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 2003  ottobre 27 Lunedì calendario

BONALUMI

BONALUMI Agostino Vimercate (Milano) 10 luglio 1935. Pittore. «’Siete due rivoluzionari”, diceva Enrico Baj, nel ’58, a Milano, rivolgendosi a Piero Manzoni e ad Agostino Bonalumi. Baj aveva 34 anni; Manzoni, 25 Bonalumi, 23. Il giovane conte Manzoni aveva aderito al Movimento Nucleare e, ispirandosi un po’ a Burri e Klein, faceva già gli achrome (gesso impastato e inciso). Bonalumi si guardava ancora intorno. Nato in una famiglia di operai, studia all’Istituto tecnico industriale e, mentre impara il disegno meccanico, comincia a dipingere. Poi, invece di proseguire gli studi, lavora. Pasticciere, fonditore, autista. Ha un carattere piuttosto introverso, ma è abbastanza testardo da perseguire quello che vuole. E lui vuole fare l’artista. All’inizio si muove a tentoni. Per esempio, incolla magliette sulla tela e, talvolta, ci passa pennellate di colore. Trascorre qualche anno. Poi, un giorno, mentre il conte e il pasticciere discutono in un’osteria, i loro discorsi vengono ascoltati da un giovane architetto, che sta al tavolo vicino: tale Enrico Castellani, di Castelmassa, in quel di Rovigo. Anche lui ha una sua idea sull’arte. Così il confronto si allarga. Su una cosa sono d’accordo: devono liberarsi dall’Informale che, comunque, per quelli della loro generazione ha rappresentato una tappa obbligata. Si muovono nell’ambito dello Spazialismo (’Forme, colori, suoni attraverso gli spazi”). Il loro maestro? Lucio Fontana. Li chiamano ”il trio del colore”. Fondano una rivista, Azimuth, ma poi Bonalumi litiga e se ne va. Ama starsene per conto proprio. Pensa solo a lavorare. I proclami gli vanno stretti. Studiare disegno tecnico e meccanico, usare il tecnigrafo, fare il pasticciere e il fonditore gli ha lasciato il gusto per il lavoro manuale. Nasce così, in lui, il bisogno di creare opere-oggetto. Che si possano vedere, ma anche toccare. Comincia l’epoca del design. Chi copia chi? Nessuno. il clima, l’atmosfera a far sì che gli esperimenti si spostino dalle fabbriche agli studi dei pittori e viceversa. La fabbrica produce oggetti. Il pittore, nuove possibili visioni del mondo. Dopo varie sperimentazioni, Bonalumi approda alle tele estroflesse. Che cosa sono? Quadri, le cui tele vengono spinte da dietro, da una struttura portante, verso lo spettatore. Uscita dai limiti bidimensionali, la pittura diventa oggetto, scultura. Pittura, s’è appena detto. E pittura è. Le tele sono dipinte. Per lo più, con un solo colore, anche se, talvolta, con differenti gradazioni. Lo scopo? Catturare la luce, modellando la superficie del quadro. Da qui un processo creativo che, con gli anni, può sembrare sempre uguale, ma che le varie sfumature rendono diverso. Anni e anni di lavoro che, però, nel ’70, lo porteranno ad avere una sorta di ”consacrazione” ufficiale: una sala alla XXXV Biennale di Venezia. Da allora il linguaggio si è sempre più affinato. La pittura punta sulle suggestioni. Certo Bonalumi non è un artista di facile ed immediata lettura, ma questa è un po’ la regola che sottende all’arte quando comprende l’aspetto concettuale e/ o filosofico. Nel 1965, Bonalumi espone ad Essen. Da allora, in Germania è di casa» (Sebastiano Grasso, ”Corriere della Sera” 27/10/2003).