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 2003  ottobre 23 Giovedì calendario

In Italia la costruzione delle dighe ha subìto un brusco rallentamento negli ultimi anni. «Fondamentalmente il motivo è uno: mancano i luoghi dove poterle costruire», spiega Carlo Angelucci dell’ITCOLD

In Italia la costruzione delle dighe ha subìto un brusco rallentamento negli ultimi anni. «Fondamentalmente il motivo è uno: mancano i luoghi dove poterle costruire», spiega Carlo Angelucci dell’ITCOLD. Oggi infatti sono pochi i bacini idrici italiani che sopravvivrebbero alla costruzione di una diga. «All’inizio del secolo scorso, e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale», dice Angelucci, «la necessità di energia (ecco perché molte dighe appartengono all’Enel, all’Acea, alla Edison e alle aziende energetiche municipali di Milano, Torino, Verona, Merano e Bolzano, ndr) per la ricostruzione del nostro Paese ha fatto sì che le dighe venissero costruite molto facilmente: la priorità era anche quella di dare lavoro». Ora, invece, le dighe si costruiscono sempre di meno e il loro stato di salute non versa in ottime condizioni. «Dobbiamo considerare», precisa Lucio Ubertini, direttore del Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche del Cnr, «che gli impianti sottoposti al controllo del Servizio Nazionale Dighe sono soltanto 800, mentre circa 10mila invasi sfuggono a questa manutenzione ordinaria perché considerati dalla legge non abbastanza grandi. Si tratta di potenziali bombe d’acqua che richiedono una manutenzione accuratissima se si vogliono evitare disastri come quelli dello Stava del 1985». Emblematico è poi il caso della Calabria. Secondo un recente rapporto di Legambiente, infatti, delle 36 dighe presenti nella regione 5 non sono mai state completate e 6 sono terminate ma non erogano acqua per mancanza delle opere di distribuzione. E anche uno degli ultimi importanti progetti italiani, la diga di Occhito (Foggia), che con i suoi 240 milioni di metri cubi di invaso rappresenta una delle più grandi d’Europa, ha avuto dei problemi. Collaudata lo scorso marzo, ha subìto due forti stress: un terrremoto prima, piogge torrenziali poi, che ne hanno messo a dura prova la tenuta.