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 2003  ottobre 22 Mercoledì calendario

Per campar cent’anni non c’è nessun bisogno di morir di fame. La buona notizia arriva da Baltimora, negli Stati Uniti, dove uno studio condotto da Mark Mattson, del Centro di ricerca in gerontologia del National Institute of Aging, ha dimostrato che si può allungare la vita media di un mammifero anche del 60% (per l’uomo si arriverebbe a più di 120 anni) sapendo cosa e come mangiare

Per campar cent’anni non c’è nessun bisogno di morir di fame. La buona notizia arriva da Baltimora, negli Stati Uniti, dove uno studio condotto da Mark Mattson, del Centro di ricerca in gerontologia del National Institute of Aging, ha dimostrato che si può allungare la vita media di un mammifero anche del 60% (per l’uomo si arriverebbe a più di 120 anni) sapendo cosa e come mangiare. circa un terzo in più di quello che aveva dimostrato negli anni Trenta Clive McCay, che aveva allungato del 40% la vita dei topi di laboratorio semplicemente riducendo la quantità di cibo; oggi per fortuna sappiamo che vivere a lungo non è solo una questione di mettersi a stecchetto, anzi rinunciare al cibo può essere controproducente. L’équipe di Mattson ha lavorato su tre gruppi di topi: uno lasciato libero di mangiare a piacimento, uno messo a dieta stretta (cioè meno del 50% del precedente) e un terzo che mangiava quanto voleva, ma un giorno sì e uno no. «I migliori risultati sono stati ottenuti da quest’ultimo gruppo, in cui i livelli di glucosio e d’insulina sono risultati i più bassi» osserva Mattson, «ma la questione dell’alimentazione resta molto complessa e tutt’altro che chiarita. Quello che è certo è che più mangiamo, più bruciamo calorie, creando sempre più scorie: i radicali liberi che alterano le nostre cellule». Forse non c’è limite alla vita dell’uomo, come sostiene Caleb Finch, specialista mondiale di genetica dell’invecchiamento? «Tra qualche decennio la vita media arriverà a cento anni» ammette Edoardo Boncineli, genetista e rettore della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, ma altri ricercatori parlano addirittura di centoventi. «Per arrivarci è importante partire bene, fin dalla prima infanzia», avverte Giorgio Pitzalis, ricercatore in scienze nutrizionali pediatriche, ideatore del servizio di Dietologia della Clinica Pediatrica dell’Università ”La Sapienza” di Roma e autore, insieme con Maddalena Lucibello, di un’utile guida pratica, ”Il cibo: istruzioni per l’uso” (FrancoAngeli, Milano, 2002, pp. 152, euro 15.50), «perché è allora che si creano particolari percorsi metabolici, e se gli errori alimentari vengono reiterati, allora anche l’aspettativa di vita si riduce». «Le cellule invecchiano tanto più velocemente quanto più sono sottoposte a stress» osserva Giorgio Calabrese, docente di Nutrizione umana all’Università Cattolica di Piacenza «perché le pareti delle loro membrane si ossidano, perdono di elasticità e non riescono più a proteggere gli organuli cellulari che si trovano nel citoplasma». Per Calabrese il cemento armato per il nostro corpo si chiama Omega3: «Sono acidi grassi polinsaturi che si trovano nel pesce e nelle alghe e che dovrebbero essere almeno l’1,5% delle calorie della dieta. In un giusto rapporto con i loro ”fratelli”, gli Omega 6, che dovrebbero rappresentare il 6% dell’apporto calorico giornaliero, si trovano in abbondanza nelle verdure e nel tuorlo d’uovo, rinforzano proprio i fosfolipidi che costituiscono le membrane». Allora, innanzitutto, sì al pesce di tutti i mari, anche tutti i giorni o quasi: «Almeno quattro volte alla settimana», dice Calabrese, «ma sei è anche meglio». I tipi? Soprattutto salmone e tonno, che secondo un recente studio condotto dalla dottoressa Alexandra Leaf della Harvard medical school di Boston, negli Stati Uniti, se consumati con regolarità almeno due volte alla settimana contribuiscono, per