Federico Ferrazza Macchina del Tempo, agosto 2003 (n.8), 23 ottobre 2003
L’impatto è da film kolossal: nelle Tre Gole cinesi che ospitano per 130 chilometri lo Yangtze, il fiume più lungo dell’Asia, è stata costruita una delle dighe più grandi di sempre
L’impatto è da film kolossal: nelle Tre Gole cinesi che ospitano per 130 chilometri lo Yangtze, il fiume più lungo dell’Asia, è stata costruita una delle dighe più grandi di sempre. La Diga delle Tre Gole è uno sbarramento alto 185 metri e largo quasi 2,5 chilometri. I lavori vedono impiegati 20mila operai, che - con 27 milioni di metri cubi di cemento, 354.000 tonnellate di acciaio per le armature e 281.000 tonnellate di metallo - controlleranno le piene dello Yangtze durante la stagione delle piogge e riforniranno d’energia elettrica la Cina orientale. La quantità di energia idroelettrica che sarà possibile generare con la diga è impressionante: 84,68 miliardi di kilowattora l’anno, in pratica quasi un terzo dei circa 270 miliardi di kilowattora che ogni anno consuma l’Italia. L’opera sarà pronta tra sei anni. Ma già nello scorso giugno è iniziato il riempimento dell’invaso. Soltanto nel 2009, tuttavia, terminerà la costruzione delle 26 turbine che genereranno un’energia pari a quella di 50 milioni di tonnellate di carbone, con un rendimento equivalente a 18 centrali nucleari. Un’opera mastodontica, quindi. Che ha fatto spendere al governo di Pechino circa 25 miliardi di euro e per la cui progettazione ci sono voluti ben 35 anni di studi preliminari. L’idea della Diga delle Tre Gole, in effetti, non è nuovissima. Già nel 1919 Sun Yat-Sen, leader della rivoluzione repubblicana del 1911, pensò a un progetto simile per controllare le piene. Ci sono voluti, quindi, circa 90 anni perché l’idea Sun Yat-Sen si potesse trasformare in realtà. Un periodo costellato da mille polemiche: la scelta di costruire la diga non è infatti stata indolore. Realizzando lo sbarramento sono state sommerse in parte le tre valli e con loro i villaggi che le popolano. Paesi, borghi e caseggiati che contano circa un milione e mezzo di persone costrette a lasciare le proprie case per trasferirsi in altri villaggi costruiti appositamente dal governo cinese. E come assicura il vicedirettore del Comitato per la costruzione della diga, Gan Yuping, più di sette miliardi di euro sono stati spesi per dare una sistemazione a queste persone. Inoltre, assieme alle città e ai villaggi verranno ”annegate” anche 406 scuole (in cui studiano 164mila ragazzi e lavorano 16mila insegnanti). Messi in salvo saranno, invece, i reperti archeologici della regione: alcune steli di pietra con iscrizioni risalenti all’ultimo periodo della dinastia Sung (XII -XIII secolo) sono state ricollocate altrove, così come altri 1.800 pezzi pregiati di archeologia. Questi sacrifici, secondo il governo di Pechino, sono di gran lunga inferiori ai benefici energetici e alla tutela di migliaia di persone dal rischio di esondazioni: nel secolo scorso, le vittime di esondazioni sono state 300mila. Con la stessa logica si sta muovendo anche il governo indiano, disposto a sommergere 4.000 km quadrati di foresta e terreni agricoli, con il futuro sistema di dighe lungo la valle del Narmada, un fiume lungo 1.300 km che sfocia nel Mar Arabico. Il progetto prevede la creazione di 30 grandi dighe (più alte di 15 metri o con un invaso capace di contenere oltre un milione di metri cubi di acqua), 135 di medie dimensioni e 3.000 piccole. L’obiettivo è fornire energia elettrica e acqua per lo sviluppo della valle. La costruzione di questa diga, però, procede a singhiozzi. In India, infatti, è nato un forte movimento ambientalista (di cui fa parte la celebre scrittrice Arundhati Roy) contrario alla realizzazione del sistema che negli scorsi anni è stato bloccato più volte. Un altro grande cantiere che dovrebbe chiudere per il 2015 è quello aperto nella regione turca dell’Anatolia. Qui, entro 12 anni (la costruzione è iniziata nel 1985) dovrebbero essere pronte 22 dighe e 17 centrali idroelettriche. I lavori (il cui costo è stimato intorno ai 32 miliardi di euro) intervengono sui fiumi più importanti della regione: per esempio il Tigri, su cui è già stata costruita la diga di Ilisu, l’Eufrate e il Ceyhan su cui già ci sono diverse dighe. Il sogno del governo turco è quello di trasformare una zona molto povera in uno dei motori del Paese con la nascita di nuove industrie e con lo sviluppo del settore agricolo. Un po’ quello che sta cercando di fare il governo giordano con la realizzazione del ”Southern Ghors Integrated Development Project”, un’opera composta di tre dighe, la Tannur, la Mujib e la Wala, che realizzate in valli in cui i fiumi hanno solitamente una portata scarsa cercheranno di rifornire d’acqua la zona centrale e desertica del Paese. Ma non bisogna pensare che solo nei bacini di grandi dimensioni sia possibile costruire una diga. In Kazakhstan, per esempio, fino a qualche anno fa la città di Almati era minacciata da un piccolo torrente che per sua natura era soggetto a piene improvvise: in caso di forti temporali manda a valle un grosso quantitativo d’acqua. Così è stata costruita una diga e la popolazione e i campi non sono più a rischio. Insomma, sebbene molto discussa, la costruzione delle dighe cerca di risolvere problemi (la mancanza d’acqua, la creazione di energia o le piene dei fiumi) che attanagliano quasi tutte le zone del mondo. Ecco perché, secondo la Commissione mondiale sulle dighe (World Commission Dams), le grandi dighe nel mondo oggi sono oltre 47mila. «La maggior parte sono dighe per irrigazione», precisa l’ingegner Carlo Angelucci, segretario Comitato Nazionale Italiano per le Grandi Dighe (ITCOLD), «più o meno il doppio di quelle idroelettriche». Queste ultime servono a coprire soprattutto i picchi di consumo di energia. Attualmente, infatti, l’80 per cento dell’energia elettrica è generata da impianti termici (ovvero turbine alimentate da combustibili) che però, per funzionare al meglio, devono produrre energia in quantità costante. Quindi, solo quando i consumi aumentano improvvisamente si ricorre all’energia idroelettrica, che in Italia rappresenta circa il 7% delle fonti energetiche (il 17% nel mondo). «è come un rubinetto che all’occorrenza si apre e si chiude», precisa Angelucci. «Per questo la diga», aggiunge Luigi Natale, professore di Costruzioni idrauliche all’Università di Pavia, «è considerata solo il motore di un impianto più grande senza il quale lo sbarramento non avrebbe senso». Ma come viene costruito questo motore? E quali sono le fasi che si devono passare prima di realizzarlo? «Le dighe che di solito vivono tre o quattro secoli e i costi si ammortizzano in circa 100 anni», continua Natale. «Possono essere costruite usando tre materiali diversi. Il primo (e il più diffuso, ndr) è il calcestruzzo: è il caso della Diga delle Tre Gole. Il secondo è rappresentato da materiali sciolti (terra, argilla, sabbia e così via). Per realizzare una diga si può poi usare la scogliera, ovvero dei blocchi di roccia rivestiti per essere impermeabili. La scelta del materiale non dipende dall’uso che poi ne verrà fatto, ma dalla conformazione dell’alveo del fiume in cui si va a costruire». Di solito si realizza una diga in calcestruzzo quando il fondo del bacino rappresenta una base molto solida per l’opera. «Quando, invece, si trova una roccia meno adatta, si preferisce usare i materiali sciolti», precisa ancora Natale. La scelta del materiale è un aspetto molto importante dell’opera. Ecco perché la decisione di usare calcestruzzo piuttosto che materiali sciolti (viceversa) è preceduta da una serie innumerevole di studi. «Sono molte le fasi che caratterizzano il momento della costruzione», spiega Angelucci. «Innanzitutto, dopo aver valutato se è possibile costruire una diga, si chiede una concessione allo Stato. L’acqua, infatti, è un bene pubblico e per utilizzarla occorre un’autorizzazione». Ottenuta la concessione, si inizia una serie di studi di fattibilità. Quindi si comincia a capire quali sono i cicli climatici che caratterizzano la