Giorgio Giorgetti Corrado Poggi Macchina del Tempo, agosto 2003 (n.8), 23 ottobre 2003
Camera con vista faro per turisti illuminati: dal mito sempreverde del guardiano-eremita al desiderio di luoghi incontaminati, oggi le nuove rotte delle vacanze si tracciano al bagliore di lanterne marittime
Camera con vista faro per turisti illuminati: dal mito sempreverde del guardiano-eremita al desiderio di luoghi incontaminati, oggi le nuove rotte delle vacanze si tracciano al bagliore di lanterne marittime. Già protettori dei naviganti, i fari hanno infatti rivelato una seconda vocazione: far da sentinella a località incantate. E per fortuna all’Italia non mancano le destinazioni esemplari: su quasi mille segnalamenti, ben 146 sono i cosiddetti fari d’altura. Luci potenti, per intenderci, visibili per almeno 15 miglia nautiche, circa 28 chilometri. Ne abbiamo scelti alcuni. Dal monumento per antonomasia, quella ”madre di tutti i fari” che è la Lanterna di Genova, ci s’immerge tra i gioielli dell’Arcipelago Toscano, prima fra tutte l’Isola di Capraia che con i suoi due lampi dà il benvenuto ai naviganti del Tirreno. Con un colpo di coda ci spostiamo a Rimini che, con l’immancabile faro nel porticciolo, ci sfida a trovare nella sua bolgia vacanziera un angolo per aspiranti eremiti. Le Pontine, poi, sorgono dal mare in tutta la loro seduzione. Nel Gargano, Torre Preposti ospita l’unica farista donna d’Italia, sentinella dell’azzurro e del verde. Tra Sicilia e Sardegna, le occasioni si sprecano: una vacanza a ogni faro, verrebbe da dire. Con una scelta partigiana, puntiamo un dito sulla Sicilia, tra lo splendore delle sue isole lontane e incontaminate. Poi la Sardegna, verso quell’Isola di San Pietro che è l’estremo ponente italiano. Unica pecca: diversamente da quanto accade all’estero, in nessuno si può soggiornare, e per visitarli si deve chiedere il permesso alla Marina Militare. Ma basta anche ammirarli per rimanere incantati. Forse perché la loro luce è da millenni calamita di fascinazioni, fin da quella torre, alta 120 metri, collocata sull’isolotto di Pharos ad Alessandria d’Egitto. Costruita da Sostrato di Cnido tra il 299 e il 288 a.C., su commissione del re Tolomeo Filadelfo, ospitò sulla sua sommità un fuoco così grande da illuminare il mare fino a 40 km di distanza. Nessuno stupore che gli antichi l’avessero enumerata tra le sette meraviglie del mondo. Fedele compagno dell’umanità, il faro ne seguì non solo le rotte, ma anche i progressi. Dai falò di legna si passò al carbone e alle candele, ma un vero balzo in avanti si ottenne soltanto dopo il 1784, quando l’ingegnere svizzero Françoise-Pierre-Aimé Argand (1755-1803) inventò la lampada a olio a doppia corrente d’aria, che forniva una fiamma uniforme d’intensità elevata e priva di fumo. Quindi fu la volta delle lampade a incandescenza a vapori di petrolio, di propano e d’acetilene. Fino all’arrivo dell’elettricità. Trovare il modo di accendere la fiamma e di alimentarla non risolve però ogni problema: occorre che la luce si concentri in stretti fasci, senza disperdersi. Il colpo di genio venne all’ingegnere francese Augustin-Jean Fresnel (1788-1827): una lente relativamente piccola e verticale raccoglie e concentra i raggi luminosi che escono orizzontalmente dalla lampada, mentre quelli che si diffondono in altre direzioni sono catturati e indirizzati verso l’orizzonte da una serie d’anelli prismatici. Faro, compagno fedele, e insostituibile. Neppure la rete satellitare del Gps (Global positioning system), che permette di fare il punto nave con la precisione di pochi metri, sconfiggerà le vecchie lanterne. «Qualunque sia l’apparato tecnologico che la scienza offrirà alla navigazione», dichiara il comandante Antonio Peca, caporeparto dei fari italiani della Marina Militare, «il faro resterà sempre uno strumento indispensabile per il riconoscimento di un luogo, come una bandiera. E la Marina deve garantire sicurezza a tutti coloro che vanno per mare, non solo a chi ha mezzi all’avanguardia». Giorgio Giorgetti