le loro caratteristiche, a prevenire l’infarto. Orientarsi tra gli acronimi non è poi così difficile: in una dieta di 1800 Kcal al giorno ci dovrebbero essere almeno 12 g di Omega 6 e 3 g di Omega 3, il che vuol dire 60 g di noci, 40 g di salmone al naturale e 10 g di olio di oliva. Se gli Omega3 sono preziosi per la loro azione mirata, il nostro corpo necessita anche del giusto apporto di proteine sia vegetali che animali. Dove le troviamo? «Nella carne rossa o bianca, comunque magra», spiega Giorgio Calabrese, docente di Nutrizione Umana all’Università Cattolica di Piacenza, «nelle uova, in particolare nell’albume; nel latte, meglio se totalmente scremato; e nei formaggi freschi, dove l’apporto di sodio è minore». Vivamente consigliato come condimento è l’olio extra vergine d’oliva. «Il nostro Paese», aggiunge Calabrese, che è anche membro per l’Italia dell’Authority europea per la Sicurezza alimentare, «produce l’olio più buono del mondo: usiamolo». Rispetto a Stati Uniti e ai Paesi del Nord Europa, dove esiste una tradizione gastronomica molto ricca di proteine, in Giappone e nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo si mangia meglio e si vive di più perché l’incidenza delle malattie cardiovascolari e del cancro è inferiore. Il merito è della dieta mediterranea, ovvero di un regime alimentare che privilegia frutta e verdura fresche assunte regolarmente, limitando il consumo di carne. Il problema, concordano gli specialisti, è che ci stiamo progressivamente e velocemente allontanando da questo modello. «Negli anni Cinquanta, ad esempio»,spiega Alfonso Siani, ricercatore dell’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del Cnr di Avellino, «il consumo di carne era limitato, ma oggi alcuni studi sulle abitudini alimentari condotti sui bambini di Avellino hanno dimostrato che mangiano più o meno le stesse cose di quelli che vivono a Milano, a Roma o a Londra. Bisogna difendere la dieta mediterranea, che si fonda su 10% di proteine, 30% di grassi e 60% di carboidrati come nelle più moderne linee guida sull’alimentazione. Lo scopo» conclude Calabrese «è aggiungere vita ai giorni, non giorni alla vita. Ovvero arrivare a novant’anni ed essere in buona salute: in grado di alzarsi, farsi una doccia, uscire a comprare il giornale, fare passeggiate o stare con i nipotini». Questo è un traguardo che in futuro sarà raggiunto da sempre più persone. Solo nell’ultimo secolo la vita media degli italiani si è allungata di un buon 30%. I dati Istat per il 2002 parlano chiaro: la popolazione anziana è la più numerosa d’Europa, la speranza di vita nel Belpaese è tra le più alte al mondo, superiore di un punto alla media dell’Unione Europea: 76,8 anni per gli uomini e 82,9 per le donne. Le cifre sono confermate anche dal rapporto annuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel quale si dice anche che la ”speranza di vita in buona salute” si attesta a 69,2 anni per lui e 72,9 per lei. Maturare una conoscenza degli alimenti e una certa consapevolezza di cosa abbiamo bisogno è la base per arrivare al secolo di vita in ottima forma. Se poi si ha la fortuna di essere nati e di vivere sull’isola dell’eterna giovinezza, le possibilità aumentano. Non è uno scherzo: in Scozia vive un uccello, la procellaria, che non solo, come dice il nome, riesce a volare in mezzo alle tempeste, ma anche a passare attraverso gli anni senza... invecchiare. tutto merito del supermitocondrio di cui questo volatile è dotato, che gli permette di mantenere più a lungo in efficienza le proprie cellule, con l’effetto che sembra che il tempo non passi mai, o almeno che scorra più lentamente. Non serve andare fino in Scozia, anche in Italia c’è un’isola felice dove la gente vive più lungo e gode di buona salute: è la Sardegna. In questo caso non è ancora chiaro il perché, e proprio per studiare il fenomeno due anni fa è partito il Progetto