zona dove si vuole intervenire e la portata media del corso d’acqua negli ultimi 30 anni. Questo perché non si può costruire una diga dove non c’è a disposizione abbastanza acqua, ma anche per sapere quanta se ne può accumulare. «Nella costruzione delle dighe», precisa ancora Angelucci, «si deve tener conto di un deflusso ”minimo vitale”, che garantisce al fiume la sopravvivenza del bacino a valle ma anche della fauna in condizioni di siccità». La fase successiva sono gli studi geologici. Si valuta, per esempio, l’impermeabilità del bacino: sarebbe inutile costruire una diga in un bacino carsico, l’acqua filtrerebbe in tutte le cavità del terreno. Vengono fatti anche sondaggi geosismici, geolettrici e si analizza la stabilità delle sponde. Un aspetto, quest’ultimo, trascurato fino al disastro del Vajont. «Tutti questi studi», avverte Angelucci, «devono essere fatti nel modo più accurato possibile per evitare, poi, contrattempi durante la realizzazione dell’opera». Dopo questi studi di carattere tecnico-scientifico è il turno di quelli sociali, che verificano l’impatto dell’opera sulla popolazione locale. «Anche nel caso della Diga delle Tre Gole», continua Angelucci, «è stato stimato se ci fossero più vantaggi o svantaggi a spostare un milione e mezzo di persone per controllare lo straripamento di un fiume: un’analisi costi-benefici che ha condizionato la decisione di costruire lo sbarramento». Ma l’impatto sociale di un’opera del genere non è solo questo. Se per esempio si costruisce una diga in una valle poco abitata, si realizza un villaggio, che può ospitare tra le 200 e le 500 persone, ovvero quanti lavoreranno al progetto. Il flusso di questi ingegneri, tecnici e operai può portare a un vero sconvolgimento delle abitudini di chi abita la valle. Finiti tutti gli studi preliminari (che durano almeno due anni), inizia la costruzione della diga e di tutte le altre componenti che la rendono utile come, per esempio, la centrale idroelettrica o il sistema di canali e tubi per le dighe di irrigazione o di rifornimento di acqua potabile. Questi condotti, visto che in alcuni casi sono chiamati a bagnare centinaia di migliaia di ettari o a distribuire acqua a paesi lontani possono essere lunghi addirittura decine di chilometri. Proprio questi sistemi di canali hanno creato diversi problemi a molti bacini naturali. il caso del lago d’Aral, tra il Kazakhstan e l’Uzbekistan, alimentato dai due fiumi Syrdaria e Amudarja. Ai tempi dell’Unione Sovietica, infatti, il governo di Mosca decise di usare l’acqua dei due immissari per irrigare intere piantagioni di cotone. Risultato: oggi l’acqua del lago d’Aral è un terzo rispetto agli inizi del secolo scorso. Ma questi non sono gli unici danni che può causare una diga. «L’accumulo di sedimenti nell’invaso (che, se in eccesso, può portare anche alla morte della diga ndr) fa sì che arrivi meno materiale solido a mare, causando il fenomeno dell’erosione costiera», avverte Francesca Bissi del dipartimento internazionale di Legambiente. «La fauna ittica, poi, risente molto della sua costruzione. Realizzando un bacino artificiale molti pesci di fiume si ritrovano a vivere in un lago e nella maggior parte dei casi non riescono a sopravvivere. In ogni caso, tutti i danni di una diga sono causati da errate valutazioni che portano nell’80 per cento dei casi a progetti sbagliati». E uno di questi, secondo gli ecologisti, sarebbe proprio la Diga delle Tre Gole che potrebbe avere disastrose ricadute sull’ambiente: centinaia di migliaia di abitazioni e fabbriche sommerse riverseranno nel fiume milioni di tonnellate di sostanze inquinanti e secondo i più pessimisti la costruzione della diga farà addirittura innalzare la temperatura del pianeta causando lo scioglimento dei ghiacciai perenni dell’Himalaya e del Tibet. In ogni caso, un dato è certo: oggi, in qualsiasi altro Paese del mondo, sarebbe impensabile convincere un milione e mezzo di persone a spostarsi per fare posto a una diga. Neppure in nome di una bolletta elettrica più bassa. Federico Ferrazza