napoli i ”pittori” erano più numerosi dei funghi. Io e la Ferrante veniamo dalla stessa area lessicale, siamo napoletani. Il mobile che entrambi chiamiamo ”argentiera” era difussisimo in tutte le famiglie, e portava quel nome anche se magari di argenti non ne aveva ospitati mai [...] mi sembra una buona operazione per dimostrare come di fatto, volenti o nolenti, dobbiamo ammettere che in Italia esistono le letterature regionali. Senza fare discorsi leghisti, gli scrittori ”padani” hanno tratti in comune tra loro, così come a Napoli io e la Ferrante. Però mi sento molto distante dai suoi libri, anche se li apprezzo. Sono nato come ”ironista”, lei è tutta visceralità [...] francamente non è che mi dispiaccia. Mi infastidisce l’osservazione sul plagio, cioè che se io non fossi la Ferrante, avrei potuto essere chiamato in causa come ”plagiatore” di Un amore molesto. Ma forse corre lo stesso rischio perfino Guido Ceronetti, per il lato torinese presente nella Ferrante. Anche lui, in fondo, parla di sartine [...] Il versante divertente della faccenda è che mi si possa pensare in grado di fare questo, di avere una doppia identità letteraria [...] Facciamo l’ipotesi che io sia la Ferrante, e domandiamoci che senso potrebbe avere il mio silenzio. Ora mi converrebbe rivelarmi, ne ricaverei molta più attenzione [...] se il gioco dura troppo a lungo, stufa. La realtà è invece molto più semplice. Proviamo a chiederci perché negli ultimi sette-otto anni nessuno è venuto fuori a rivendicare l’identità della scrittrice. La risposta è banale: perché esiste una Elena Ferrante che non ha voglia di affacciarsi in scena. Avrà i suoi buoni motivi per farlo [...] Secondo me è Guido Ceronetti...» (’La Stampa” 17/1/2005).