ProgeNia, che si concentra in particolare sulla popolazione dell’Ogliastra, una zona che nei secoli è rimasta relativamente isolata per ragioni storiche e geografiche, una condizione che ha mantenuto omogeneo il suo patrimonio genetico. Se volessimo prendere a modello l’alimentazione di queste persone, considerata dagli studiosi un fattore omogeneo, si dovrebbe concludere che il menù per vivere cent’anni è a base di latte, formaggi, carne e olio d’oliva e che forse, con uno slogan, il segreto di tutto sta nel pecorino sardo. Ma le cose ovviamente non sono così semplici, come spiega Giuseppe Pilia, dirigente ricercatore dell’Istituto di Neurogenetica e Neurofarmacologia del Cnr di Cagliari, a capo dell’équipe di scienziati impegnata nel progetto: «parlando da genetista il fattore più importante per prolungare la vita, dagli animali più semplici fino alla scimmia, è l’estinzione dell’apporto calorico. Ma lo scopo del nostro lavoro è capire le differenze dal punto di vista genetico che, a parità di condizioni ambientali, favoriscono un invecchiamento migliore. A questo proposito lo studio compiuto su oltre quattromila casi ha messo in luce una particolarità di questa zona: i maschi sono longevi almeno tanto quanto le femmine, se non di più». un dato peculiare, che non si trova quasi in nessun’altra parte sul pianeta. Nel mondo infatti i centenari sono per tre quarti donne e solo per un quarto uomini. Perché in Sardegna è diverso? Pilia lo spiega così: «Dal punto di vista pratico ancora le cause non si conoscono, ma sicuramente un tipo di alimentazione come quella sarda che utilizza alimenti semplici, poco raffinati, tipici dell’ambiente mediterraneo e della cucina tradizionale, unita ad abitudini di vita all’aria aperta legata in prevalenza all’attività agricola e all’allevamento, rappresenta un fattore che favorisce un buon invecchiamento. Insomma, c’è una situazione ambientale e genetica estremamente favorevole». Genetica e alimenti sono anche la base della nutrigenomica, ultima frontiera della ricerca applicata alla scienza della nutrizione. Da questa disciplina potranno arrivare un aiuto per le patologie alimentari e importanti risposte per spiegare perché, ad esempio, se due persone seguono la stessa dieta i risultati sono diversi o perché il colesterolo, pur mangiando le stesse cose, non sale a tutti nella stessa maniera. «L’influenza dei nutrienti sull’organismo è modificata da fattori genetici», spiega Alfonso Siani, «ma noi portiamo addosso un marchio (protettivo o negativo) che condiziona la nostra risposta ai nutrienti. Così patologie alimentari come obesità, malattie cardiovascolari, diabete, ipertensione arteriosa, sono malattie multifattoriali legate all’interazione tra fattori genetici, che costituiscono un background che non possiamo modificare, e fattori ambientali, vale a dire attività fisica, abitudini e alimentazione. Ora la nutrigenomica ha anche lo scopo d’identificare le persone che si possono giovare in maniera particolare di un intervento alimentare». Su questo settore, strettamente correlato alla farmacogenomica, si sta concentrando un forte interesse da parte dell’industria: «Quando parliamo di alimentazione, parliamo d’industria alimentare: nel Nord Europa e in America è già molto forte la pressione delle grandi case alimentari per identificare target di persone che possano ad esempio far uso di supplementi nutrizionali, i cosiddetti functional food, alimenti funzionali cui vengono attribuite ”virtù” particolari oltre a quello della nutrizione». solo il primo passo verso un’alimentazione personalizzata sulla base del Dna di ciascuno di noi: « probabile che si possa arrivare a una ”schedatura genetica”, anche se non me lo auguro. Ho sempre privilegiato un’alimentazione mediterranea e sono convinto che i principi di questa tradizione offrono ancora molteplici vantaggi, senza bisogno di altro». Severino Colombo